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La miglior cosa che possiate dire dello Stato Sociale è che sembra la vostra band del liceo

Lo Stato Sociale«Benvenuti all’inizio della fine», annunciano dal palco. È la prima data di “Gran fenomeni. Il celeberrimo ultimo tour de Lo Stato Sociale”, l’inizio della lunga festa mobile che si concluderà con un concerto al palasport di Bologna il 21 novembre. La band bolognese è in giro da quando, un anno fa, è uscito l’album L’Italia peggiore e da allora non fa che dividere le opinioni. Sono il gruppo italiano del momento, con più follower su Facebook degli Afterhours (stamattina siamo a 228 mila contro 154 mila), e questo vuol dire qualcosa nell’epoca in cui i social riflettono popolarità ed engagement del pubblico tanto quanto le classifiche di vendita. Sono anche il bersaglio facile di genitori, fratelli maggiori e commentatori compulsivi che vedono riflessi nei cinque bolognesi il disimpegno degli sdraiati (copyright Michele Serra), la pochezza musicale delle nuove generazioni e persino il declino del Paese tutto. Qualcuno s’è anche inventato una pagina Facebook, “Lapidare chi ascolta Lo Stato Sociale”, 3096 like. E così ogni loro concerto, come quello di venerdì 5 giugno al Carroponte di Sesto San Giovanni (MI), è un modo per testate valore e limiti della band.

La gente applaude fin da quando viene issato lo sfondo con la caratteristica grafica a triangoli. È ovvio che sarà una festa, una celebrazione. Sul palco ci sono quattro torri-luce semoventi (spinte a mano, mica siamo a un concerto di Mengoni) che ridefiniscono di continuo lo spazio. Anche i musicisti – Lodo Guenzi (chitarra, voce, ukulele praticamente inudibile), Alberto Cazzola (basso, tastiere, voce), Enrico Roberto (synth, piano, voce), Francesco Draicchio (synth, ukulele, voce) e Alberto Guidetti (drum machine, voce) – si muovono parecchio, alternandosi al microfono e girando sul palco come bambini in un parco giochi. Mettono nelle canzoni qualche riferimento all’attualità (la riforma della scuola; Moreno e quel «fascio di merda» di Nedved; la dedica gay a Carlo Giovanardi) e qualche slogan («Un’altra sinistra è possibile e anche stasera c’è più figa che nel governo Renzi» e il classico «La Lega fa schifo»). Fanno di ogni canzone una cartolina musicale, cazzeggiano come se stessero in sala prove con gli amici, raccontano piccole storie come Ladro di cuori col bruco e L’amore ai tempi dell’Ikea, però poi piazzano una serie di canzoni che, specie se ascoltate qui, in mezzo a migliaia di persone, possiedono un risvolto generazionale come C’eravamo tanto sbagliati e Mi sono rotto il cazzo. E insomma, come dice quella canzone, la musica ti salva, la musica non è una cosa seria.

La peggior cosa che possiate dire dello Stato Sociale è che sembra la vostra band del liceo. La miglior cosa che possiate dire dello Stato Sociale è che sembra la vostra band del liceo. Non possiedono grande personalità musicale e per di più gli strumenti tendono a sparire nell’impasto sonoro non proprio nitido, per lo meno dal mio punto d’osservazione. A volte utilizzano un registro musicale esotico-scrauso a base di tastierine, ska e reggae, a volte si abbandonano all’elettronica, a volte citano la vecchia new wave, per Dozzinale cantano tutti sul fronte del palco solo voci, chitarra e percussioni, ma in fin dei conti sono tutte scuse per far saltare e ballare e cantare. Attività che la gente – gli organizzatori dicono 4500 persone – fa, e in abbondanza. Tutto si può dire tranne che i cinque siano pretenziosi. C’è la sensazione che non vi sia grande differenza fra chi sta sopra e chi sta sotto il palco e questa orizzontalità è forse uno di motivi del successo dello Stato Sociale. Eliminata ogni enfasi e ogni pretesa artistica da tromboni del rock, usano un linguaggio semplice e diretto, in un gran mischione di registri comunicativi: sono seri ma ironici ma arrabbiati ma felici ma cinici ma innamorati ma trash ma impegnati. Qualsiasi sentimento esprimano, finiscono per metterci dentro un «oh oh oh» che la gente canta col sorriso sulle labbra e le braccia al cielo.

A un certo punto Lodo Guenzi racconta di un’intervista fatta nel backstage con una ragazza che per un’ora ha cercato di convincerli della bruttezza della loro musica. «Non ti piace una cosa? Fai qualcosa di più bello. La vita è troppo breve per occuparti di ciò che non ti piace… specie se poi non ti pagano». A quel punto il passaggio di In due è amore in tre è una festa, quello che fa «Più canzoni meno rompicoglioni», è sembrano un perfetto riassunto dello spirito della serata. Finisce dopo un’ora e tre quarti con la gran caciara dei bis, dove il suono è impastato e le parole quasi non si capiscono, ma ormai la festa è finita e nessuno se ne cura. Eliminano dalla scaletta Questo è un grande paese perché, dicono, la giunta Pisapia ha paura dei concerti che finiscono dopo la mezzanotte, ma siamo a Sesto San Giovanni, mica a Milano. Non importa. Sotto le volte illuminate di rosso del parco industriale dell’ex Breda, quattromila persone hanno ballato sulla propria disillusione: è stato uno spettacolo.

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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