Interviste

John Lydon, il timido egomaniaco

John_LydonLo riconosci dal primo «hello», dalle vocali allungate, dal tono da giullare. Al telefono da Malibu, dove vive con la compagna Nora, John Lydon racconta lo spirito del nuovo album dei PiL What the World Needs Now…, una raccolta di piccole bizzarrie sonore che porterà la band in Italia in ottobre, il 10 a Venezia e l’11 a Milano. È in vena di ricordi: lo scorso autunno ha pubblicato il nuovo libro autobiografico Anger is an Energy – nel 1994 uscì Rotten: No Irish, No Blacks, No Dogs – dove svela di essere stato vittima a 7 anni di una meningite quasi letale che gli ha fatto perdere la memoria e ha forgiato il suo rapporto col mondo. Parte di queste riflessioni sulla sua vita sono confluite nell’album dei PiL, forse il lavoro più autobiografico del suo repertorio.

Simbolo d’inglesità che da un quarto di secolo vive negli Stati Uniti e un paio d’anni fa ha preso ufficialmente la nazionalità americana, Lydon non è più il castigamatti che si prendeva gioco dei giornalisti, il reietto dalla parlantina sciolta che fustigava la società britannica, specchio deforme di una nazione in crisi. Oggi afferma d’ispirarsi a Gandhi, non nasconde le sue vulnerabilità e, forse per omaggiare la nazionalità del suo interlocutore, per descriversi tira in ballo Sophia Loren. Tempo fa s’è persino imbarcato nell’impresa di imparare la parte di Erode per una riedizione del musical Jesus Christ Superstar. Era tutto pronto quando i finanziatori si sono tirati indietro e lo spettacolo è stato cancellato poco prima del debutto.

La cancellazione di Jesus Christ Superstar ha creato un buco che hai riempito con le session di What the World Needs Now. E intanto finivi di scrivere Anger is an Energy. Fino a che punto l’atto di ripensare alla tua storia ha influenzato l’album?

«Disco e libro si sono influenzati a vicenda. In entrambi i casi, ho scelto di raccontare le cose in modo sincero. I sentimenti che esprimo nelle canzoni sono reali. Fanno sentire a disagio qualcuno? Benissimo, è quel che serve per raggiungere un più alto livello di consapevolezza. Nei testi non attacco il mondo. Attacco anzitutto e soprattutto me stesso. Il mio approccio consiste nell’affrontare i problemi di petto. I PiL non entrano in studio con una qualche ideologia, solo con l’idea d’essere fedeli a quel che provano. La tensione del disco non è prefabbricata, è frutto della voglia di spingere la musica fino al punto di rottura».

Non sei un cantante che segue le regole…

«Neanche saprei come seguirle. Le regole sono per gli sciocchi».

Ma c’è stato un momento in cui hai pensato di trasformare quel modo di cantare istintivo in uno stile peculiare?

«Dal primo giorno in cui mi sono unito ai Sex Pistols mi hanno implorato di cantare in modo tradizionale. Ho anche preso lezioni, ma non ha funzionato. Quel che faccio è cercare di raggiungere le note che meglio definiscono il modo in cui mi sento. Ecco perché ho voluto partecipare a Jesus Christ Superstar, per migliorare, per vedere se ero in grado di farlo. Ora vedo il mondo del teatro da un punto di vista completamente diverso. In fin dei conti, ho sempre assunto pose teatrali nei PiL e nei Sex Pistols. Niente di costruito, solo il frutto di tanta, troppa esuberanza [ride]».

Mi ha stupito saperti co-protagonista di un musical. Insomma, John Lydon che si fa dire cosa e come cantare, una bella prova d’umiltà.

«Qualunque cosa pur di sviluppare la mia voce. Che non significa fare “do-re-mi” o quel tipo d’esercizio, per me la musica non è quella roba lì. La sede della mia voce è là dove batte il cuore, che per la malattia che ho avuto da ragazzo va più lento di quello della maggior parte delle persone. In più, aggiungi un bel po’ di angoscia. Ecco una buona descrizione del mio modo di cantare: sul punto di avere un infarto. Quando canto l’entusiasmo supera ogni regola, ma in ogni caso voglio sapere quali sono queste regole. Suona come una contraddizione, ma non lo è. È ironia, ed è uno strumento potente».

