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«Prima l’amore, poi il dolore»: i Pearl Jam da Verona a Roskilde

Eddie Vedder 2000Eddie Vedder scuote la testa. «È tutta colpa di voi italiani. Non siete forse i maggiori produttori mondiali di bootleg?». A quanto pare la nostra fama di pirati discografici ci precede. Mentre cerco di architettare una difesa d’ufficio Eddie sorride. Ok, sta scherzando. Va tutto bene. Nel backstage dell’Arena di Verona, dopo un indimenticabile concerto dei Pearl Jam, l’atmosfera è rilassata. Tra dieci giorni il cielo cadrà sulla testa dei Pearl Jam, ma oggi è una di quelle giornate perfette che arrivano una volta all’anno. Oggi tutto sembra possibile. Sono qui grazie all’aiuto degli amici romani del cantante. Tutti mi trattano in modo più che amichevole, eppure non posso fare a meno di sentirmi un intruso in una festa privata. Guardo Vedder e penso che quello che per molti è un’icona oggi sembra un qualsiasi ragazzo americano che ha organizzato un piccolo party per salutare amici che non vede da quattro anni.

Ho incontrato quel ragazzo americano solo un’altra volta. Avevamo scambiato due battute, non mi ero nemmeno presentato. Lui, giubbotto di jeans e cappellaccio calato sugli occhi, era entrato nel camerino di Fastbacks prima del concerto dei Pearl Jam a Milano, nel 1996. Dopo cinque minuti sarebbe salito sul palco per suonare in splendida solitudine una cover di The Kids Are Alright degli Who. Spinto da una dose forse eccessiva di rispetto, avevo preferito non disturbarlo. Oggi va diversamente. Mi sento sollevato quando, rotto il ghiaccio, Eddie si mostra amichevole. Dopo venti minuti penso che sia il musicista più dolce e intenso che abbia mai incontrato. Dopo un’ora sono totalmente affascinato da quest’uomo che migliaia di persone adorano come una divinità e che invece si comporta come un qualsiasi rock fan che, in una piccola saletta mal illuminata, ascolta musica e, incidentalmente, risponde alle domande di un tizio italiano che ha scritto un libro sul suo gruppo. Non posso non chiedergli dei doppi cd dal vivo che i Pearl Jam pubblicheranno il prossimo 9 settembre e che documenteranno per intero il tour europeo del gruppo. Avrebbero dovuto essere 28, tanti quanti gli show della tournée in corso. Dopo la tragedia di Roskilde e la cancellazione delle ultime due date sono diventati 25. Più frugo nella memoria, più mi rendo conto che è un’operazione senza precedenti nella storia del rock. Vengono in mente i Dick’s Picks dei Grateful Dead o i box set Beat the Boots di Frank Zappa, qualcuno ha tirato in ballo anche il quintuplo di Springsteen, ma non c’è match: non è mai accaduto niente di paragonabile a ciò che i Pearl Jam si apprestano a fare. La spiegazione? I cinque di Seattle sono o sono stati consumatori di bootleg. Da tempo permettono ai fan di registrare i concerti purché con attrezzature non professionali e probabilmente vogliono stroncare il business dei bootleg. Ma soprattutto, vogliono dare un prodotto di qualità ai ragazzi, verso i quali hanno sempre mostrato una sensibilità senza eguali. «Quand’ero ragazzo», mi racconta Vedder, «compravo bootleg in vinile, ma non sapevo che cosa poteva capitarmi. Li pagavo 8 dollari e una volta arrivato a casa scoprivo che erano inascoltabili. Non voglio che succeda ai nostri fan, non voglio che spendano 50 dollari per un’incisione di scarsa qualità. Adesso avranno cd che si sentono bene a 10, massimo 12 dollari».

Non deve essere facile per un gruppo come i Pearl Jam denudarsi in questa maniera. Quando pubblichi un disco in studio puoi curare ogni minimo particolare, suonare e risuonare finché la tua parte non è esattamente come la vuoi, al limite alterare elettronicamente i suoni finché sono perfetti. Quando assembli un disco dal vivo, come i Pearl Jam hanno fatto due anni fa con Live on Two Legs, puoi permetterti di selezionare le performance migliori. Quando pubblichi tutti, dico tutti i concerti di un tour hai la certezza che su disco finiranno anche le cose peggiori, le serate no, le note sbagliate, le stecche. «Questa è la parte negativa della faccenda», mi spiega Eddie. «Non tutto quello che fai, suoni o canti è degno di essere pubblicato. Come stasera, non sentivo i monitor e per tre pezzi ho cantato male. Ma non importa: pubblicheremo i concerti così come sono, errori inclusi».

