Articoli

Ma quale rock, ci tocca la fabbrica

unità di produzione musicaleUno pensa che il primo a ribellarsi sarà un truce batterista rock oppure un chitarrista abituato a cantare di gioia e rivoluzione. E invece il primo a dire basta è un insegnante di oboe del Conservatorio di Cagliari. Succede nel film Unità di produzione musicale, nato da un’idea di Sergio Giusti ed Enrico Gabrielli, uno che di giorno scrive con i Calibro 35 colonne sonore per poliziotteschi e la sera va a suonare il Bacchanale di John Cage. Finanziato grazie al crowdfunding, il film è un po’ performance improvvisata, un po’ documentario, un po’ esperimento modello carcere di Stanford, e regala il brivido sadico di vedere la meglio gioventù rock italiana costretta nei panni novecenteschi dell’operaio. Gabrielli ha preso una settantina fra musicisti e non, li ha chiusi per otto ore nei capannoni di una fabbrica dismessa del milanese e li ha trasformati in operai del suono.

Tutti uguali, professionisti e dilettanti, contrassegnati da numeri di matricola tipo N6 e C1, chini sui banconi nelle loro orrende tute blu e verdi come sul set di La classe operaia va in paradiso, altroché applausi, groupie e vestiti di scena. I registi Pietro de Tilla, Elvio Manuzzi e Tommaso Perfetti li hanno seguiti mentre scrivevano, suonavano, parlavano, e hanno riassunto 80 ore di girato nei 75 minuti che vedremo in anteprima al Biografilm di Bologna (5-15 giugno). Gente che suona con Afterhours, Vinicio Capossela, Ministri, Verdena s’è prestata a fare turni scanditi dai fischietti dei capataz e si è avvicendata nella catena di montaggio ora componendo musica per i colleghi, ora eseguendo quella scritta dagli altri sotto forma di note sul pentagramma, scarabocchi, vaghe istruzioni. La combinazione delle parti è lasciata al caso e il risultato è, il più delle volte, una cacofonia assordante che invita alla riflessione sulla natura dei mestieri creativi, sul ruolo degli strumentisti nell’industria musicale, sul rapporto fra vincoli e libertà nell’arte. C’è il ribelle che vorrebbe prendere a sassate il padrone, però i musicisti-operai complottano non per sabotare la fabbrica, ma per incrementare la redditività del lavoro, e cioè per produrre musica dotata di senso. Ma sono artisti e l’unico suono su cui s’accordano è il silenzio.

 

Pubblicato originariamente su IL

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...