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50 canzoni per gli Stones 1971-1972

Rolling Stones 3Brown Sugar

Da Sticky Fingers, aprile 1971

Per Mick Jagger «era venuto il momento di fare sul serio», ovvero: non si sarebbe più limitato ad abbozzare idee, ma avrebbe scritto canzoni. Brown Sugar fu la prima. E anche «l’unico riff che mi sono lasciato scappare» (Keith). Scritta in Australia durante le riprese del film Ned Kelly, fu incisa prima ai leggendari studi di Muscle Shoals, poi agli Olympic con Eric Clapton e Al Kooper. La versione registrata in Alabama fu considerata migliore. Uno dei tom di Watts stonava col basso di Wyman. Il batterista si rifiutò di riaccordarlo. Di fronte alle proteste di Ian Stewart, ripose: «Perché mai dovrei accordare una cosa sulla quale devo picchiare? Basta che ci picchi sopra più forte e cambierà nota da sé, no?». Quando Watts si alzò da dietro la batteria, ha rammentato il tastierista Jim Dickinson, la storia era finita: non c’era modo di ottenere un’altra take. «Ricordo di avere pensato: bella roba, eccomi qua a una seduta di registrazione dei Rolling Stones e loro fanno una cazzata dietro l’altra: bello schifo». Che cos’è lo «zucchero marrone» del titolo? Droga? Il sesso di una donna di colore? «Neanch’io so di cosa parla la canzone», ha ammesso un quarto di secolo dopo Jagger. «Ma è di sicuro qualcosa di osceno. Molto osceno».

 

28 wild horsesWild Horses

Da Sticky Fingers, aprile 1971

Era facile, mentre si era in tour dall’altra parte dell’Atlantico, sentire nostalgia di casa e di un figlio appena nato, Marlon. Di questo tratta la malinconica Wild Horses scritta da Richards nel ’69: «Parla di quella sensazione, del fatto che non vorresti essere on the road e invece sei un milione di chilometri lontano da casa». Jagger l’ha poi rimaneggiata modellandola su un amore, forse Marianne Faithfull. Alla vigilia di Altamont, gli Stones entrarono ai Muscle Shoals per tre giorni di session che fruttarono Brown Sugar, You Gotta Move e Wild Horses. In quest’ultima il piano è suonato da Jim Dickinson. Ian Stewart era presente, ma si rifiutava di suonare accordi in minore perché alle sue orecchie sembravano «musica cinese del cazzo». C’era un altro problema: gli Stones erano terribilmente scordati, ma Dickinson non aveva il coraggio di chiedere a Richards di accordare la chitarra. Strimpellando su un tack piano che si trovava in studio scoprì che per un’ottava e mezza si accordava con quel che gli Stones stavano strimpellando. Perciò suonò con quello, con una sola mano, senza toccare altre note al di fuori di quell’intervallo. E il risultato «fu talmente naturale che smisi di chiedermi chi avesse ragione e chi torto». Richards, che lo scrisse con un piccolo intervento dell’amico Gram Parsons (che l’ha incisa coi Flying Burrito Brothers) si era messo a sperimentare l’accordatura aperta su una 12 corde. «Di fatto» racconta «significava tradurre ciò che faceva Mississippi Fred McDowell – la tecnica slide sulla dodici corde – nella modalità a cinque, ovvero su una chitarra a dieci corde. Fu uno di quei momenti magici in cui tutto si incastra». Mick Taylor suonò la chitarra acustica con le corde più basse accordate un’ottava sopra. Dickinson ricorda Jagger e Richards «al microfono con una bottiglia di bourbon che si passavano avanti e indietro».

 

Can’t You Hear Me Knocking?

Da Sticky Fingers, aprile 1971

Fra i tanti riff prodotti con l’accordatura in Sol a cinque corde, quello che apre Can’t You Hear Me Knocking? è mosso da una serie di accordi staccati che danno un senso dinamico al pezzo. «Per un chitarrista» ha scritto Richards «è un gioco da ragazzi suonare quegli accordi slegati, staccati, molto netti e decisi». Gli interventi del sassofonista Bobby Keys, di Rocky Dijon alle congas e di Mick Taylor sono altrettanto cruciali per la musicalità e per l’espansione della canzone fino a diventare una jam. Il contributo di Taylor a Sticky Fingers, ha detto Jagger, «è stato molto importante. Era un musicista dotato di uno stile fluido, melodico, come non abbiamo mai avuto prima di allora». Secondo Johns, «in studio non faceva mai un errore e non si ripeteva mai: ogni take era diversa».

