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Da riscoprire: la storia di “Johnny Cash at Folsom Prison”

Folsom aperturaUn formidabile esempio di comunanza fra pubblico e performer, uno sguardo compassionevole eppure disincantato sulla vita in un penitenziario, un album in grado di rilanciare la carriera di un musicista invischiato con la droga. Johnny Cash at Folsom Prison è uno dei momenti chiave della carriera del grande musicista americano e di tutto il country del secolo scorso, un disco dal vivo leggendario per il contenuto e le circostanze in cui fu realizzato. Registrato nel gennaio 1968 e pubblicato quattro mesi dopo, l’album è stato comprato da 3 milioni di americani, ma la sua importanza trascende i meri dati di vendita. Mentre i colleghi rocker cantavano d’amore e rivoluzione, cercavano l’espansione delle coscienze e si esibivano di fronte a decine di migliaia di persone nei festival d’America e d’Inghilterra, Cash compiva un atto semplice e concreto alleviando per un’ora le pene di un migliaio di detenuti con una serie di canzoni di crudo realismo sociale.

Come racconta Michael Streissguth nel libro Johnny Cash at Folsom Prison: The Making of a Masterpiece, Cash scoprì l’esistenza del penitenziario californiano nel 1953, mentre prestava servizio nell’Aeronautica Militare statunitense in Germania. Lì vide la pellicola di Crane Wilbur Inside the Walls of Folsom Prison. Non era un gran film, ma bastò per fargli nascere la voglia di scrivere una canzone che descrivesse la vita in prigione. Imboccò la strada più semplice: prese la melodia e parte del testo di Crescent City Blues di Gordon Jenkins e l’adattò alla storia di un condannato in cerca di redenzione (anni dopo fu costretto a pagare a Jenkins un risarcimento). Pubblicata nel 1955 dalla Sun Records, l’etichetta di Memphis che aveva lanciato Elvis Presley, Folsom Prison Blues conteneva forse il verso più famoso di Cash, l’agghiacciante «I shot a man in Reno just to watch him die», ho sparato a un uomo a Reno solo per vederlo morire. Era modellato su «I’m gonna shoot poor Thelma just to see her jump and fall» cantato da Jimmie Rodgers in Blue Yodel No. 1 (T for Texas). Nonostante le incoerenze del testo – un condannato per omicidio commesso nello stato del Nevada non sconta la pena in California – fu un successo strepitoso. «Le prison song» andava dicendo Cash «sono popolari perché in un modo o nell’altro, che ne siamo coscienti o meno, tutti quanti viviamo in prigione». La canzone attirò l’attenzione di molti detenuti, che presero a spedire lettere a Cash chiedendo conforto o aiuto. Nel 1957 il cantante e il suo gruppo si esibirono in Texas, all’Huntsville State Prison, la prima di decine di performance che avrebbe compiuto nelle prigioni d’America, compresa San Quintino.

Fin dalle prime esibizioni Cash provò il desiderio di incidere un disco live in un carcere: «Era il posto giusto in cui registrare un album dal vivo, non avevo mai sentito una reazione simile alle mie canzoni». Era anche un modo per «far notare al mondo l’esistenza di esseri umani dimenticati». L’idea si realizzò quando i responsabili di Folsom, a una trentina di chilometri da Sacramento, risposero alla chiamata di Cash e del suo intermediario, il pastore Floyd Gresset. Il musicista era già stato a Folsom nel 1966. Quando ci tornò due anni dopo era in corso il dibattito sulle condizioni carcerarie. Con le sue esibizioni e le sue parole Cash aveva già preso posizione – «La gente entra in carcere e ne esce peggiorata, dalla detenzione non è mai uscito nulla di buono» – ma i concerti a Folsom furono l’atto definitivo che ne fece il beniamino di reietti e derelitti. Entrò nel carcere accompagnato dalla sua formazione comprendente Carl Perkins, dal fotografo Jim Marshall autore di alcuni scatti memorabili, dal reporter del Los Angeles Times Robert Hilburn, da June Carter, che avrebbe sposato due mesi dopo, e dal produttore Bob Johnston il cui arrivo in Columbia aveva sbloccato il progetto e che in precedenza si era occupato, fra gli altri, di album epocali come Sounds of Silence di Simon & Garfunkel e di Blonde on Blonde di Bob Dylan.