Verona BootStasera Vedder avrà anche cantato male e l’enorme “buca” che separava palco e pubblico è sembrata a tratti incolmabile, ma il concerto all’Arena è stata un’esperienza sconvolgente. Forse è per via della postazione incredibilmente privilegiata dal quale l’ho visto: sul palco, a pochi metri da Stone Gossard, con a portata di mano l’ukulele con il quale Eddie suona Soon Forget (ispirata da Blue Red and Grey da The Who by Numbers) e giusto dietro il piccolo guitar shop che Gossard si porta in giro per il mondo, dieci chitarre una più bella dell’altra che gli permettono di passare dai suoni jingle-jangle di Breakerfall a quelli punk di Lukin. Come se non bastasse i cinque musicisti, le cui figure si stagliano sul profilo di un’Arena zeppa di gente festante, hanno offerto un vero greatest hits del loro repertorio confabulando e improvvisando la scaletta dopo la fine di ogni pezzo. Mi viene in mente quella volta che Eddie disse che suonare con Neil Young era come essere in gabbia con una belva. Oggi sono in gabbia con i Pearl Jam e non è come essere sul fronte del palco, dove vieni travolto dall’incredibile quantità di energia prodotta dalla band. Tu sei lì, nel punto dove questa energia nasce, e in qualche modo, misteriosamente, ne diventi parte.

Alla fine dello show anche Vedder sembra soddisfatto, sebbene, ammette, abbia sentito parecchio la distanza fisica col pubblico. «Ci sono situazioni in cui puoi incitare la gente» mi spiega «e altre in cui è meglio cercare di farla stare tranquilla, per la sua stessa incolumità». Poi dice di essersi divertito un mondo a vedere i ragazzi che, durante Rearviewmirror, sono saliti sul palco inseguiti dalla security: «Sembrava un cartoon», dice mimandone in modo buffo la corsa. Ci viene naturale parlare degli Who, passione comune, e gli chiedo del loro disco dal vivo Blues to the Bush. «Non ho ancora la versione finale», dice, «ma ho qui il bootleg del pezzo che canto io». Mi sono perso qualcosa? Se ci fosse stato un pezzo cantato da Vedder l’avrei notato… «Si vede che alla fine non l’hanno incluso», dice, per nulla dispiaciuto dalla notizia. «Meglio così: verso la metà dell’esecuzione ci siamo incasinati. Non avevamo provato a sufficienza». Poi Eddie blocca il disco dei Kinks che sta girando sul suo cd player e me lo fa sentire, quel pezzo. È Let’s See Action, registrato a Chicago, e ascoltare Eddie con gli Who è un’autentica emozione. Sono contento per lui: da ragazzo per Vedder gli Who erano… beh, erano tutto, ed è precisamente quello che i Pearl Jam sono oggi per migliaia di persone: l’unica band che conta. Poi Eddie mette su il cd-r del nuovo album, non ancora nei negozi, dei Wellwater Conspiracy. È il gruppo del neo batterista dei Pearl Jam, l’ex Soundgarden Matt Cameron, e Eddie fa ascoltare il pezzo in cui è voce solista. Gli chiedo di un’altra collaborazione, molto più bizzarra, quella con l’attrice Susan Sarandon. I due cantano un pezzo anni ’30 nella colonna sonora del film di Tim Robbins Cradle Will Rock. «Oh, Croon Spoon… Pensa che all’inizio l’avevo fatta con Kim Gordon. Susan è stata bravissima, ma con Kim…», dice, lasciando in sospeso la frase, ma facendo un gesto eloquente con la mano, come a dire: una chicca. «Si tratta di una parodia. Una parodia delle canzoni che un tempo venivano scritte e cantante per convincere la gente che tutto andava bene, che non avevano nessun problema. E di problemi ce n’erano, eccome».