 

30 bitchBitch

Da Sticky Fingers, aprile 1971

Un altro formidabile riff che va ad aggiungersi al già cospicuo catalogo di Richards. E un altro testo che le radio si rifiutarono di suonare (in realtà è meno forte di quanto il titolo faccia presumere). È stato registrato agli Olympic e rifinito a Stargroves, la residenza di campagna di Jagger usata come sala di incisione anche dai Led Zeppelin. Andy Johns ricorda che ha funzionato solo quando Keith è entrato nella stanza, a quanto pare al grido di «datemi quella chitarra del cazzo!». Secondo Johns, «Bitch era incasinata e laconica. Lui le ha dato un grande groove. Impressionante». Il carattere esplosivo del pezzo è potenziato dall’aggiunta del sassofono e della tromba minacciosi di Bobby Keys e Jim Price, che doppiano il riff di chitarra. Negli anni Duemila dal vivo Richards lascia tutto il riff ai fiati: si dice non riesca più a suonarla bene a causa dell’artrite.

 

31 sister morphineSister Morphine

Da Sticky Fingers, aprile 1971

Una delle poche canzoni degli inglesi interamente ed esplicitamente dedicate alla droga, una ballata accompagnata dallo strumming di Richards alla chitarra acustica. È al centro di una controversia sulla paternità. O forse dovremmo dire maternità, visto che Marianne Faithfull – che la fece uscire su 45 giri per prima, nel 1969 – ha accusato l’ex Mick Jagger di averle soffiato alcuni versi senza accreditarla. Il pezzo era stato composto quando i due si trovavano nel ’68 a Roma. «Conosco il modo di cantare di Marianne» ha scritto Richards «e sono certo che alcuni versi siano suoi, a giudicare dallo stile». Jagger ha ammesso che Faithfull ha scritto una piccola parte, quella che inizia con «Sweet cousin cocaine». In ogni caso, la donna avrebbe iniziato a fare uso di droghe pesanti solo dopo avere contribuito alla canzone. Se la parte eseguita con lo slide vi sembra fuori dalla portata di Richards, è perché la esegue Ry Cooder. Il piano è di Jack Nitzsche, Wyman suona una chitarra basso senza tasti su cui fa lo slide; a differenza della maggior parte dei pezzi del gruppo, in cui suona col plettro, qui usa il pollice.

 

Dead Flowers

Da Sticky Fingers, aprile 1971

Recensendo il disco per Rolling Stone, il futuro manager di Bruce Springsteen, Jon Londau, scrisse nel 1971 che «la sola idea che gli Stones suonino country è raccapricciante». Eppure Dead Flowers ha più di un motivo di interesse: rappresenta il periodo in cui il gruppo, influenzato da Gram Parsons, affronta a modo suo il country americano e vive del contrasto fra l’allegro country-rock e le immagini cupe del testo, sottilmente sarcastiche. Ma soprattutto illustra l’approccio canoro ironico di Jagger che nel ritornello canta nel suo registro più basso in un accento forzatamente campagnolo. «Il country mi piace», ha detto il cantante, «ma trovo difficile prenderlo sul serio. Molta musica country è cantata in modo ironico ed è quel che faccio anch’io. Dal punto di vista armonico [sic] il country è molto diverso dal blues – voglio dire, non devi fare ricorso a tutte quelle acciaccature – e così penso che in fin dei conti sia una musica molto inglese. La sento vicina a me, alle mie radici».

