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Da riscoprire: la storia di “Blow by Blow”

Jeff BeckPrima di Joe Satriani e Steve Vai, prima dei palasport riempiti dagli shredder ipertecnici, prima dell’“eruzione” di Eddie Van Halen, prima di tutto ciò c’era Jeff Beck. A metà anni ’70 il musicista inglese rappresentava l’emblema del guitar hero, il chitarrista in grado di creare nuovi mondi sonori coniugando tecnica, audacia, visione. C’erano altri eroi della chitarra, da Eric Clapton a Jimmy Page per citare chi l’aveva preceduto e seguito negli Yardbirds. Avevano riempito le arene, venduto milioni di dischi, fatto la storia del rock. Ma nessuno era riuscito a entrare nella top 10 americana con un album interamente strumentale. L’impresa riuscì a Beck. Pubblicato il 29 marzo 1975, Blow by Blow arrivò al numero 4 della classifica americana, guadagnò un disco di platino, rivoluzionò la carriera di Beck, liberò nuove energie, indicò la via per i chitarristi che ne avrebbero seguito le orme. Eppure non andò bene nel Regno Unito, dove vendette poco e fu accolto da una stroncatura del Melody Maker. L’album, scriveva il recensore, «è degno di nota solo per la sua vacuità». Dall’altra parte dell’Atlantico, un milione di persone la pensava in modo radicalmente diverso.

Già chitarrista degli Yardbirds, band chiave nell’evoluzione del rock-blues britannico, Jeff Beck aveva passato l’ultimo scorcio d’anni ’60 e l’inizio dei ’70 guidando il Jeff Beck Group, un ensemble a formazione variabile da cui erano passati Rod Stewart e Ron Wood. S’era poi unito al bassista e al batterista dei Vanilla Fudge, rispettivamente Tim Bogert e Carmine Appice. L’avventura del supergruppo Beck, Bogert & Appice s’era consumata nell’arco di un solo, omonimo album in studio e di un Live in Japan, entrambi del ’73. L’anno seguente, Beck aveva partecipato ad alcune session e, in dicembre, a un provino per entrare a far parte dei Rolling Stones in cerca di un sostituto di Mick Taylor. Dieci anni dopo avrebbe detto che «non c’era energia, non c’erano i presupposti perché riuscissi a suonare come volevo» e che per i suoi gusti gli Stones erano troppo lenti e rilassati. Il piano che aveva in mente era decisamente più audace e non prevedeva che uno del suo calibro facesse da spalla a Keith Richards. Non prevedeva nemmeno la presenza di un cantante: per la prima volta nella sua vita avrebbe inciso un album interamente strumentale. Accadde un po’ per scelta, un po’ per mancanza di un vocalist su cui fare affidamento, un po’ su insistenza di uno dei produttori più famosi al mondo.

Blow By Blow adMentre Eric Clapton andava a registrare in Giamaica e Jimmy Page impegnava in Led Zeppelin nel tour de force orientaleggiante di Kashmir, Beck guardava alla scena fusion che era esplosa negli Stati Uniti e che prometteva scenari impossibili da realizzare restando fedele al rock-blues e alle declinazioni hard e prog a cui s’era dedicato fino a quel momento. E così per incidere nel 1974 l’album della svolta Blow by Blow chiamò George Martin, il produttore dei Beatles, ma anche e soprattutto dell’album orchestrale Apocalypse della Mahavishnu Orchestra, il gruppo delle meraviglie del chitarrista John McLaughlin che tanto ammirava. In quell’autunno, al fianco di Beck c’erano Carmine Appice, Max Middleton (tastierista e co-autore, ex Jeff Beck Group) e il bassista Phil Chen. Quando il manager di Beck lo informò che sarebbe stato accreditato come semplice session man, Appice se ne andò sdegnato. Avrebbe scoperto a cose fatte che le sue parti erano state cancellate e risuonate da un altro batterista, Richard Bailey. «Ero furioso», ha detto Appice a Let It Rock, «perché ero stato io a indirizzare Jeff verso il jazz-rock di Billy Cobham, Mahavishnu Orchestra e Stanley Clarke».

Blow by Blow è il risultato della collaborazione a tre fra Beck, Martin e Middleton. Il primo era un rocker abituato ad andare per le spicce, il secondo un gentleman di quasi vent’anni più vecchio: il tastierista fungeva da tramite fra i due, “traducendo” le idee di Martin a beneficio di Beck, e viceversa. Il chitarrista accettò di buon grado di usare degli arrangiamenti per archi scritti dal produttore per sostenere i pezzi che chiudevano le due facciate, Scatterbrain e Diamond Dust. La cover di She’s a Woman dei Beatles non era stata suggerita da Martin, ma da Middleton: Beck la suonava da alcuni mesi mimando con la chitarra la linea vocale di Paul McCartney. La versione di Blow by Blow echeggia il reggae di moda in quel periodo – Bob Marley stava progressivamente conquistando media e pubblico occidentale – e contiene un effetto “talking” assai di moda all’epoca. Dopo avergli fatto annusare ed essersi ripreso la formidabile Superstition, che comunque il chitarrista aveva suonato con Bogert e Appice, Stevie Wonder fece due regali a Beck: gli diede Thelonius, che il chitarrista aveva già abbozzato con i due Vanilla Fudge, e Cause We’ve Ended as Lovers. Quest’ultima, scritta da Wonder per il disco del ’74 della moglie e cantante Syreeta Wright, fu trasformata da Beck in una dedica dolente e poetica a Roy Buchanan e al suo modo di suonare.

blow by blow coverQuarant’anni dopo la pubblicazione, Blow by Blow suona ancora coinvolgente e amabile, uno dei motivi del suo successo, unito al fatto che i ragazzi cresciuti con il rock degli anni ’60 erano diventati sufficientemente adulti per apprezzare il gusto più sofisticato del 33 giri. La sezione ritmica permette al chitarrista d’inventarsi jam avventurose dove s’incrociano funk, rock e jazz, ma la vera spalla di Beck è Middleton che mette le mani su Fender Rhodes, Clavinet e sintetizzatori costruendo coloriture esuberanti, backup ingegnosi, fioriture piene di soul, dialoghi esaltanti con la chitarra. Non c’è mai la sensazione di ascoltare strumentisti che fanno sfoggio della propria bravura: tecniche chitarristiche audaci, tempi complicati e accordi inusuali sono inseriti in un contesto accessibile, e così il jazz-rock diventa masticabile anche dal pubblico pop. Nemmeno Jeff Beck si aspettava tanto successo. Capì di avere toccato una corda popolare quando coppie di fidanzati cominciarono ad avvicinarlo per dirgli che avevano concepito un figlio ascoltando Blow by Blow. Il problema, ora, era dargli un seguito. «Non era un tipo sicuro di sé», ha detto George Martin. «Perciò cominciò a chiedersi: e ora come faccio a registrare qualcosa di meglio?».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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