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Giugno 1985, il “secondo concerto” di Springsteen a San Siro

springsteen_1985Seduto su una pagina del Corriere della Sera che titola a cinque colonne «Ecco Springsteen!», fisso incredulo il megaschermo. È il solstizio d’estate del 1985. All’interno del Meazza di Milano 65.000 persone si agitano sulle note di Cadillac Ranch e non immaginano che all’ombra dello stadio ha luogo un’appendice del concerto. Siamo in 4.000, qua fuori, con bottiglie d’acqua e giornali e bandiere manco fossimo sul prato di San Siro. Alla fine d’ogni canzone si applaude, si fischia, si urla. Siamo quelli che non hanno fatto in tempo a comprare un biglietto – 20.000 lire più prevendita, all’incirca il prezzo di due dischi in vinile. Quelli che sono qui per curiosità, tanto è gratis. Quelli che devono ancora imparare tutto del rock. Come me, che ho 16 anni, ho visto qualche concerto, ma una cosa del genere mai. Persino da qui, davanti a un megaschermo montato nel parcheggio dello stadio, si capisce che è qualcosa di speciale. È un’epifania. A noialtri che stiamo seduti a terra col naso in su, Bruce Springsteen e la E Street Band mostrano un mondo diverso, una specie di utopia rock, una declinazione del mito americano che non conosciamo fatto di energia inesauribile, sentimenti positivi, resilienza. Scorazzando per il palco, quegli otto americani ci stanno facendo capire che il rock è anche cameratismo. Ce lo dice la musica, così eloquente. Ce lo dicono i testi, che raccontano con tono epico piccole battaglie quotidiane. Ce lo dice il comportamento dei musicisti, i loro giochi, le loro corse buffe. Capiamo, quella sera, che il rock può essere anche una gioiosa prova di resistenza. Capiamo che il rock è anche darsi.

Che ne sappiamo, noi, che Nils Lofgren è stato ingaggiato solo quattro settimane prima dell’inizio del tour? Né immaginiamo che la corista Patti Scialfa, futura signora Springsteen, ha avuto appena quattro giorni per imparare il repertorio. Non sappiamo che è la prima volta che Roy Bittan suona un sintetizzatore o che si tratta del primo tour in cui la E Street Band utilizza strumenti senza fili. Persino la conoscenza della discografia di Springsteen è incerta, la provenienza di canzoni come Trapped ignota. Eppure l’aria dell’evento spira anche quaggiù, fuori dallo stadio. Se il Corriere che mi separa dall’asfalto scrive del «mito a stelle e strisce», dei «fans italiani laureati sotto il segno di Bruce» e riporta un corsivo in cui Lucio Dalla afferma che Springsteen ha diluito la «polemica politica» per fare il pieno di spettatori, prima del concerto la rivista musicale Ciao 2001 annuncia «un avvenimento musicale destinato a restare nella memoria degli appassionati per anni. Per intenderci, uno di quei momenti che, con un pizzico di retorica, solitamente vengono definiti storici». Ed è vero. Non riusciamo a sentire bene la musica e il sole non vuole saperne di tramontare e rendere nitide le immagini dello schermo, ma anche qui si sta svolgendo un concerto di Springsteen. Ci sentiamo parte dell’evento.

Andò così. I biglietti per la prima e unica data italiana del tour di Born in the U.S.A. furono messi in vendita il 23 maggio, solo un mese prima dello spettacolo, una cosa inconcepibile oggi. Si potevano comprare anche con vaglia postale, annunciava Repubblica riportando la contabilità approssimativa dello spettacolo comunicata dagli organizzatori Franco Mamone ed Enrico Rovelli: 330 milioni di lire di cachet minimo garantito per Springsteen, 500 milioni di allestimento escluse le spese per le luci, l’impianto amplificazione, le assicurazioni. Incasso previsto in caso di tutto esaurito: un miliardo e trecento milioni. E sold out fu. Si prese in considerazione una seconda data per il 22 giugno. Non se ne fece niente non tanto per le preoccupazioni per il manto erboso – fu coperto da una rete a trama fitta e il pubblico fu invitato a indossare «scarpe da tennis» – quanto per l’andata della semifinale di Coppa Italia che si sarebbe svolta il 23 giugno (Inter-Milan, finì 1-2). Sfumata l’ipotesi della seconda data, gli organizzatori sollecitarono il Comune a collaborare all’allestimento di un megaschermo. La notizia risollevò il morale di migliaia di persone. Due giorni prima del concerto Repubblica raffreddò gli entusiasmi: «Il divieto di Springsteen e la mancanza di un’area agibile sufficientemente ampia: contro questi due ostacoli sembrano destinate a infrangersi le speranze di chi, essendo rimasto senza biglietto per il concerto di venerdì a San Siro, sperava almeno di poter seguire il Boss su un grande schermo». Si disse che il management di Springsteen temesse speculazioni, ovvero la creazione di un videobootleg del concerto. Si era pensato di allestire lo schermo alla montagnetta di San Siro, un’area verde a poche centinaia di metri dallo stadio, ma in quel giorno si svolgeva una festa del Movimento Popolare di Roberto Formigoni e il comune non volle arrischiarsi a concentrare tanta gente nello stesso luogo.

Nel 1985 non c’era Internet e per avere notizie controllavo ogni giorno i quotidiani e ascoltavo il radiogiornale della Lombardia. Il 20 giugno la grande notizia: per il timore di disordini, gli organizzatori, il Comune e la Prefettura avevano deciso che lo schermo ci sarebbe stato. Si veniva da anni plumbei in cui i concerti erano stati trasformati in luoghi di scontro e l’idea che migliaia di persone prive di biglietto s’ammassassero allo stadio non piaceva a nessuno. Lo schermo, scriveva Repubblica, avrebbe avuto dimensioni di 12×12 metri e sarebbe stato montato nel Parco di Trenno, non lontano dallo stadio. Qualcun altro affermava che l’avrebbero messo nei pressi del Palasport adiacente allo stadio di San Siro, il cui tetto era crollato per il peso della grande nevicata di gennaio. Il giorno del concerto arrivò un nuovo ribaltamento di fronte: lo schermo sarebbe stato fuori dai cancelli dello stadio. «È anche un modo per tenere buoni quelli che non sono riusciti a entrare. Non voglio assolutamente violenza», disse Springsteen secondo la ricostruzione del Corriere. Fu una decisione dell’ultimo minuto e così la sera del 21 giugno molti vagarono fra Trenno, il Palasport e lo stadio in cerca dello schermo. Lì vidi per la prima volta Bruce Springsteen. Ci andai temendo che sarebbe stato come spiare dal buco della serratura una festa a cui non ero stato invitato, e invece la potenza di quel che accadeva sul palco si riversò anche su di noi. Quella sera, Springsteen e la sua band ci fecero intravedere un mondo che conoscevamo appena, svelarono l’esistenza di un linguaggio che dalle nostre parti nessuno era in grado di parlare, ci riversarono addosso una prodigiosa carica di umanità. Per la prima volta, Bruce Springsteen ci fece sentire parte di una comunità. Ecco cos’era il rock: una famiglia fuori dalla famiglia. Tutti erano invitati, anche quelli rimasti senza biglietto.

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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