 

Moonlight Mile

Da Sticky Fingers, aprile 1971

«Se ricordo bene, Mick si presentò con la canzone fatta, e la band dovette solo capire come interpretarla», spiega Keith Richards, escluso dalle session del pezzo perché «fuori di testa». Jagger la cantò a Mick Taylor per la prima volta in treno. Fu completata una notte a Stargroves, col celebre studio mobile della band: il cantante alla chitarra acustica, il trombettista Jim Price seduto al pianoforte e Taylor alla chitarra. Fu quest’ultimo a decidere di coinvolgere una sezione d’archi che doppiò la linea melodica del pezzo, e non solo, secondo l’arrangiamento di Paul Buckmaster, già al fianco di David Bowie in Space Oddity. Il risultato è un pezzo curioso per lo standard degli Stones, una ballata anticonvenzionale dagli echi orientaleggianti e un finale che si spegne lentamente, come irrisolto. Quando la finirono era l’alba. «La luce filtrava dalla finestra» ha ricordato il tecnico del suono Andy Johns «ed è per questo che la canzone ha quel feeling, come dire, sonnacchioso. Stupenda».

 

34 rocks offRocks Off

Da Exile On Main Street, maggio 1972

Pare che Richards avesse telefonato a Andy Johns nel pieno della notte: «Dove cazzo sei?», «Beh, stavo dormendo», «Torna qui, devo incidere una parte di chitarra». Johns torna, Richards imbraccia la Telecaster e incide la seconda traccia di chitarra di Rocks Off. Esempio del primitivismo tipico di Exile, e del ruolo giocato da altri musicisti nella vita del gruppo (qui il pianista Nicky Hopkins e i fiatisti Bobby Keys e Jim Price), il pezzo si basa su un altro riff suonato con l’accordatura aperta in Sol. Keith la suonò con l’ampli girato verso un angolo dello scantinato, per sentire l’effetto che faceva. L’attacco di batteria anticipato accompagnato da uno «Auh yeah», la ripresa sonora incerta, il mixaggio caotico, i cori fuori tempo e la voce lasciata volutamente bassa sono per alcuni limite e per altri il pregio del pezzo. Jagger è d’accordo coi primi: «Mi piacerebbe rimixare Exile perché nell’insieme suona in modo pessimo. Fui costretto a finire il disco da solo perché erano tutti ubriachi e drogati». In quanto all’accordatura aperta, Richards la usò per la prima volta davanti a un pubblico durante il tour del ’69. Ike Turner era presente e rimase folgorato. «Praticamente sotto la minaccia di arma da fuoco, mi trascinò nel suo camerino a San Diego. “E ora spiegami questa cazzo di storia delle cinque corde”».

 

Tumbling Dice

Da Exile On Main Street, maggio 1972

«È impossibile vedere i loro nomi sull’etichetta e non soccombere a convulsioni interne in cui si intrecciano inevitabilmente gioia, allegria, lacrime, nostalgia eed emozioni forti», scriveva un sovraeccitato giornalista di Melody Maker nel recensire questo 45 giri. È effettivamente palpabile l’atmosfera stranamente celebrativa del pezzo, l’autoritratto di un giocatore d’azzardo e spezzacuori che lascia la scena accompagnato da un coro “nero” (Clydie King, Venetta Field e Merry Clayton), mentre il piano di Nicky Hopkins cerca di farsi strada in un mix piuttosto caotico. «Secondo me hanno pubblicato il mix sbagliato», disse una volta Jagger. Il testo era talmente confuso nel mix che il mensile Creem fece un concorso fra i lettori per indovinare le parole della canzone… Il pezzo era nato durante le session di Sticky Fingers col titolo Good Time Women, col piano suonato da Ian Stewart. Il gruppo era a Nellcôte, la villa in cui Richards si era rifugiato per sfuggire alle esose richieste del fisco (e intanto spendeva 7 mila dollari a settimana, di cui 2500 per la droga). Keith scrisse il riff «nella sala principale del piano di sopra» per poi scendere in cantina a registrare il pezzo. Wyman non era nei dintorni e così al basso c’è Mick Taylor. Ci lavorarono per due settimane, cumulando una trentina di bobine. Andy Johns ricorda Richards «che prova la parte della coda per sei ore di continuo» e Watts «che non riesce a suonare la sua parte: aveva un blocco mentale». Ci mise una pezza il solito Jimmy Miller. Per Joe Strummer dei Clash, Tumbling Dice «ha un tempo a metà strada tra un lento e un rock: è il beat mistico».

