Articoli

Holly Herndon, uno spazio digitale condiviso

holly herndonLa prima cosa che appare sullo schermo è un sms che ho digitato da pochi secondi. Una scritta ha sollecitato il pubblico a inviare a un certo numero di telefono domande o riflessioni sotto forma di messaggi. «Violerete la mia privacy stasera?», ho chiesto. La risposta: «Potrebbe essere già accaduto». Holly Herndon, vestito nero, caschetto rosso e treccia che scivola dolcemente sulla spalla sinistra, è in piedi dietro al monitor del suo portatile dal quale ricava suoni industriali, glitch, loop vocali. Seduto su un tavolo sul palco dietro a un altro computer, il marito Mat Dryhurst risponde alle domande inviate dal pubblico proiettando le risposte sullo schermo alle spalle dei due. La mia domanda sulla privacy non è casuale. La sorveglianza digitale è uno dei temi del repertorio della musicista americana. Al posto di raccontarlo rifugiandosi in un passatismo rassicurante, carica di significati politici l’estetica digitale e trasforma l’esibizione in una ricerca di senso in uno spazio disorientante in cui siamo bombardati da stimoli e informazioni di cui non comprendiamo fino in fondo le conseguenze. Non è un pensiero apocalittico, né integrato. In un mondo che ci ripete ogni giorno quanto sia fredda e spersonalizzante l’esperienza digitale, Herndon mira a dimostrare il carattere umano e persino poetico dei flussi di dati che veicolano la nostra vita emotiva nel 2015. «Non è disorientante?», digito a metà concerto. «Sì, lo è», è la risposta sullo schermo, e questo è il punto.

Autrice nel 2012 del debutto Movement e un mese fa di un disco bello e acclamato intitolato Platform, una delle cose migliori uscite quest’anno per chi ama il lato avantgarde della musica pop, Herndon, al terzo anno di un PhD presso il Center for Computer Research in Music and Acoustics della californiana Stanford University, costruisce le sue “canzoni” usando mattoncini digitali, arrivando a trasformare in musica i rumori domestici o la navigazione su Internet del suo computer. Ma al contrario di alcuni colleghi, possiede sufficienti musicalità e sensibilità artistica da rendere la musica affascinante, a suo modo emozionante. Non è nemmeno un concerto, quello di Herndon: è un’esperienza audiovisiva immersiva dove s’incontrano i mondi dell’accademia, dei club, della musica elettronica. Rispetto alle tessiture sonore di Platform, dal vivo i ritmi sono particolarmente marcati e assume un vago senso la definizione d’artista techno che le è stata erroneamente affibbiata – l’altra, più ricorrente e lusinghiera, è quella di nuova Björk. Specie nella seconda metà del concerto – un’ora in tutto preceduta dall’esibizione dell’italiana Adele H – la musica si fa ballabile senza perdere il suo effetto minimalista, spigoloso, straniante.

holly herndon liveHerndon “suona” il portatile usando plug-in e software di sua ideazione per creare un mondo di suoni astratti e musiche tagliate da continue fratture, su cui imbastisce tracce vocali che autocampiona dal vivo dotate della fredda precisione di una Laurie Anderson. L’effetto, combinato alle immagini che scorrono sullo schermo, è quello di una scultura musicale che avvolge il pubblico, un ambiente sonoro che abitiamo assieme, noi e lei. Si fluttua nel vuoto, un po’ come le figure bidimensionali che appaiono alle spalle della cantante, immerse in un universo di segni enigmatici in cui scene di vita reale sono integrate ad elaborazioni grafiche. La scommessa di comunicare in modo coinvolgente ed emotivamente forte traducendo in musica e immagini lo spazio digitale in cui viviamo è vinta, ma solo in parte. Herndon manipola computer e controller. Come accade in questi casi, non è possibile capire l’origine dei suoni e la cosa può essere disorientante e persino frustrante per chi ama la musica “suonata” e il rapporto fisico fra performer e strumento. Non è un’esperienza per tutti e temo che molte persone la possano considerare cervellotica. Si percepisce la mancanza di una maggiore varietà nella parte visual. Ma al di là di ogni ragionevole critica, Holly Herndon è qualcosa da vedere nel 2015. Offre una delle performance più radicalmente contemporanee a cui può capitare d’assistere di questi tempi in campo pop. E per un’ora vi trascina in uno spazio digitale condiviso, una dimensione “altra” che richiama le nostre esperienze tecnologiche quotidiane. Mi chiedo cosa si provi a stare sul palco, con lo sguardo sul computer, mentre tutte quelle persone ti fissano e ti giudicano, perciò invio un ultimo sms: vi sentite esaminati? «Sì, ma la visibilità offre l’opportunità di dire qualcosa».

Annunci

2 risposte »

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...