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Da riscoprire: la storia di “Amused to Death”

roger waters 1992Musiche estreme fatte per colpire, non per sedurre. Un saliscendi da montagne russe fra “vuoti” e “pieni”. Un cast di una quarantina di musicisti e coristi. Una produzione spettacolare architettata con Patrick Leonard. Suoni concreti ed effetti sonori esplosivi. Un’idea apocalittica del mondo. Per molti, Amused to Death è il disco solista dove meglio s’amalgamano le anime di narratore sonoro e polemista politico di Roger Waters. Eppure non andò sufficientemente bene da convincerlo ad andare in tour. Mentre gli ex compagni riempivano gli stadi usando la sigla Pink Floyd, lui era tornato allo status di musicista di culto, un ridimensionamento che non s’aspettava, convinto com’era che la gente gli attribuisse la paternità di The Wall e The Dark Side of the Moon. Ma aveva qualcosa da dire, e in Amused to Death lo disse a modo suo. Niente Another Brick in the Wall e nemmeno Money: il terzo disco solista di Roger Waters richiamava piuttosto la cruda poetica sonora di The Final Cut. Se l’ultimo album del musicista coi Pink Floyd rifletteva sull’eredità lasciataci dai combattenti della Seconda guerra mondiale e sul conflitto nelle Falklands, Amused to Death ne aggiornava il messaggio e contenuti ai tempi delle bombe intelligenti e della tv come finestra attraverso cui osservare il mondo.

Come tutti i dischi solisti di Roger Waters, Amused to Death del 1992 è costruito seguendo il principio della continuità narrativa. Pur non raccontando una storia coerente, è un concept che accosta una serie di vignette legate da alcuni temi. L’intuizione per il titolo venne leggendo il saggio di Neil Postman su mass media e comunicazione politica Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business (1985). L’idea di rappresentare la razza umana attraverso l’immagine della scimmia derivò dal film di Stanley Kubrik 2001 odissea nello spazio. In mano al primate Waters non piazza un osso, ma un telecomando. Ad osservarlo c’è il capitano di una nave aliena che non può che verificare con sgomento la tendenza della razza umana all’autodistruzione. Amused to Death non è però una parabola fantascientifica. Contiene momenti d’intenso realismo, un po’ di satira, l’idea di vivere in una società dai tratti orwelliani, una fiera rivendicazione d’ateismo, e un pizzico di speranza.

amused to deathChe non si tratti di una fantasia distopica lo dicono le prime note di The Ballad of Bill Hubbard dove Waters fa sentire la voce del fuciliere Alf Razzell, che vide in un documentario sui sopravvissuti della battaglia della Somme, in Francia, quando durante la Prima guerra mondiale gli anglo-francesi tentarono di sfondare le linee tedesche. Fatto prigioniero, Razzell cercò di portare in spalla un commilitone ferito, Hubbard appunto, finché non fu costretto a lasciarlo nella “no man’s land” alimentando un senso di colpa che sarebbe durato una vita intera. La prima vera canzone, scelta all’epoca come singolo, era What God Wants, Part 1, un elenco di delitti perpetrati in nome della religione, un concetto sottolineato in Perfect Sense, uno dei pezzi più poetici dell’album, nell’immagine della scimmia (la razza umana, quindi) che non ha memoria, non coltiva il senso della storia e “si lava le mani in una pozza di scritti sacri”. Se The Bravery of Being out of Range è un attacco a Ronald Reagan, ancora simbolo nel ’92 di ciò che è sbagliato nel sistema politico e «influenza maligna su milioni di persone nel mondo», le due parti di Late Home Tonight mostrano un mondo stranamente interconnesso: la moglie di un contadino nell’Oxfordshire inglese sente il rombo dei jet che decollano da una vicina base americana. Non sa che andranno a bombardare Tripoli e uccidere una donna ignara e innocente quanto lei. L’attacco ebbe luogo nel 1986 e fu secondo Waters un «esercizio d’intrattenimento» poiché volutamente sincronizzato con i telegiornali della sera. Chi ascoltò l’album appena uscito non poté non pensare alle dirette dedicate alla Prima guerra del Golfo del ’90-91.