Sto abusando della disponibilità di Eddie? Dopo qualche chiacchiera mi faccio da parte e lo lascio parlare con gli amici, godendomi il botta e risposta con Fausto, il batterista che quattro anni fa lo accompagnò nei due concerti improvvisati in piccoli locali di Roma. Li guardo e sorrido. Stasera ho avuto una doppia conferma del legame che esiste tra Eddie e l’Italia, e ne sono strafelice: un paio d’ore fa, con quell’incredibile scambio tra il pubblico e la band, con Vedder che sembrava non volesse più scendere dal palco; e adesso, vedendo il cantante tra gli amici che erano con lui quando compose MFC e la eseguì per la prima volta. Quando mi passa l’ennesimo attacco di complesso dell’intruso, mi riavvicino a Eddie. Gli dico che ho parlato con Tchad Blake delle session di Binaural. «Ha forse detto che sono il ragazzo più dolce del mondo?», mi chiede scherzando, con l’aria da… ragazzo più dolce del mondo. Gli spiego che Tchad mi ha parlato bene di una canzone, Fatal, che alla fine non è entrata nell’album. Gli dico anche che ho ascoltato in versione MP3 un’altra outtake dall’album, In the Moonlight, e lui mi guarda con un’espressione del tipo: come?! Poi sorride e dice: «No, non c’è problema. Più musica c’è là fuori, meglio è. In quanto a Fatal, è una bella ballata scritta da Stone. Solo che… Vedi, un disco ha un suo ritmo, un suo svolgimento, un suo equilibrio dato dalla successione delle canzoni, anche se non so se c’è gente che ancora ascolta i dischi in questo modo… Fatal era bella, ma avrebbe spezzato l’atmosfera e reso l’album troppo lungo».

Ci lasciamo con la promessa di rivederci. Due giorni dopo, a Milano, è un’altra incredibile festa. È raro vedere un pubblico altrettanto caloroso. Eddie lo sa e alla fine dirà che il concerto di Milano è stato molto meglio di quello di Verona. Non posso dargli né ragione né torto, perché stasera il mio punto di osservazione è completamente diverso. Oggi osservo la belva da fuori dalla gabbia. Calato nella ribollente e sudatissima atmosfera delle prime file, dove la security cerca di tenere a bada i più agitati, la musica dei Pearl Jam è semplicemente travolgente. Senza l’immensa “buca” di Verona e senza le sedie piantate al terreno che immobilizzavano i ragazzi in platea, l’atmosfera è ancora più calda. Il fatto che i Pearl Jam abbiano deciso di cambiare ben 14 canzoni rispetto allo show di due giorni fa è fonte di ulteriore delizia. Prima dei bis, Eddie arriva come sempre armato di Polaroid e scatta foto del pubblico: «Queste sono le fotografie dei più grandi cantanti del mondo», dice.

Mi sembra che la ferocia sonora d’un tempo abbia trovato una via per diventare gioia collettiva e forse, davvero, Eddie ha esaudito il desiderio espresso qualche anno fa di riuscire a regalare alla gente non solo rabbia, ma anche felicità. Poi c’è stato Roskilde e niente è stato più come prima. I Pearl Jam non ci andavano da cinque anni. Allora facevano da backing band di Neil Young. Adesso il palco era tutto loro. Erano passati solo dieci minuti dall’inizio del concerto e già Eddie invitava il pubblico ad allentare la pressione sulle prime file. L’aveva fatto decine di volte in passato, quando la situazione lo richiedeva. Ma non poteva immaginare che quella sera, in mezzo alle 50 mila persone accorse al festival, stava accadendo qualcosa di spaventoso e incontrollabile. «La pressione» ha raccontato un ragazzo danese presente allo show «era insopportabile già prima che i Pearl Jam salissero sul palco».

RoskildeCirca tre quarti d’ora dopo l’inizio dell’esibizione, Vedder stava cantando Daughter, quella stessa canzone che otto giorni prima, al FilaForum di Assago, aveva segnato uno dei momenti di maggior comunione tra il gruppo e il pubblico. A Milano Eddie era visibilmente commosso: aveva conquistato un pezzetto di paradiso. Adesso, davanti all’Orange Stage del Roskilde, c’era l’inferno. La musica taceva. «È importante che facciate tutti tre passi indietro», diceva Eddie al pubblico che pareva immobilizzato, come intrappolato da se stesso. Alcune pericolosissime ondate di spinte avevano creato una pressione insostenibile sui ragazzi. «Era come se il terreno si movesse sotto i piedi», ha dichiarato un ragazzo belga, «come una malefica allucinazione. La gente ha cominciato a muoversi, in preda al panico». Erano caduti a decine, complici le piccole transenne a U rovesciata fissate al terreno e soprattutto il scivolosissimo fango sotto i piedi. Qualcuno, più fortunato, era stato riacciuffato da chi gli stava vicino. Altri erano rimasti giù, calpestati, contusi, senza più respiro. «La gente faceva di tutto per uscire da quell’inferno», ha detto un testimone, «ma era impossibile muoversi».