C’è dell’ironia anche in Double Trouble. È la prima canzone che sento sulla riparazione di un water.

«Credo che dentro ci sia un po’ di Sophia Loren. Hai presente i film in cui urla e litiga e battibecca in quel modo così… italiano? Ecco, somiglia alla mia vita domestica. È vero che la canzone è su un litigio per riparare una maledetta tazza del water, ma il punto è che al posto di tenerci tutto dentro col rischio di sviluppare del risentimento io e Nora abbiamo tirato fuori quel che provavamo. Perciò la canzone in fondo racconta come potrebbe andare il mondo se solo si vivesse tutti in modo trasparente. Come faccio io: sono come Sophia Loren, che in quei film faceva capire esattamente come si sentiva. È un dono».

sex_pistolsÈ stato scioccante scoprire che durante il tour di reunion del 1996 gli altri Sex Pistols hanno inciso a tua insaputa nuova musica per poi passarti sotto una porta d’albergo un demo accompagnato dalla scritta: «Aggiungi un testo». Una mancanza totale di comunicazione. Una follia.

«Un gesto folle, stupido, insultante, vigliacco. Non c’è proprio modo che torni a lavorare con loro. Da allora siamo diventati amici – o per lo meno lo spero – e parlo volentieri col batterista Paul [Cook, nda], una brava persona. Ma non potrei mai tornare a fare musica con loro, per via della mancanza di rispetto che hanno dimostrato nei miei confronti. Roba dura da mandare giù. E poi sono cambiato, non posso tornare indietro e far finta d’essere un diciottenne confuso».

filth furyNel nuovo album, in Know Now, continui a cantare «No need to know you, don’t want to know you», non voglio conoscerti. A chi ti riferisci?

«È una canzone sulla frustrazione, sull’ignoranza intenzionale dei giornali che ti giudicano senza avere nessun elemento per farlo. Ho voluto usare il minor numero di parole possibile e usare la ripetizione come strumento ad effetto. È un pezzo arrabbiato…».

E rientra alla perfezione nella tradizione dei PiL…

«Rientra nella tradizione delle canzoni pop che usano poche parole per raggiungere un grande effetto. Altri nostri pezzi sono più verbosi, perché lo richiedono. Ora i PiL sono completamente indipendenti, nessun discografico può venire a questionare su cosa facciamo coi suoi soldi, quindi ci permettiamo di fare dischi che ci rappresentano al 100%».

D’accordo, ma non era più facile quando qualcun altro si occupava del business e i musicisti potevano concentrarsi sulla musica?

«No no no, io mi sono sempre occupato della parte business. Ho dovuto farlo. Ho cambiato più manager che chitarristi».

A proposito, è di un manager che canti in C’est la vie, nel pezzo che fa «Hai mangiato tutte le fette della torta e ci hai ammazzati di bugie»?

«Non in particolare. È sulla gente che entra nella tua vita, ti riempie di promesse che non manterrà e ti abbandona al primo problema. L’hanno fatto molti membri del PiL. Il pezzo racconta la sensazione di tristezza che questa gente ti lascia dentro. Lo canto in uno stile diverso dal solito, per catturare quel che si prova quando si è scaricati».

Hai sviluppato un radar, per così dire, per distinguere le persone che ti si avvicinano per interesse da quelle sincere, quelle che vogliono parlare con l’essere umano e quelle che vogliono l’icona punk?

«Ascolta, seriamente: sono felicissimo di essere vivo. Per due volte ho quasi perso la vita, perciò vivo ogni giornata con un grande senso di attesa, di speranza. Incontrare la gente per me significa azzerare aspettative, risentimento, gelosia, odio. La gente distruttiva mi offre ottimo materiale per le canzoni».

Pensi mai alla morte?

