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Il tragico destino di “Amy”

amy1È pieno di flash, il docufilm dell’inglese Asif Kapadia dedicato a Amy Winehouse. Sono le luci delle macchine fotografiche dei paparazzi che seguono costantemente l’icona del soul britannico. Sono impressionanti, quei flash, carichi, abbaglianti, innaturali. È stato il regista a renderli ancora più accecanti di quanto fossero in realtà, perché questa è una delle tesi di Amy, il documentario che ha debuttato in maggio a Cannes e sarà distribuito nelle nostre sale il 15, 16 e 17 settembre: Amy Winehouse è morta per i peccati dell’industria dell’intrattenimento e di chi non ha protetto adeguatamente la sua vulnerabilità. La Winehouse di Kapadia è un po’ Kurt Cobain e un po’ Marilyn Monroe, un’artista troppo fragile per il proprio talento, una predestinata al successo e alla rovina. Ma è anche un po’ Lady Diana, braccata dall’industria del gossip e in qualche modo vittima di essa. Il regista ci offre la sua figura malferma e il suo profilo esile come se potessimo guardarci attraverso. I suoi uomini – soprattutto il marito e il padre – ne escono come approfittatori o per lo meno come testimoni incoscienti della sua rovina. E così al termine dei 128 minuti del film si finisce per accomunare la figura dell’inglese a quelle delle grandi cantanti americane del passato dall’autostima inversamente proporzionale al talento, da Billie Holiday a Janis Joplin. Tutte dipinte come vittime di un uomo, di un sistema, delle proprie fragilità. Amy è un film su un bisogno d’amore disperato, e su cosa succede quando esso viene tradito.

È un film su un bisogno d’amore disperato

Un po’ come ha fatto cinque anni fa in Senna, il film dedicato al campione brasiliano di Formula 1 morto nel 1994 sul circuito di Imola, Kapadia evita di soprapporre alle immagini una narrazione esterna. Preferisce raccogliere testimonianze audio – niente filmati in studio che avrebbero potuto mettere a disagio gli intervistati – e soprattutto far parlare le immagini d’epoca montandole ad arte per raccontare una parabola netta, e tristemente comune nel mondo della musica popolare, che va dall’alba della ragazzotta dotata di talento al tramonto della superstar sopraffatta dai propri demoni. Nel farlo, ci fa ascoltare la voce di Winehouse che racconta i momenti chiave della sua storia e ci mostra anche materiale inedito, poco visto, a svolte scioccante. Ci si stupisce di fronte alla quantità di video disponibili, specie se si pensa che molte riprese risalgono all’era precedente la diffusione di smartphone e videocamere digitali. In questo senso, l’estetica di Amy riflette lo spirito dei tempi in cui ogni fatto è testimoniato da un filmato o un’immagine. Winehouse ne esce come un’eroina pop contemporanea, per certi versi trasparente, cui sarà dedicato nel novembre 2015 un cofanetto contenente otto dischi in vinile (gli album Frank e Back to Black, il postumo Lioness: Hidden Treasures, il concerto del 2007 al Shepherd’s Bush Empire, un disco di rarità).

