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Brandon Flowers: «Non è un disco anni ’80»

brandon flowers«Forse ho sbagliato io», dice Brandon Flowers scuotendo la testa. «Ho preso Ariel Rechtshaid perché secondo me rappresenta il suono del futuro e ora mi ritrovo tutte queste recensioni che dicono che ho fatto un disco vecchio». Il cantante dei Killers scherza nel backstage del Fabrique prima del concerto milanese, ma è vero che il suo secondo album solista The Desired Effect è stato accolto come un lavoro radicato negli anni ’80 e si è meritato una serie di paragoni che vanno da Bruce Springsteen a Robert Palmer passando per gli Alphaville. Scritto e prodotto seguendo il motto «don’t bore us get to the chorus», secondo cui il ritornello di una canzone deve arrivare subito e dev’essere clamoroso, l’album mette assieme suoni pop di trent’anni fa e la sensibilità radicata nella canzone mainstream americana. «Forse tutti parlano degli anni ’80 perché abbiamo usato tastiere d’epoca, tipo il Roland, ma secondo me questo disco ha un piede nel passato e uno nel futuro».

Una cosa è certa: includere la voce di Neil Tennant dei Pet Shop Boys e campionare Smalltown Boy dei Bronski Beat in I Can Change non aiuta a scrollarsi di dosso il riferimento agli anni ’80… «Beh, no», ammette Flowers facendo una smorfia. «Usare il pezzo dei Bronski Beat è stata una mia idea. Avevo solo 3 anni quando uscì, ma per qualche motivo è entrato nella mia vita. Neanche mi rendevo conto che si trattava di un inno gay. Sapevo solo che mi piaceva». Un’altra canzone anni ’80 di cui Flowers non aveva inteso subito il significato è Every Breath You Take dei Police. «Ci sono arrivato solo di recente», dice riferendosi al fatto che il pezzo si presenta come una canzone d’amore romantico, mentre in realtà rappresenta un tipo di ossessione morbosa per una donna. «Ho preso a Sting l’idea per Lonely Town», un pezzo su uno stalker che vorrebbe raggiungere lo stesso effetto di Every Breath You Take.

Quando gli si chiede dei suoi gusti letterari ammette di non essere un gran lettore di romanzi. «Preferisco i racconti, mi aiutano a raccontare storie brevi come le canzoni, dove in 4 minuti devo dire tutto. Non leggevo granché da ragazzo, lo facevo per dovere. Ma sono grato che mi abbiano fatto leggere La perla di John Steinbeck, che ancora oggi è il mio autore preferito». Senza scomodare paragoni inappropriati col grande scrittore americano, nei testi di The Desired Effect Flowers si confronta con storie di vita ordinaria, anche criminale come quella di Tony in Diggin’ Up The Heart, e con la divisione fra bene e male. «I miei genitori mi hanno sempre detto che chi compie azioni cattive è cattivo. Crescendo ho capito che non è così, che a certe persone non sono state date le opportunità che ho avuto io. La gente lo capisce e la storia di Tony è una delle più apprezzate dal pubblico».

Altre canzoni dell’album come Dreams Come True e Between Me and You sembrano gettare uno sguardo prima ottimista e poi sconsolato sul sogno americano. «In realtà c’è del sarcasmo anche quando canto che i sogni si realizzano. Sai, sono cresciuto in una famiglia operaia e non ho visto molti sogni realizzarsi. Eppure siamo bombardati da questa idea del sogno americano. Ci mantiene ottimisti, è una scintilla che abbiamo negli occhi noi americani, ed è una buona cosa». Non è una bugia, se solo uno su un milione ce la fa? «Se i miei non m’avessero cresciuto con quest’idea non sarei mai diventato un cantante. A un ragazzo che vuole provarci col rock direi quel che mio zio Gary disse a mamma tanti anni fa: quando Brandon compirà 30 anni capirà da solo che è ora di mollare».

Si finisce con un aneddoto. Quando da ragazzo lavorava come aiuto cameriere al Caesars Palace di Las Vegas, Flowers vide fra i clienti uno dei suoi idoli, Morrissey degli Smiths. Si avvicinò e fu respinto malamente. Magari per qualcuno, oggi, incontrare Flowers è un po’ come incontrare Morrissey… «Per qualche fan, sì… ma di quelli particolarmente confusi. Noi siamo qua e Morrissey sta quassù», dice indicando con le mani due livelli diversi. «Incontrarlo fu orribile. Non lo scordo, ecco perché cerco di essere amichevole con chi mi avvicina. Del resto, non lo diceva lui in una canzone degli Smiths che ci vuole coraggio ad essere gentile e cortese? Quando si dice predicare bene e razzolare male…».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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