Nessuno può dire che cosa hanno provato Eddie, Stone, Jeff, Mike e Matt negli interminabili minuti passati sul palco senza suonare, a guardare increduli quel che accadeva. Mentre si cercava disperatamente di rianimare le vittime, i megaschermi dell’Orange Stage riproducevano impietosamente l’immagine di Eddie disperato in lacrime. In quel momento si credeva che la vittima fosse una. Più tardi il bilancio si sarebbe rivelato ancora più tragico: nove morti (tre danesi tre svedesi, un tedesco, un olandese e un australiano, tra i 17 e i 26 anni), una trentina di feriti gravi. Ma ormai Eddie si era chiuso nella sua stanza d’albergo e aveva tagliato ogni contatto col mondo esterno. Impossibile avvicinarlo. Quello che aveva visto accadere era semplicemente… troppo. Qualche ora dopo, sul sito ufficiale del gruppo appariva un breve e sentito comunicato in cui i Pearl Jam si dicevano devastati dall’accaduto: «È così doloroso… Stiamo tutti aspettando che qualcuno ci svegli e ci dica che è stato solo un orribile incubo… E non ci sono assolutamente parole per esprimere la nostra angoscia riguardo i genitori e chiunque amasse le vite preziose che sono andate perdute. Non ci hanno ancora detto quel che è accaduto esattamente, ma sembra che tutto sia successo senza nessun motivo e spaventosamente in fretta… non ha alcun senso. Quando accetti di suonare in un festival così grande e con una tale reputazione è impossibile immaginare che le cose vadano a finire in modo così straziante. Le nostre vite non saranno più le stesse, ma sappiamo che non è niente al confronto del dolore delle famiglie e degli amici delle vittime. È così tragico… non ci sono parole».

Le due rimanenti date europee venivano cancellate. Il tour americano, la cui partenza era prevista circa un mese dopo, messo in forse. La pubblicazione del singolo Light Years rimandata. I fan intasavano Internet con messaggi di solidarietà, architettavano iniziative per dimostrare alla band solidarietà durante il tour statunitense, raccoglievano firme, sfogavano rabbia, esprimevano incredulità. E ricordavano quanto detto da Eddie in un concerto americano del ’96: «Se qualcuno stasera si facesse male al punto di non sopravvivere… non credo che riusciremo più a suonare dal vivo». Adesso era accaduto, e la tragedia assumeva dimensioni apocalittiche. Lee Ranaldo dei Sonic Youth, il gruppo supporter per le date americane dei Pearl Jam, diceva di aver parlato con Vedder: «È devastato. Dice che suonare è l’ultima cosa che ha in mente. Non può affrontare nuovamente il palco, adesso. Spero cambino idea». Attraverso i canali ufficiali i Pearl Jam tacevano. Non avrebbero parlato per intere settimane.