amy2Ecco il padre di Amy, Mitchell Winehouse, in una delle scene più disturbanti del film, quando porta la troupe del reality tv di cui è protagonista sull’isola dove la figlia è fuggita e sta tentando di rimettere in carreggiata la sua esistenza – non esattamente la mossa di un padre amorevole e sensibile. Sono immagini semplici – papà e cameraman che vogliono filmare la ragazza sulla spiaggia di Saint Lucia, lei che se ne lamenta – eppure terribilmente violente perché arrivano dopo una parte intensa sulla “caccia” alla cantante da parte della stampa. Ecco il marito Blake Fielder-Civil che vanifica ogni tentativo di disintossicazione. Ecco i sintomi della bulimia, tragicamente sottovalutati. Ecco comici e presentatori televisivi che commentano con leggerezza i drammi della donna, come se fosse un cartoon e non un essere umano. Ecco i segni evidenti degli abusi, sul corpo, nel viso, negli occhi: alcol, coca, crack, eroina. Ecco Amy, stufa di Back to Black, meditare un disco jazz con Questlove e l’amico Mos Def. Eccola vincere un Grammy e confessare che «è tutto noioso senza droga». E nulla può la presenza nella sua vita del primo manager Nick Shymansky e delle amiche d’infanzia Lauren Gilbert e Juliette Ashby, le cui testimonianze attraversano tutto il film e ne rappresentano la voce della ragionevolezza e del vero affetto. L’amica ricorda con emozione l’ultima telefonata di Winehouse, apparentemente ripulita, che le chiede scusa e si dice pronta a cambiare vita. Ma il suo corpo, indebolito della bulimia, non regge più. Ecco, infine, la morte per intossicazione d’alcol nel luglio 2011, a soli 27 anni, e il suo fragile corpo caricato in ambulanza in una sacca e salutato dai fan, perché tutto avviene sotto l’occhio del pubblico, anche i riti più penosi e privati.

I testi delle canzoni, sottotitoli della vita di Amy

Il sottotitolo di Amy è «The girl behind the name» ed effettivamente il documentario racconta la ragazza dietro a quelle tre lettere e in parte racconta pure l’artista, anche se qualche immagine e suono e parola in più poteva essere spesa per quella voce, quel timbro screziato di jazz, quel modo di cantare quasi da strumento a fiato, l’inflessione imitata e impareggiabile che evocava strafottenza e assieme vulnerabilità. Il filo conduttore è fornito dai testi delle canzoni che si materializzano sullo schermo e sembrano davvero sottotitoli dell’esistenza di Winehouse. La musica è protagonista della prima parte, sull’ascesa della vocalist jazz-pop che ama Dinah Washington, Sarah Vaughan, Thelonious Monk. La vediamo registrare la canzone Back to Black, e il successo di quell’album e di Rehab cambia tutto. Da quel momento l’artista sparisce dall’orizzonte, la musica diventa un pretesto e al centro della narrazione sono poste la dipendenza e la fragilità. Fa pena vederla cantare Rehab stonata e strafatta. Fa tenerezza vederla rassicurata da Tony Bennett nella sua ultima registrazione conosciuta. È disperante vederla autodistruggersi, nel fisico e nella psiche. E poi mollare tutto sul palco di Belgrado, con un ragazzo del pubblico che urla «canta o ridammi i soldi» e lei sta lì, con la faccia di chi sta sabotando la propria carriera, di chi è disperata e sa di esserlo.

«Non credo che diventerò mai famosa. Diventerei pazza»

Film dai toni tragici, Amy è costruito per rendere umana l’icona e suscitare empatia verso la protagonista, vulnerabile e ipersensibile. Riesce perfettamente nel suo intento, anche se qualche minuto in meno l’avrebbe reso più efficace. Si esce dal cinema intristiti e persino arrabbiati perché tutto sembra tramare per arrivare al tragico finale che i dottori preconizzavano da tempo: «Non vuoi mica morire?», le chiedevano e lei rispondeva di no. Non stupisce che il padre e l’ex marito abbiano criticato la pellicola: sono loro i “cattivi” della storia che al posto di salvare l’eroina ne ignorano le richieste d’aiuto stabilendo con lei relazioni disfunzionali. Kapadia indaga la spaventosa caduta di Winehouse rendendoci partecipi del destino dell’artista e persino corresponsabili di esso, noi che in un modo o nell’altro eravamo dietro a quei flash. E tutto si riduce alle parole pronunciate dalla cantante che s’ascoltano nel film: «Non credo che diventerò mai famosa. Non lo potrei reggere. Diventerei pazza». Davvero, sembra la trama di Amy.

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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