«Io e Nora abbiamo sfiorato la morte più volte. Non siamo saliti per un pelo sul famoso volo Pan Am esploso a Lockerbie [in Scozia, il velivolo fu distrutto nel 1988 da una bomba in volo uccidendo 243 passeggeri, 16 membri dell’equipaggio e 11 persone a terra]. Sappiamo che potremmo perdere la vita da un momento all’altro. Tempo fa, un grande incendio è arrivato fino alla nostra casa in California, abbiamo temuto di perdere tutto, ma io ho lei e lei ha me: valiamo più di qualunque proprietà. La verità è che non so se sopravvivrei alla morte di Nora. Non sono uno che accetta facilmente la morte e la sensazione di vuoto che lascia. Vale anche per i nemici. Non riesco proprio a dimenticare. Quando sono triste, sono triste sul serio. Provo emozioni in modo intenso, roba quasi da opera lirica. Fortunatamente mia madre e mio padre mi hanno insegnato a non cedere all’autocommiserazione».

Mi parli di The One? È uno dei pezzi più leggeri del disco…

«È un omaggio ai tempi – i miei 13, 14, 15 anni – in cui le ragazze nei locali ballavano i dischi dei T. Rex. È un ricordo rivisitato del terrificante periodo di mezzo, quando non sei più un bambino, ma non ancora un brufoloso adolescente spericolato: vuoi impressionare le ragazze, ma sei terribilmente impacciato».

anger_is_an_energyAnche Whole Life Time è autobiografica?

«Parla di quando, a causa della meningite, ho perso la memoria fra i 7 e gli 11 anni. Non sapevo più chi ero, avevo smarrito completamente la mia identità. Mi ci è voluta una vita per recuperarla. Persino oggi mi addormento col terrore di risvegliarmi senza ricordare chi sono. È terribile quel sentimento di solitudine e isolamento, la sensazione di essere un estraneo, di non avere nessuno. So cosa si prova, per questo appena metto da parte un po’ di soldi li do in beneficenza a un orfanotrofio».

Hai passato parte dell’infanzia a cercare di capire chi eri. È un bisogno che hai continuato a provare, in un certo senso…

«È così. Per anni e anni ho nascosto questa storia della malattia. Quando sono entrato nei Sex Pistols non volevo che la gente scoprisse quel che mi era successo. Non volevo che pensassero che ero in cerca di compassione. Volevo mettermi tutto alle spalle e penso di esserci riuscito piuttosto bene [sogghigna]. Ma era venuto il momento per renderla pubblica, perché possiate comprendere l’origine dei miei dolori, delle mie preoccupazioni».

Il titolo What the World Needs Now viene dall’ultima canzone del disco, Shoom

«In realtà il titolo è arrivato prima della canzone. Il titolo è una domanda aperta: di cosa ha bisogno il mondo oggi?».

Ha bisogno di un altro «fuck off», dice il testo…

«Sì, ma è stato scritto nello stile delle chiacchiere da bar di mio padre. Era una specie di commediante, dotato di un certo umorismo freddo. Humour da pub inglese. È un omaggio a lui e alla sua capacità di essere negativo in modo positivo. Ancora una volta, ironia».

Anger is an Energy è anche un libro sul significato profondo del punk, inteso non come genere musicale, ma come atteggiamento.

«Punk è il tuo rapporto con l’esistenza. Sei corretto con gli altri o sei qui per i soldi? Non m’interessa essere una superstar, voglio essere rispettato in quanto essere umano che prova emozioni e le condivide. E nel farlo, impara qualcosa su se stesso e sugli altri».

rotten_dollNon ti senti sconfitto o semplicemente deluso quando il mondo pensa che il punk sia una questione di stile?

«Ascolta, è grandioso che milioni di persone là fuori abbiano cercato di imitarmi ed è stato divertente che qualcuno abbia copiato persino il mio taglio di capelli, ma mi interessano maggiormente i miei valori che da allora non sono cambiati, primo fra tutti l’onestà. Non ho bisogno di un certo abbigliamento per dimostrare chi sono, mi basta la musica. Andiamo, non sono Billy Idol…».

La tua timidezza è una delle rivelazioni di Anger is an Energy. Scrivi che essere egomaniaco è una risposta a quella timidezza.

«Sono ancora timido e non amo essere al centro dell’attenzione, tranne che sul palco. Lì, facendo leva sulla mia parte più aggressiva ed egotica, riesco ad essere me stesso. Ironia, ancora una volta».

C’è qualcosa di autentico nella musica popolare oggigiorno?