Folsom uscitaCash aveva tenuto il primo concerto senza l’aiuto delle amfetamine solo un mese e mezzo prima rimanendo sconcertato, come scrive nell’autobiografia, «quando capii che affrontare il palco senza l’aiuto delle droghe non era così difficile come avevo sempre pensato». Tenne le prove a Sacramento, dove incontrò l’allora governatore della California Ronald Reagan, ed entrò a Folsom il 13 gennaio 1968, un sabato. Tenne due performance, una alle 9:40 e una alle 12:40. Le foto scattate all’entrata immortalano facce tese. Qualcuno aveva detto loro che il direttore di Folsom non trattava coi detenuti che prendevano ostaggi: se qualcuno avesse voluto approfittare della situazione, sarebbe finita in un bagno di sangue. Come se non bastasse, il bassista Marshall Grant portò dentro la struttura, nella custodia del suo strumento, una pistola che lui e Cash usavano per uno sketch sul palco. Si era dimenticato di lasciarla a casa.

Andò benissimo. «Hello, I’m Johnny Cash» si presentò il musicista con una frase destinata a diventare iconica. Davanti a mille detenuti riuniti nella sala mensa numero 2, attaccò la canzone-simbolo di quella giornata Folsom Prison Blues. La canzone fu pubblicata su 45 giri nella nuova versione dal vivo, ma dopo l’assassinio a Robert F. Kennedy in giugno fu rispedita alle radio senza la famigerata frase sull’omicidio che in quel momento il pubblico americano non avrebbe digerito. La scaletta alternava momenti d’intrattenimento leggero a brani sul carcere, ballate romantiche e canti di solitudine, un modo per sottolineare il legame empatico fra il musicista e il suo pubblico. Anche se aveva passato poche notti in carcere, e sempre per motivi futili, era uno di loro. Nella registrazione lo si sente mettere in fila canzoni su omicidi, fughe dalla polizia, arresti e vita nel braccio della morte, senza compiacimento, ma col tono imperioso e la voce baritonale di un uomo che sa di cosa sta cantando. La voce di un peccatore, ma anche di un credente. Alla fine, quasi tutto l’album dal vivo pubblicato in maggio fu tratto dalla prima delle due esibizioni, la più tesa e convincente (la riedizione del 2008 offre i due show su due cd separati, compresi i set d’apertura di Carl Perkins, e un dvd contenente un documentario su quella giornata leggendaria).

Le esibizioni si chiusero con una versione di Greystone Chapel, una canzone scritta da un ospite di Folsom chiamato Glen Sherley, non un musicista professionista ma un detenuto per rapina a mano armata che si sarebbe suicidato dopo essere uscito dal carcere, dieci anni dopo. Era un pezzo sul conforto ricevuto nella cappella del penitenziario. «Speriamo di farne giustizia», disse Cash prima di interpretare il pezzo con trasporto, trasformando una composizione semplice e per certi versi stereotipata in un inno di conforto che lasciava intravedere una possibilità di redenzione per quell’umanità sofferente. A Folsom, avrebbe scritto nell’autobiografia, «mi trovavo nel mio ambiente naturale, come uno scarafaggio nella stanza di un motel. Mi ha sempre fatto ridere il fatto che a fare crescere la mia credibilità d’artista, al punto tale che la ABC abbia pensato di propormi di condurre uno show settimanale in televisione, sia stato quel concerto in cui io e i prigionieri ci siamo trovati uno accanto all’altro, outsider, ribelli e fuorilegge».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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