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Il disco di Miley Cyrus spiegato a un quarantenne

Miley Cyrus Dead PetzMiley Cyrus ha guadagnato una libertà personale e artistica assoluta, dice il New York Times nell’unica intervista pubblicata in concomitanza con l’uscita di Miley Cyrus & Her Dead Petz, l’album che la cantante americana ha reso disponibile gratuitamente a sorpresa a fine agosto. E in cosa consiste questa libertà? Perché tutti ne parlano? Miley Cyrus è un bluff o esprime qualcosa di significativo? E che c’entrano i Flaming Lips? Alle orecchie di un quarantenne, il disco della pop star americana suona bizzarro e indecifrabile, e il chiacchiericcio che lo circonda incomprensibile. E allora provo a spiegare l’album isolandone quattro aspetti fondamentali, come lo spiegherei a un quarantenne spaesato di fronte alla foto di Miley Curus che si spalma gelatina colorata sulla bocca.

Quel che mi pare. «Posso fare quel che voglio», afferma orgogliosa la ragazza. Intende dire che ha fatto un disco estraneo dai canoni del precedente Bangerz, Cyrus ha inciso l’ultimo lavoro fuori dal contratto con la sua casa discografica RCA e dentro ci ha messo apparentemente tutto quel che voleva, fregandosene delle regole. Racconta che, quando qualcuno del suo team le ha detto che il disco era lungo, lei ha aggiunto uno strumentale di 2 minuti intitolato Miley Tibetan Bowlzzz. Il mito dell’indipendenza, una parola che un tempo equivaleva a purezza, è vecchio quanto il punk e solo vent’anni fa era il mantra di qualunque musicista rock desideroso d’evocare l’integrità di un Kurt Cobain. L’idea era proiettata su uno sfondo collettivo: essere indipendenti significava secondo i rocker della generazione alternativa affrancarsi da regole produttive, convenzioni sociali e talvolta persino imposizioni politiche. Il pop ha ereditato la narrativa della libertà assoluta, proiettandola in una dimensione individualista. Prendete una qualunque delle pop star che hanno animato il dibattito musical-mediatico degli ultimi anni – fate voi: Nicki Minaj o Rihanna e giù a scendere fino a Charli XCX – e troverete storie d’affermazione personale prepotente e ben apparecchiate. Miley Cyrus e queste pop star hanno preso il controllo della propria narrativa e dicono: sono quel che sono, non riuscirete mai a cambiarmi – un messaggio significativo per un ragazzino o una ragazzina che sta attraversando il campo minato dell’adolescenza e cerca di costruirsi un’identità. È la necessità di affermare la propria presenza in modo chiassoso e spregiudicato, e magari scioccante per gli adulti. «L’autocontrollo non è qualcosa su cui sto lavorando», mette in chiaro Cyrus nel nuovo album. «Non c’è nulla che ho paura di provare», canta nel pezzo lesbo Bang My Box. Siamo come siamo, dice consolandoci circa le nostre diversità. Celebriamole.