«Ce n’è, eccome. Sotto la maschera da pop star ci sono esseri umani che in un modo o nell’altro, a volte in maniera semplicistica, cercano di raccontarti la loro vita. Il mondo forse non avrà bisogno che Britney Spears spieghi i suoi problemi, ma vederla può essere divertente, e molto triste. Quella ragazza ha bisogno di essere amata. Vedi? Il pop è Britney che mi mostra la sua tristezza. E spero che le ragazze che la seguono comprendano che è una vittima. Tutte le pop star lo sono. Del resto non ho mai incontrato un milionario felice: sono sempre sulla difensiva, intrappolati in una prigione che loro stessi hanno costruito. Ho imparato da tutti loro. Il che mi rimanda a quand’ero ragazzo e amavo i Cream. Ma il chitarrista… come si chiama?».

Eric Clapton.

«Esatto, lui aveva un enorme problema di droga. Mi dicevo: io non farò la sua fine, ed era molti anni prima che pensassi di entrare in una band. Avevo i miei problemi, ho cercato di correggerli. Leggendo, ad esempio».

C’era poi questo mito del rocker drogato e affascinante…

«Ammetto che anch’io sono curioso e volte la curiosità è durata un po’ troppo tempo [ride di gusto]. Quindi provo empatia per chi si ritrova intrappolato in quel tipo di situazione. Ma lo ripeto sempre fino alla noia: l’eroina non risolve nessun problema, semmai distrugge la creatività».

Kurt Cobain e Courtney Love si registravano negli hotel coi nomi del tuo amico Sid Vicious e della sua fidanzata Nancy Spungen…

«Scordando che l’orribile morte di quei due era legata alla droga. E, guarda un po’, sono finiti in una storia simile. Una tragedia. È una sorta d’attrazione fatale, a volte non puoi impedire che accada».

Che cosa pensasti quando sentisti Neil Young citarti in Hey Hey My My?

«Mi piacque tantissimo perché lo ammiravo. Poi, mentre conducevo il programma di Vh-1 Rotten TV, mi venne voglia di intervistarlo. Il suo ufficio rispose che Neil Young non sapeva chi fossi. Ma come, mi hai citato in una canzone, che cazzo… [ride] Ma va bene così, a volte è meglio non incontrare le persone che ammiri, potrebbero non piacerti e la cosa potrebbe influenzare il modo in cui ascolti la loro musica».

Ti è mai capitato?

«Alcune pop star sono orribili: mi ci sono avvicinato adorante e in cambio ho avuto schiaffi morali. Altre hanno una mentalità aperta. Anch’io del resto non mi sono comportato bene col povero Paul McCartney. Io e Nora eravamo in auto a Londra, quando McCartney ci vide e si avvicinò. Chiusi la sicura delle portiere e schizzammo via. In quel momento non ero in grado di gestire la situazione, non sapevo come reagire e sono scappato. Ero troppo intimidito per dire ciao a uno dei Beatles. Quando l’ho rincontrato mi sono scusato».

i_hate_pink_floydRoger Waters ha criticato duramente i musicisti che vanno a suonare in Israele, per via della questione palestinese. So che anni fa anche i PiL hanno avuto la loro parte di critiche, per cui vorrei sapere che ne pensi.

«È un ragionamento da stupido socialista. Se non vai a suonare per la gente, neghi alla gente un modo per esprimere la sua libertà. Io non suono per il governo di Israele o per un pubblico selezionato, io suono per la gente. Quando ci siamo andati, davanti a noi c’erano ebrei e musulmani che cantavano assieme Four Enclosed walls, una canzone sulle Crociate il cui ritornello dice: “Allah”. Ho contribuito più io alla pace mondiale che tutti quei gruppi messi assieme. Io sono John, i cittadini di Israele e di ogni parte del mondo sono miei amici. Non ho mai supportato alcun governo o regime e mai lo farò».

Un’ultima domanda. Anzi, è un’opportunità. Visto che in Anger is an Energy li fai a pezzi, ti do la chance di dire qualcosa di positivo sui Clash.

«Devi capire una cosa: non sprecherei il mio fiato per gente che non rispetto. Non tolleravo l’aria da predicatori dei Clash, ma ero amico di Paul [Simonon] e Mick [Jones] e lo sarò fino al giorno della mia morte, e oltre. Siamo uniti. Siamo una famiglia».

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Pubblicato originariamente su Rockol

 

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