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Il film che mette fine alla storia di “The Wall”

Roger WatersSeduto a bordo di una Bentley ferma sul ciglio di una strada di campagna, Roger Waters prende un libro da una borsa. Lo apre ed estrae una lettera ingiallita. Le lacrime gli rigano il viso. Un maggiore dell’esercito informa con rammarico la signora che il marito Eric Fletcher Waters è morto ad Anzio, in Italia. È il febbraio del 1944, il figlio e futuro bassista dei Pink Floyd è nato da appena cinque mesi. È una delle scene più toccanti di Roger Waters The Wall, il film-concerto basato sulla riproposizione dal vivo dell’opera rock dei Pink Floyd. Non è solo la versione per il grande schermo del concerto che il bassista e creatore di The Wall ha portato in giro per il mondo dal 2010 al 2013. È un viaggio nella sua psiche e nel suo tentativo di mettere la parola fine a una storia che da sempre lo tormenta e che ha dato vita, direttamente o indirettamente, a una parte significativa del suo repertorio.

Costruito da Waters e dal direttore creativo del tour Sean Evans secondo lo schema classico del film-concerto, in cui le esecuzioni delle canzoni sono inframmezzate da riprese esterne, la pellicola è una festa per gli occhi e per le orecchie di chi ha assistito a uno dei concerti di The Wall e di chi si pente di non averlo fatto. Girato in almeno tre diverse date, tra cui Quebec City, Atene e Buenos Aires, è ancora oggi un grande esempio di teatro rock. Le performance sono formidabili, l’impianto audio di un cinema ne amplifica l’eloquenza e fa emergere particolari che nei palasport e negli stadi andavano perduti, senza contare il minuzioso lavoro di editing che è stato compiuto per rendere il sound all’altezza della fama di Waters e dei Pink Floyd. A costo di rendere il film lungo oltre due ore, nessuna canzone del concept è stata tagliata e, anzi, si ascoltano anche le parti nuove e quelle non incluse nel disco del ’79: What Shall We Do Now?, The Last Few Bricks e The Ballad of Jean Charles de Menezes dedicata al cittadino brasiliano ucciso per errore dalla polizia nella metropolitana di Londra nel 2005. Oltre a restituire i formidabili effetti digitali proiettati sul grande muro eretto fra band e pubblico, il film permette di indugiare sui dettagli e spiare quel che accade dietro al muro. Le scene non concertistiche, a metà fra documentario e fiction, sono girate in Inghilterra, Francia, Italia, e sono accompagnate da una colonna sonora originale, musiche strumentali prodotte da Nigel Godrich che rimescolano i temi di The Wall.

The Wall locandinaIl viso segnato, la barba appena accennata e i capelli bianchi di Waters riempiono lo schermo. Il musicista s’è messo al centro della narrazione. In fondo, è proprio la storia della morte in guerra del padre a dare il via a The Wall. All’inizio del film lo vediamo suonare con la tromba il motivo che apriva e chiudeva l’album del ’79, e poi partire per un viaggio in auto che assume a tratti caratteri onirici e pare ispirato a quello compiuto da Nick Cave in 20,000 Days on Earth. Eccolo rievocare con l’amico Willa Rawlinson i viaggi in Europa da ragazzi. Eccolo nella Francia settentrionale sulla tomba del nonno George Henry Waters, morto durante una delle più sconvolgenti carneficine della Prima guerra mondiale, accompagnato dai figli. Lo vediamo recitare la parte del cliente mezzo sbronzo con una gran voglia di sfogarsi: lui che spiega la dinamica della battaglia di Anzio muovendo bicchieri, posacenere e fette di limone e il barman francese che non comprende un parola d’inglese. Appoggiato al bancone come un barfly qualunque, ascolta il regista Peter Medak raccontagli della sua fuga da Budapest, braccato dalle SS. Finisce con Waters che contempla il mare sulla spiaggia di Anzio e, per la prima volta nella sua vita, si reca al cimitero di guerra di Cassino. Di fronte al monumento ai caduti che riporta il nome del padre, il cui corpo non è mai stato trovato, il musicista riprende in mano la tromba e mette fine idealmente al film e forse al suo tormento.

L’idea di ciclicità sottintesa all’album del ’79, che si apriva e concludeva con lo stesso motivo, rivive nel film. Nell’ultima scena vediamo Waters scendere dal palco e chiedere «Dove si va?», esattamente come nella prima scena. «Non andiamo in hotel, andiamo a casa», dice poi. L’insistenza sui temi personali è un parziale arretramento rispetto all’ampiezza di significati messi in campo nel tour. The Wall non è più solo la testimonianza di un orfano di guerra che ci invita a riflettere sull’insensatezza e la crudeltà dei conflitti. La nuova versione dell’opera rock ha uno spirito politico e umanitario assente dall’originale. Se nel ’79 il muro era la metafora del conflitto interiore e delle paranoie di una rock star sopraffatta dalle sue paure, oggi è un luogo pubblico su cui sono proiettati i temi della contemporaneità, è metafora multipla e allegoria vasta. E così la mamma di Mother diventa un governo-Grande Fratello, ai caduti della Seconda guerra mondiale si sommano quelli dei conflitti in Medio Oriente, l’invito a correre di Run Like Hell è accompagnato dalle immagini dell’uccisione da parte degli americani a Baghdad di due giornalisti della Reuters, i cacciabombardieri non sganciano bombe, ma simboli: il segno del dollaro, la croce cristiana, la mezzaluna, la stella di Davide, il logo della Shell. Una storia personale è diventata universale, ma l’enfasi posta dal film sul lato autobiografico della vicenda rende evidente che il Roger Waters dell’epoca, che oggi si autodefinisce «miserabile e fottuto», aveva ancora un conto da saldare.

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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