Interviste

Le canzoni contro il dolore delle sorelle McGarrigle

Anna-Kate-McGarrigleQuando fu chiaro che nulla c’era da fare, Anna McGarrigle chiese alla sorella di confidarle i suoi pensieri più reconditi e cupi. «Non sto pensando a niente», rispose Kate. Furono le ultime parole che le sentì pronunciare: poco dopo entrò in coma. È un ricordo che accompagnerà Anna McGarrigle per il resto della vita. È lei la persona che più è stata vicina a Kate, nella buona e nella cattiva sorte. Quando i compagni, gli amici, persino i figli sparivano in giro per il mondo a far musica e canzoni, lei c’era. Ed erano diversissime, Anna e Kate. Complementari, direi. Pacata una e brillante l’altra. Prudente una e audace l’altra. Se non fosse stato per Kate, autrice principale del duo, Anna neanche avrebbe considerato la carriera artistica. Le deve molto. E l’ha vista appassire, affamata di vita quasi fino all’ultimo e poi come arresa al sarcoma che l’ha uccisa. Oggi Anna non ha più voglia di scrivere, né di cantare. Però ha una missione: far riconoscere al mondo l’eredità della sorella. Ne parla con un’ammirazione che non suona esagerata, ma sincera. E qualche volta la voce trema, anche se sono passati anni interi dal 18 gennaio 2010, quando la famiglia e gli amici più cari si ritrovarono attorno al letto di morte di Kate per darle l’ultimo addio facendo la cosa che più viene naturale, in quella famiglia: cantare.

C’è qualcosa di poetico e struggente in questa signora d’altri tempi che non ha perso solo la sorella, ma anche una compagna di vita. Dicono non fosse difficile vederle girare per Montreal a far compere come ragazzine, anche se avevano superato i 60 e la vita di Kate stava svanendo con rapidità crudele. Oggi, al telefono da New York, Anna si è prestata a rispondere alle mie domande sul doppio dal vivo Sing Me The Songs: Celebrating the Works of Kate McGarrigle, sulla vita con la sorella, sulla famiglia, sui nipoti. E sulla «Triste Mietitrice» di cui ha intravisto il volto.

Le canzoni dell’album sono tratte da quattro concerti: Londra nel 2010, due a New York nel 2011 e Toronto nel 2012. Immagino che il più duro da affrontare sia stato il primo, a soli cinque mesi dalla morte di sua sorella…

«È stata una serata meravigliosa, la migliore delle quattro. Una prova emotiva: è stato difficile riprendere a cantare quelle canzoni. A New York è stato più semplice. E ora di Toronto il tributo era diventato una celebrazione gioiosa. Sfortunatamente poche performance sono tratte dal concerto di Londra perché nessuno si premurò di registrarlo in modo appropriato».

sing_me_the_songsChi è stato il promotore degli eventi?

«Direi Rufus e Martha. Rufus, in particolare, era desideroso di far conoscere a un pubblico più ampio il talento di autrice della madre. Mentre lei stava male, lui era impegnato con la sua carriera: questo progetto serve anche a lenire i sensi di colpa che ha provato per non essere stato sempre vicino a Kate».

Il vostro duo non è mai stato straordinariamente popolare. Mi chiedo se si sente soddisfatta di come sono andate le cose. E Kate, aveva rimpianti?

«Kate? Mai stata soddisfatta di quel che ha avuto. Meritava di più e lo sapeva. Aveva una personalità forte. Era il motore del duo: io non sognavo neanche lontanamente di fare della musica la mia vita. Ma lei… lei aveva l’istinto del killer. Anche se non era preparata, saliva sul palco e ne scendeva vincente. Le sarebbe piaciuto essere più famosa. Aveva un che di eccentrico. Non restava mai ferma, forse per via dell’educazione che ci ha impartito nostro padre. Perciò si faceva distrarre molto facilmente. E così la ristrutturazione del suo appartamento a Montreal poteva diventare un’ossessione più importante della musica stessa [ride]».

Rufus e Martha mi hanno spiegato quant’è stata importante la madre nella loro educazione musicale. E quanto sono stati influenzati da quel che faceva loro ascoltare, dal folk all’opera…

«Credo valga soprattutto per Rufus. Come ogni adolescente, a una certa età Martha fece di tutto per distanziarsi dalla mamma. Credo sia naturale».

E nella sua famiglia si ascoltava, si faceva musica?

«Nostro padre passava molto tempo in casa. Era sempre al pianoforte. Era una persona allegra, però per qualche motivo amava suonare cose piuttosto tristi, vecchie melodie malinconiche, e credo che questo abbia influenzato il nostro stile. Aveva vissuto l’epoca del jazz, ma amava la musica che c’era stata prima del jazz».

È vero che non amava l’idea di voi due figlie in giro a suonare?

«Vero. Ma sai, aveva un’idea tutta sua del musicista. Per un certo periodo nostro padre, da musicista amatoriale qual era, aveva suonato il piano in un bar della città in cui siamo cresciute [Saint-Sauveur-des-Monts, nel Quebec]. La gente beveva e cantava i pezzi che lui suonava. Lui pensava che il mestiere di musicista fosse quello, e che non era adatto a due ragazze. Una volta un busker inglese di nome Alan arrivò nel nostro villaggio. Era al verde. In cambio di un prestito da parte di mio padre ci lasciò l’enorme fisarmonica che suonava. Non tornò mai a riscattarla. Per mio padre i musicisti erano così: perdenti che conducevano un’esistenza grama. Una donna che fa quella vita? Escluso».

