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Le strabilianti avventure musicali di Oliver Sacks

Oliver Sacks MusicofiliaC’è l’uomo incapace di parlare, ma in grado di cantare perfettamente una vecchia canzonetta. C’è l’ex critico musicale vittima di crisi epilettiche ogni volta che ascolta musica. C’è il savant che conosce a memoria oltre 2000 opere liriche. C’è il pianista che mette a punto la diteggiatura di una composizione “sentendo” le dita della mano che ha perso in guerra. Il neurologo Oliver Sacks, scomparso a fine agosto a 82 anni, è celebre per le opere L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985) e Risvegli (1973), quest’ultima trasformata nel 1990 in un film con protagonista Robin Williams. Gli appassionati di musica lo conoscono anche per i casi raccolti nel 2007 in Musicofilia, un’esplorazione dei legami profondi tra i suoni e le (dis)funzioni del cervello. Ecco alcune fra le storie più curiose contenute nel libro. Per rendere omaggio a Sacks. Per rammentare quanto le nostre reazioni alla musica siano legati alle funzioni neuronali. Per ricordarci della «enorme importanza, spesso sottostimata, di avere due orecchie».

Fulminato dalla musica. Stato di New York, un pomeriggio d’autunno del 1994. Un chirurgo ortopedico di 42 anni ha appena finito di parlare con la madre da un telefono pubblico quando un fulmine colpisce l’apparecchio. «Mi prese in pieno viso. La prima cosa che ricordo, subito dopo, è che stavo volando all’indietro. Poi stavo volando in avanti. Stupefatto. Mi guardai intorno. Vidi il mio corpo per terra. Dissi a me stesso: “Cazzo, sono morto”». Non è morto. Ripresosi dall’incidente e tornato al lavoro, il chirurgo prova d’improvviso un forte desiderio di ascoltare musica per pianoforte, e poi di suonare lo strumento. E comincia a farlo da autodidatta. Sente non solo il desiderio di suonare in modo ossessivo, ma anche di scrivere le composizioni che percepisce nella testa, con risultati tutt’altro che disprezzabili e «abilità degna di elogio».

Il tormentone che terrorizza. Tutti bene o male sperimentiamo prima o poi l’effetto-tarlo di un motivo musicale che, ci piaccia o meno, sentiamo nella testa. Ma che cosa accade se il fenomeno diventa patologico e quella melodia scorre nella mente ininterrottamente per decine di giorni? Una delle pazienti parkinsoniane di Risvegli raccontò al dottor Sacks di essersi sentita «confinata in un recinto musicale» costituito da alcune note di Povero Rigoletto: «Poteva andare avanti per ore di seguito, e di fatto fu così, a intervalli, nell’arco di quarantatré anni della sua malattia».

Suoni allucinanti. Sheryl ha 70 anni. Sacks la descrive come intelligente e cordiale. Sheryl ha un problema: una sordità nervosa progressiva la sta provando dell’udito. Come se non bastasse, i suoni del mondo circostante sono occasionalmente sostituiti da allucinazioni musicali che si ripetono nella sua testa con assordante intensità, lasciandola in pace solo quando era intellettualmente impegnata in qualche attività. Non si tratta di semplice immaginazione musicale, di un’immagine mentale di una composizione, ma della sensazione di ascoltare in quel momento musica a tutto volume. «Ero perfettamente consapevole che non c’era nessuna orchestra che suonava, che ero io». Sacks conclude che, vista la sordità della signora, «la parte uditiva del suo cervello, deprivata dalle consuete afferenze, aveva cominciato a generare per conto proprio un’attività spontanea». Nemmeno un impianto cocleare risolve il problema.

Note senza senso. D.L. è una settantaseienne che non “sente” la musica. Ha una vita sensoriale normale sotto ogni altro punto di vista, ma non riesce a percepire le altezze delle note o gli intervalli fra di esse: la musica le sembra solo un rumore insensato. È affetta da amusia, patologia neurale che ne compromette la capacità di distinguere una melodia dall’altra. Ma il fenomeno può riguardare anche la percezione delle dissonanze o l’impossibilità di cogliere il senso armonico delle composizioni. Quest’ultimo è il caso di una compositrice e concertista che dopo un incidente automobilistico sente le voci degli strumenti come linee contrappuntistiche separate.

Il colore delle tonalità. Si chiama sinestesia ed è il fenomeno per il quale l’esperienza sensoriale dell’ascolto della musica ne evoca automaticamente un’altra legata alla vista, ovvero ad ogni nota o intervallo o tonalità viene associato immediatamente un colore. Accadde al compositore Michael Torke che a 5 anni disse al suo insegnante di musica che la tonalità di Re maggiore era azzurra. «Quando cominciò a capire che non tutti condividevano la sua sinestesia, ebbe qualche difficoltà nell’immaginare come fosse esserne privi. Pensava dovesse equivalere a “una specie di cecità”». Nel suo caso, le associazioni tonalità-colori non sono cambiate nel corso di 40 anni. La sinestesia può portare all’associazione dei suoni ai colori, ma anche a immagini geometriche o luminose. Secondo alcuni, la sinestesia sarebbe più diffusa di quanto si pensi: toccherebbe un individuo su duemila.

Canta che ti passa. Un aneurisma distrugge la vita di un uomo di circa 40 anni: perde l’uso delle gambe, il lavoro, la moglie, una fetta della sua personalità e la possibilità di provare sentimenti. Diventa «inerte, piatto, indifferente». Solo un’attività sembra regalargli l’antica ebbrezza dei sentimenti: cantare. «Quanto cantava» scrive Sacks «mostrava tutte le emoziono appropriate alla musica – il gioviale, il malinconico, il tragico e il sublime. E questo era sconvolgente, perché in qualsiasi altro momento della sua giornata non si coglieva un solo accenno a tutto ciò, e si sarebbe pensato che la sua capacità emozionale fosse andata completamente distrutta».

Musica che strappa dall’abisso. A causa dell’encefalite, il musicista e musicologo inglese Clive Wearing perde la capacità di conservare ricordi, di ritenere nella mente la memoria alcunché. Vive in un costante presente, immemore di ciò che è accaduto solo venti minuti prima. Eppure ha conservato la memoria e la capacità musicali: può sedersi al pianoforte e suonare il Clavicembalo ben temperato di Bach. Torna ad essere se stesso non tramite il ricordo della musica, ma solo ed esclusivamente attraverso l’esecuzione della stessa e finché essa dura. «Senza esecuzione, il filo si spezza, e lui è scagliato nuovamente nell’abisso».

Musicofilia

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