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La gioiosa macchina da guerra dei Public Enemy

promo-public-enemyFlavor Flav non vuole saperne di scendere dal palco. La musica è finita, Chuck D e gli altri se ne sono andati da un pezzo, ma lui è ancora lì ad arringare il pubblico. Fa alzare i diti medi e urlare «Fanculo il razzismo!» e «Fanculo il separatismo!». Dice che su questa Terra siamo figli dello stesso Dio, che dobbiamo stare uniti, che esiste una sola razza, la razza umana. Alla fine gli staccano il microfono. Lui toglie la canotta bianca, la strizza per bene e sceglie accuratamente a chi darla fra i ragazzi delle prime file. Poi, finalmente, si ritira nelle quinte. La gente rimane lì, alla fine del concerto dei Public Enemy al Magnolia, poco fuori Milano, con la residua speranza di avere un altro po’ di musica. Il pubblico, tanto e festoso, ha appena assistito a un gran concerto, un promemoria di cosa rappresentano i Public Enemy nella storia dell’hip-hop, la dimostrazione di cosa possono fare dei rapper ultracinquantenni, una prova dello spirito indomito di Chuck D e del carattere giullaresco di Flavor Flav.

Salgono sul palco poco dopo le 22 accompagnati da cinque membri della S1W che fanno tanto scenografia, anche se in divisa estiva sono meno impressionanti del solito. Davanti al telone col b-boy nel mirino ci sono DJ Lord con indosso una maglia del Milan e il batterista T-Bone Motta. Davanti a loro, il chitarrista Khari Wynn e il bassista Davy DMX, per un suono che mette assieme basi, scratch vecchia scuola e musica suonata con evidenti echi funk. Oggi i Public Enemy sono una gioiosa macchina da guerra, più divertenti che minacciosi. L’età si sente: Chuck D corre da una parte all’altra del palco, ma ha 55 anni; Flav ne ha 56, si vanta d’essere diventato nonno per la sesta volta e scorrazza su uno skate scivolando come in una sequenza di Spike Lee. Sanno come intrattenere il pubblico, che è per lo più giovane, troppo per avere vissuto gli anni d’oro della band. Ma i Public Enemy oggi sono quel che i Rolling Stones sono per il rock.

Col solo Chuck D sul palco, attaccano con i suoni pesanti di Miuzi Weighs a Ton e abbassano i toni con Lost in Space Music, dall’album uscito il 15 luglio Man Plans God Laughs, mezz’ora di nuova musica che rimescola i temi del razzismo, dell’ecologia, dello strapotere delle multinazionali, del ritorno in Africa, dell’educazione. «Flavor Flav is in the house!», annuncia il cantante per Rebel Without a Pause. Cappellino e occhiali da sole, ma senza l’orologio sul petto, Flav scatena il delirio. 911 Is a Joke è uno dei momenti più divertenti della serata. Il joker del gruppo ricorda orgogliosamente che dal 2013 i Public Enemy fanno parte della Rock and Roll Hall of Fame e finalmente tira fuori l’orologio dalla maglietta. Altro boato. «Sì, ho 56 anni, ma mi sbatterò come se ne avessi 25. 56 is the new 26». Arriva Welcome to the Terrordome ed è usata per ritagliare piccoli spazi solisti agli strumentisti – persino Flav imbraccia il basso. È ovvio che si tratta di un concerto di una delle band più impegnate della storia dell’hip-hop, ma è anche e soprattutto una festa dallo spirito contagioso.

«Fanculo i governi, noi amiamo la gente», dice Chuck D introducendo il pezzo dedicato a J. Edgar Hoover, potentissimo direttore dell’FBI per quasi cinquant’anni. I due cantanti prendono qualche scorciatoia, incitano a saltare e urlare «yo» di continuo, però poi picchiano duro tirando fuori i vecchi pezzi hardcore. A volte il caos sonoro, gestito in maniera sublime nei primi album, rende le esecuzioni instabili e sfilacciate, sul punto di collassare. Durante He Got Game Flav ripete come un ossesso «Clap your hands» in modo maldestro e stonato, rovinando l’esecuzione. Il riff dei Rolling Stones su cui è costruita la nuova Honky Talk Rules è reso squadrato, marziale e heavy, mentre Fight the Power è un tripudio di pugni alzati. A quel punto Chuck D abbandona il palco e DJ Lord offre una spettacolare prova di scracth su due piatti usando come base Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Il pubblico lo acclama, Flav gli chiede un altro pezzo prima di occupare il palco con due sue canzoni.

A quel punto ci si aspetta i bis, qualche pezzo forte per chiudere in bellezza, e invece il gruppo spezza il ritmo del concerto e mette in scena un pezzetto del proprio mondo. Flav chiama un breakdancer che balla accompagnato dal batterista e da Chuck all’armonica a bocca, una cosa improvvisata e old school. Poi salgono sul palco il capo della sicurezza Malik Farrakhan aka Tony King e il regista italo-marocchino Reda Zine che gli ha dedicato il bel film-documentario The Long Road to the Hall of Fame, che è stato mostrato nei locali del Magnolia prima del concerto. A quel punto è quasi mezzanotte e c’è tempo solo per la botta hardcore di Shut ‘em Down e per Harder Than You Think scelta come finale perché è sorprendentemente la loro canzone più popolare in Europa, ma in Italia sarebbero state più appropriate Fight the Power e Bring the Noise. E poi c’è Flav, la canotta bianca e gli slogan contro il razzismo. Ho in testa le sue parole quando all’uscita ascolto il dialogo allarmato fra due addetti alla sicurezza del locale. «Ehi, c’è un nero vicino alla recinzione! Vai a vedere che cosa sta facendo, va’…!», dice uno. L’altro corre nella direzione indicata dal collega, ma si ferma dopo una dozzina di metri. «No, tranquillo, mi sa che è uno del gruppo».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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