Poi arrivarono gli anni ’60, la liberazione dei costumi e, per voi, New York. Eravate parte di quella scena o vi sentivate diverse per via della vostra educazione più borghese?

«Eravamo diverse perché canadesi. Gli americani sono sciovinisti: all’uomo della strada non importa quel che accade nel resto del mondo. Hanno cultura del risultato e riescono a reinventarsi di continuo, mentre noi canadesi somigliamo più agli europei forse perché abbiamo uno Stato-balia che bada ai nostri bisogni. Per venire alla tua domanda, non ci sentimmo mai delle escluse. Anzi, avevamo il privilegio di essere nordamericane e allo stesso tempo québécois. Una doppia cultura».

Rufus ha raccontato della famiglia e degli amici raccolti attorno al letto di morte di Kate. Ecco, la famiglia: era importante per sua sorella?

«Lei viveva per i figli. Non che gli amici non fossero importanti, ma la sua principale preoccupazione erano i figli, la possibilità di dare loro il massimo. Figli e famiglia».

Kate-Anna-Rufus-Martha-SylvanL’album live include un numero impressionante di canzoni personali. È emozionante sentirle cantare dalle persone per le quali sono state composte…

«Hai presente quando Martha ha fatto Matapedia a Londra [è la versione inclusa nell’album]? Ha un modo tutto suo di sentirla e quindi di cantarla. Lei e Rufus interpretano le canzoni di Kate come se le avessero scritte loro. Anzi, sono convinti che quelle canzoni appartengano a loro. Ed è meraviglioso così. Mia sorella finalmente ha ottenuto il rispetto artistico che in vita non aveva ricevuto… anche dai figli».

Vi siete stupite quando avete capito che Rufus, e in misura minore Martha, stava ottenendo successo più di voi due?

«Rufus aveva tutte le caratteristiche per farcela, avendo entrambi i genitori musicisti. E poi ha la voce dei Wainwright: ariosa e melodica. Martha ha la voce delle McGarrigle, è molto più simile a quella di Kate».

Mi ha stupito non vedere Loudon Wainwright coinvolto nel progetto…

«Mi pare di ricordare che quando facemmo i concerti aveva impegni altrove».

Invece c’erano Linda e Richard Thompson: è raro vederli assieme…

«È stato emozionante. E Linda ha scritto un bel ricordo per l’Observer dopo la morte di mia sorella. E c’è anche Emmylou Harris, che erano molto vicina a Kate. La conoscemmo a Nashville negli anni ’80 quando fece una delle nostre canzoni [Love Is] nell’album Bluebird. Da allora siamo rimaste amiche».

Una bella cosa del disco è che mette assieme artisti dai percorsi, dagli stili e dalle età più diverse… e tutto si tiene.

«Io direi che gli artisti giovani suonano meglio… [ride di gusto]».

Però certe voci sono senza tempo… Può dirmi qualcosa di I Am A Diamond cantata da Martha e Rufus? Era stata già presentata dal vivo, ma su disco è inedita…

«La scrivemmo, Kate, nostra sorella Jane ed io, come parte di un lavoro più ampio di fine anni ’80, inizio ’90: un musical che non fu mai prodotto. Avevamo 16 canzoni, ma non abbiamo mai trovato un buon sceneggiatore che lavorasse al copione. I Am A Diamond è il pezzo migliore del musical…»

Mi sta dicendo che ci sono 15 inediti, da qualche parte?

«Sì, ma rispetto a I Am A Diamond i pezzi sono legati alla protagonista del musical, un’artista del raggiro, una truffatrice canadese che passa il confine e va da qualche parte in Ohio dove mette in pratica le sue frodi. Il soggetto ci fu suggerito da qualcuno, a me e Kate non sarebbe mai venuto in mente. Ma avevamo un’estate libera e mettemmo assieme le canzoni».

Il filmato di Kate che canta Proserpina alla Royal Albert Hall nel dicembre 2009, cinque settimane prima di morire, è commovente. Joe Boyd ha parlato di una performance eroica…

«E certamente lo fu. Nel backstage c’era un letto sul quale mia sorella poteva riposare fra una canzone e l’altra. Soffriva, è evidente. Ma voleva esserci a tutti i costi. Attraversò l’oceano per esibirsi e per vedere il nipote Arcangelo [figlio di Martha] nato prematuro a Londra. Quando sei sul palco l’emozione e l’adrenalina ti portano in un’altra dimensione. Ti allontani dalla vita reale, è come se per un attimo il dolore cessasse. In quel periodo stava accadendo tutto assieme: Kate aveva ricevuto notizie terribili circa la sua malattia, eppure era preoccupata per la salute di Martha. Ma sono convinta che quando era sul palco non sentiva nulla».

È raro che un’artista riesca a comporre un pezzo importante come Proserpina a fine carriera…

«È una canzone incredibile, solo mia sorella avrebbe potuto scriverla. In quel periodo leggeva molti libri di mitologia. Credo le servissero per dare un senso alle cose del mondo».

Quando perdiamo qualcuno che ci è caro finiamo per confrontarci col pensiero della mortalità. È successo anche a lei?

«Per due mesi non sono uscita di casa. Ero nervosa, avevo paura. Immaginavo che la Triste Mietitrice mi stesse aspettando dietro l’angolo».

 

Pubblicato originariamente su JAM

 

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