Tutto molto colorato. E poi c’è la musica. Miley Cyrus & Her Dead Petz s’è subito guadagnato il titolo di «disco psichedelico di Hannah Montana», anche se chiunque abbia dimestichezza con la definizione originaria di psichedelia troverà l’affermazione sconcertante. Il punto è che di mezzo ci sono Wayne Coyne e i suoi Flaming Lips, co-produttori di circa la metà delle canzoni. Ed effettivamente l’album si stacca in parte dal pop globalizzato di Bangerz, il disco della svolta datato 2013, e trasmette qua e là un senso di spaesamento e alterazione. «Sì, fumo erba e amo la pace, ma non me ne frega un cazzo, non sono un’hippie», sono le prime parole che Cyrus canta nell’album. Se è psichedelia, è psichedelia infantile, molto pop 2.0 con tracce di hip-hop e un campionario di microsuoni che si riverberano attorno alla voce della cantante e adatti ad essere riprodotti attraverso le cuffie degli smartphone. «Come bambini fatti d’acido», ha detto Coyne a Rolling Stone indicando un tratto comune alla sua e alla musica di Cyrus. La voglia di farlo strano – senza regole, perché Miley «doesn’t give a fuck» – ha dato vita a un disco lunghissimo (oltre un’ora e mezza, Miley Tibetan Bowlzzz compresa) e caotico in cui apparentemente nessuno s’è preso la responsabilità di fare ordine. La libertà artistica sconfina nel caos – secondo il principio per cui, solo perché mi piace, qualunque canzone, anche quella mediocre, ha diritto di cittadinanza – e ci si scorda che non c’è libertà senza regole. Per metà Dead Petz si basa sulla capacità di Cyrus di esprimere melodie vagamente orecchiabili – una cosa che peraltro sa fare meglio di quanto non appaia dal disco – e per l’altra metà è fedele all’estetica pop contemporanea che vuole le tessiture altrettanto se non più importanti delle linee melodiche. La musica è colorata come i visual nei quali la cantante si cala nei concerti, nei clip, nelle sedute fotografiche. Al tempo stesso, s’affaccia una vena più confessionale, autobiografica, talvolta dolente, che si realizza ora in canzoni di stampo tradizionale, ora in slogan buoni per colpire come lo «scopami così la smetti di parlare come un bambino» che fa da ritornello a BB Talk.

Gli animaletti defunti. A volte lo si dimentica, ma Miley Cyrus ha 22 anni appena. I «dead pets» del titolo sono i suoi animali di compagnia. Anzitutto il cane Floyd ucciso dai coyote un anno e mezzo fa, morto mentre la cantante stringeva amicizia con Coyne. Al New York Times Cyrus dice che l’energia vitale dell’animale «è confluita in Wayne» e nell’album dedica al cane la canzone The Floyd Songs (Sunrise). «Morte, portami con te, non voglio vivere senza il mio fiore», canta serissima. Non meno significativo è il pezzo dedicato a un pesce palla che teneva in un acquario, Pablow the Blowfish. Tre mesi fa, Cyrus ha diffuso un video in cui la esegue alla tastiera mettendoci un pathos inatteso: «Come posso amare qualcuno che non ho mai toccato? Vivevi sott’acqua, ma io t’amavo tanto». È difficile prendere sul serio la canzone, e anzi è facile pensare che solo un comico specializzato in parodie musicali potrebbe permettersi d’investire un tale struggimento in una canzone dedicata a un pesce e scrivere una strofa come la seguente: «Si usciva a cena il sabato sera / Non so mai cosa scegliere, così qualcuno ha ordinato del sushi / Io ho preso una zuppa e del riso / Ma vedere i miei amici mangiare i miei amici mi ha rovinato l’appetito». Eppure è difficile anche non prenderla sul serio per via dell’emozione sincera che la cantante sembra esprimere e per gli echi antispecisti del testo. Vestita da unicorno, Cyrus finisce la canzone con la voce rotta e tirando su col naso e piangendo.

Il disco low cost. Secondo quanto riferisce la cantante, Bangerz era costato due milioni di dollari, Dead Petz 50 mila dollari. Quando sarà il momento, Cyrus tornerà a produzioni più costose, ma il carattere “casalingo” del suo ultimo album ci dice qualcosa del tempo in cui viviamo. Dead Petz non è stato diffuso per totalizzare incassi – a tutt’oggi non è stato pubblicato su alcuna piattaforma di download legale e non esiste su compact disc, ma è disponibile solo in streaming sul sito di Cyrus, via SoundCloud. Potete considerarlo un regalo, come suggerisce la sua autrice, ma Dead Petz è anche il frutto di un contesto in cui l’album ha perso progressivamente importanza nel definire il percorso di un artista, specie nel pop. In quale misura Miley Cyrus è rappresentata dai suoi album? E in quale dalle copertine delle riviste, dalle interviste sboccate, dai videoclip, dalle messinscene sul palco, dalle foto postate su Instagram? Nel 2015 la musica esprime solo una porzione limitata di ciò che un cantante pop esprime e gli album sono ricordati più per quel che significano nella narrativa pop che per la musica che contengono. Tanto vale regalarli.

 

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