Nella storia del rock le coincidenze si trasformano facilmente in fatalismo. E il fatalismo è precisamente qualcosa da cui i Pearl Jam hanno sempre lottato per affrancarsi. Viene da pensare a quanto accadde l’estate di otto anni fa a Roskilde durante un’esibizione dei Pearl Jam. Allora Eddie era ebbro di stanchezza e di rabbia: il giorno prima, a Stoccolma, aveva subito uno stupro alla sua intimità già messa in pericolo da una popolarità difficile da arginare. Qualcuno era entrato nei camerini e aveva rubato alcuni oggetti appartenenti alla band, tra cui due diari personali del cantante. Quando, il giorno dopo, vide che alcuni membri della security un po’ troppo zelanti stavano massacrando un ragazzo reo di essere salito sul palco del Roskilde, Vedder si era gettato d’istinto nella mischia dando il via a una vera e propria rissa. Anche allora venne cancellato il resto del tour europeo. Allo stesso modo, non può che essere una macabra coincidenza il fatto che i Pearl Jam abbiano seguito gli Who anche nella sventura. Dopo Roskilde, Eddie si era rifugiato in Spagna. Aveva parlato al telefono con Pete Townshend. Il chitarrista, che tempo fa Vedder aveva affettuosamente definito «un padre adottivo», era passato attraverso un dramma simile quando, nel dicembre 1979, undici ragazzi erano morti schiacciati nella calca all’entrata di un concerto degli Who al Riverfront Coliseum di Cincinnati. Incredibilmente, la band venne avvisata dell’accaduto solo dopo la fine dello show. Due giorni dopo la tragedia di Roskilde, Pete rendeva noto di aver parlato con Vedder. «Gli ho spiegato quali furono i nostri errori dopo il disastro di Cincinnati – in poche parole, ce ne andammo troppo presto e io parlai alla stampa in modo troppo incattivito senza la giusta considerazione del fatto che a meritare rispetto erano i morti e le loro famiglie. Fortunatamente, i Pearl Jam e il loro management sono rimasti in Danimarca e hanno cancellato i concerti successivi. Altre band hanno dimostrato rispetto rifiutandosi di suonare. Se avete fede, pregate per le vittime e le loro famiglie, e per chiunque sia stato coinvolto. È stata un’esperienza orribile per loro».

Durante il concerto degli Who della sera prima, nel New Jersey, Townshend aveva brevemente parlato al pubblico di Eddie prima di suonare Let’s See Action. Non credo che Pete abbia scelto a caso quella canzone, la stessa che Eddie mi aveva fatto ascoltare dieci giorni prima a Verona. Scritta nel 1971 e incisa per Lifehouse, fu pubblicata dagli Who su singolo e poi inclusa da Pete nel disco solista Who Came First. Nonostante il verso «forza, pubblico, abbattete la recinzione» suoni sinistro dopo i fatti di Cincinnati e di Roskilde, la canzone è un incitamento alla liberazione spirituale pieno della religiosità di cui era imbevuta la poetica del Townshend d’allora, seguace del guru Meher Baba. Dopo la strage di Cincinnati, gli Who dedicarono più volte il brano alle vittime. «Conquistiamo la nostra libertà», cantava Pete, «vediamo a chi importa davvero». Ai tempi Pete sbagliò a non dimostrare che a lui importava davvero. Conoscendone il carattere facilmente infiammabile, dopo la tragedia di Cincinnati i giornalisti lo punzecchiarono e lui reagì lasciandosi guidare dalla rabbia, affermando che non era il caso di inviare fiori ai funerali delle vittime, «perché quando uno è morto, è morto». Per superare lo shock Townshend si chiuse in un’impenetrabile corazza di cinismo, minimizzando quando accaduto. «Dovevamo pensare così», disse una volta, «dovevamo minimizzare l’evento, perché se avessimo ammesso a noi stessi la portata, il vero significato di quanto accaduto, non saremmo riusciti ad andare avanti». Ma, dentro di sé, odiava essere in una band in qualche modo responsabile della morte di undici ragazzi. Bevve ancora di più, inaugurando di lì a poco due anni di sbronza quasi ininterrotta.

Oggi, mentre in testa mi risuona Let’s See Action cantata da Eddie Vedder, spero che i Pearl Jam non facciano gli stessi errori degli Who. Può darsi che il tempo rimargini questa ferita, ma difficilmente tutto tornerà come prima. Mi viene in mente un’altra canzone, una delle più tristi di Bruce Springsteen: Wreck on the Highway. Lui è in autostrada, sotto la pioggia, torna a casa dopo una giornata di lavoro. A un certo punto si imbatte in un incidente: vetri, sangue, un uomo morente sul bordo della strada implora aiuto. Finalmente arriva l’ambulanza, ma sai perfettamente che l’immagine dell’incidente resterà per sempre impressa nella mente del protagonista della canzone. «A volte rimango seduto nell’oscurità», recita l’ultima strofa, «e guardo la mia piccola mentre dorme. Poi mi arrampico sul letto e la stringo forte. Rimango lì, sveglio nel mezzo della notte, a pensare a quell’incidente sull’autostrada». Spero che Eddie, Jeff, Stone, Mike e Matt abbiano qualcuno da stringere stanotte e ogni volta che le immagini di Roskilde torneranno a tormentarli.

 

 

Pubblicato nel 2000 su JAM

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