 

36 virginiaSweet Virginia

Da Exile On Main Street, maggio 1972

«Un country eccellente», ha detto Mick Jagger, che pure non ama particolarmente Exile On Main Street. «Non sappiamo suonare musica country come autentici bluesmen di Chicago [sic]. Facciamo del nostro meglio, ma non possiamo copiare – non è quella l’idea – e così ci viene fuori come ci viene… differente». Sweet Virginia era un avanzo dalle session di Sticky Fingers poi rifinito, secondo il fotografo Dominique Tarlé, nella cucina dello scantinato a Nellcôte. Richards avrebbe voluto pubblicarlo su 45 giri: «Una specie di singolo easy listening». No, ai cori non c’è Gram Parsons come si è vociferato per anni. In compenso ci sono «il suo spirito» (Richards) e un’atmosfera sgangherata da festa campestre, più che da session professionale. Il fascino della canzone, secondo Janovitz, sarebbe nel carattere improvvisato che la fa somigliare a una festa cui l’ascoltatore è invitato.

 

Loving Cup

Da Exile On Main Street, maggio 1972

Durante il tour del quarantennale Chuck Leavell propose di suonare Loving Cup, un pezzo di Exile basato sull’intepretazione “gospel” di Jagger e il pianoforte boogie di Nicky Hopkins. Jagger era contrario: «Non piace a nessuno, è difficile da cantare, neanche la ricordo e mi ha stancato». Leavell ebbe la meglio. E così, come ricorda il cantante, «la attacchiamo in concerto e la gente applaude. Il che prova che alcune di queste canzoni col passare del tempo acquistano spessore e un valore che all’epoca non sembravano avere. La gente pensa: “Che canzone meravigliosa”, ma quando è uscita è stata ignorata». Loving Cup è riapparsa in Shine A Light sotto forma di duetto con Jack White.

 

38 happyHappy

Da Exile On Main Street, maggio 1972

L’inno di Keith, una specie di debutto solista o, com’è stato scritto, «il suono di uomo che se la spassa a un passo dalla morte». Per molti è l’essenza di Richards. Per altri è una schifezza incisa con noncuranza. Una cosa è certa: all’uomo che canta non frega granché del vostro giudizio. Ha le sue droghe, il suo whisky e la sua chitarra a cinque corde senza il Mi basso. «L’abbiamo registrata in un pomeriggio, solo quattro ore», scrive il musicista nell’autobiografia Life. «A mezzogiorno ancora non esisteva, alle quattro era già su nastro. Non fu un pezzo dei Rolling Stones. Porta il loro nome, ma in realtà c’erano Jimmy Miller alla batteria, Bobby Keys al sax baritono e io, praticamente, per il resto, avendo sovrainciso basso e chitarra. Stavamo aspettando che spuntassero gli altri, per le vere session della nottata, e pensammo: eccoci qua, vediamo se ci riesce di tirare fuori qualcosa». Morale: «Le grandi canzoni si scrivono da sole. La bravura non deve intervenire». Lo riscrivo, nel caso vi sia sfuggito: la bravura non deve intervenire.

 

Shine A Light

Da Exile On Main Street, maggio 1972

È possibile definire una canzone degli Stones un pezzo in cui sono presenti sono due membri del gruppo? Alle session agli Olympic di Londra di Shine A Light, che ha avuto una nuova ondata di popolarità nel 2008 dopo essere stata inclusa nell’omonimo film-concerto di Martin Scorsese, parteciparono solo Mick Jagger, Mick Taylor (basso e chitarra) e Billy Preston (piano e organo), più le voci femminili assemblate da quest’ultimo che le danno un sapore gospel, e che a un certo punto vengono fatte passare attraverso un ampli Leslie, in modo da amalgamarle al suono dell’organo. L’arrangiamento finale era stato ispirato da una visita del cantante nella chiesa frequentata da Preston, ma la prima versione si intitolava Get A Line On You e aveva a che fare con la dipendenza da droga di Brian; con questo titolo era stata incisa da Leon Russell (la registrazione è emersa solo nel 1994).

 

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