Il tema della tecnologia pervade i testi. Waters è preoccupato dal feticismo associato agli ultimi ritrovati tecnologici e dall’energia sessuale associata alle macchine da guerra. Sono più ambivalenti i sentimenti provati verso la televisione, un mezzo talmente potente nell’epoca pre Internet da evocare immagini da Grande fratello. Se nella seconda parte di Perfect Sense la guerra è trasformata in uno spettacolo televisivo che la narrazione di Waters e la partecipazione del commentatore Marv Albert confondono abilmente con un evento sportivo, in Watching TV la televisione è il mezzo attraverso il quale abbiamo preso coscienza della strage del 1989 in Piazza Tienanmen, a Pechino e che ha trasformato una studentessa, protagonista della canzone, in un nuovo soggetto storico, «per metà superstar e per metà vittima». E non abbiamo visto ancora nulla, ammonisce Waters in It’s a Miracle dove descrive gli effetti nefasti della globalizzazione sette anni prima di No Logo di Naomi Klein. Le idee espresse nell’album si coagulano nella canzone che dà il titolo al lavoro s’inscena l’atto finale di questa «supermarket life» e della nostra civiltà tutta, la cui dissoluzione è certificata da un antropologo alieno perplesso di fronte al nostro comportamento dissennato. Gli extraterrestri non spenderanno una lacrima per noi: ci siamo autodistrutti e ci è piaciuto farlo. Di noi non restano che «ombre raggruppate davanti agli schermi della tv».

Roger Waters Jeff BeckLiberatosi dal dogma strofa-ritornello-strofa, Waters trasforma le canzoni in piccole narrazioni libere dove strumenti ed effetti sonori concorrono a creare un’esperienza sonora dal carattere cinematografico. Se in The Pros and Cons of Hitch Hiking dell’84 s’era messo al fianco Eric Clapton, uno dei pochi chitarristi in grado di non sollevare paragoni con David Gilmour, per Amused to Death recluta Jeff Beck, autore degli assoli più spettacolari, e un piccolo esercito d’altri chitarristi comprendente il fidato Andy Fairweather Lowe, Steve Lukather, BJ Cole, Tim Pierce, Geoff Whitehorn. Waters non rinuncia ai cori femminili che da metà anni ’80 in poi sono una delle caratteristiche del suo sound, chiama session man di prima categoria e l’arrangiatore Michael Kamen, dimostrando una volta ancora d’avere ottimo gusto nella scelta dei collaboratori. L’idea che l’album sia un concept è rafforzata dalla suddivisione di alcune canzoni in più parti, una pratica inaugurata già ai tempi dei Pink Floyd. L’album fu mixato in QSound, una tecnologia audio che prometteva di offrire la sensazione d’essere circondati dalla musica ascoltando il lavoro con due altoparlanti sufficientemente potenti (non in cuffia). Gli effetti sonori rimbalzano fra quadri naturalistici, riprese sonore dalla tv, rumore bianco, esplosioni belliche che rendono ancora più cupa l’atmosfera.

Riallacciandosi alla poetica dei suoi ultimi due album coi Pink Floyd e del primo da solista, Roger Waters riprese contatto con lo stile messo a punto a fine anni ’70, mettendo da parte le insicurezze che lo avevano spinto a dare una patina di modernità a Radio K.A.O.S. dell’87 e scrivendo il suo album solista più convincente in un’alternanza fra quadri violenti e sprazzi di poesia. Non tutti, all’epoca, se ne accorsero e chissà che la recente ripubblicazione non contribuisca a cambiare le cose. Amused to Death è stato rimixato in versione 5.1 surround e rimasterizzato da James Guthrie, uomo di fiducia sia di Waters che di Gilmour. Il nuovo mix promette di dare risalto a piccoli particolari sonori sepolti nella vecchia versione. La nuova veste grafica è curata da Sean Evans, direttore creativo del fortunatissimo tour di The Wall del 2010-2013 che in settembre arriva al cinema. La ristampa esce in quattro versioni: compact disc; CD + Blu-Ray; doppio LP; doppio LP picture disc. Nonostante il cambiamento dello scenario internazionale e l’avvento di Internet che ha ridimensionato il potere della tv oggetto dell’album, 23 anni dopo la pubblicazione originale Amused to Death è ancora stranamente attuale.

Amused-To-Death-ristampa

Pubblicato originariamente su Rockol

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1 risposta »

  1. se questo disco fosse stato suonato e pubblicato con i Pink Floyd avrebbe raggiunto un successo maggiore. il disco più pinfloydiano di Waters. Un vero peccato non riproporlo in un tour.

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