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Lana Del Rey, tormento e narcolessia

Lana Del Rey HollywoodGli archi disegnano linee eleganti e acute, cariche di glamour e senso di minaccia, una musica perfetta per la scena di un film di 007. Poi arriva la voce di Lana Del Rey, che tira fuori la sua migliore imitazione di una diva d’altri tempi, donna bella e pericolosa e ferita: «Sappiamo entrambi che amarmi non va di moda». Si rivolge al suo amante, ma è come se stesse parlando al pubblico. Da almeno tre anni al centro di controversie – l’ultima, una delle più aspre, circa la frase «vorrei essere già morta» pronunciata durante un’intervista al Guardian – Del Rey usa il nuovo album Honeymoon per fornire una versione autentica di sé, un profilo d’artista da contrapporre alle storie che la circondano. Non va oltre i temi musicali di Born to Die e Ultraviolence, trova piuttosto un equilibrio fra ammiccamenti al pop contemporaneo e richiami passatisti. «Il lunedì mi massacrano, ma ora di venerdì sono resuscitata», canta a un certo punto con un senso di riscatto che s’aggiunge ai temi che da sempre predilige, ragazzi cattivi da cui è fatalmente attratta, dolore e tristezza, il carattere fugace della felicità – il tutto sullo sfondo dei panorami della California meridionale. Honeymoon è il disco di una donna sola che sublima nella musica la sensazione d’accerchiamento. Anche quando canta d’amore, Lana Del Rey sembra impegnata in un soliloquio.

In copertina, Lana Del Rey posa a bordo di un mezzo della Starline, una delle società di Los Angeles che per 50 dollari ti vengono a prendere in hotel, ti caricano a bordo di un pullman e ti portano in giro per la città a vedere le stelle sul marciapiede, Rodeo Drive, Beverly Hills e poi le residenze di attori e pop star. Solo così, dicono, puoi avere «un assaggio dello stile di vita delle celebrità di Hollywood». E in fondo questo è Honeymoon: un’escursione nell’immaginario dell’artista, fra uomini affascinanti e violenti, felicità passeggere, corse in automobile lungo le arterie di Los Angeles, fenicotteri rosa e notti blu, che è «il mio colore preferito» e tinge l’album di tristezza e pensieri notturni di una donna che continua a cercare l’amore negli uomini sbagliati. Accade in The Blackest Day, una canzone d’amore perduto che coglie Nostra Signora della Sofferenza al suo meglio: un dolore da lenire, i segni della depressione, Billie Holiday mandata in loop. Nella pianistica Terrence Loves You Del Rey usa il suo registro canoro più alto per tratteggiare il ritratto di donna che preferisce, ovvero la partner che soffre, ma non pretende di cambiare il suo uomo, nemmeno quando lui «dà fuori di matto». E poi c’è Salvatore, dove la melodia da romanza donizettiana disegna un’atmosfera irreale per raccontare una storia d’amore ambientata a Miami, ma piena d’italianismi che alle nostre orecchie fanno tanto kitsch: «Cacciatore… limousine… ciao amore… soft ice cream».

Ai tempi di Born to Die Lana Del Rey era l’enigma seducente che pubblico e mass media andavano cercando: le pose da diva, il fisico da Lolita, i lineamenti prematuramente alterati dalla chirurgia estetica, il mix fra suoni contemporanei e richiami all’epoca d’oro del pop, i testi controversi, i videoclip spregiudicati. Era candida eppure morbosa, la proiezione bella e maledetta della cattiva coscienza d’America. Da allora Del Rey ha giocato astutamente con questa narrativa finendo per apparecchiare l’immagine di signora del pop d’altri tempi, vittima consenziente di ragazzi cattivi e droghe buone – vedi il masochismo strisciante di certe composizioni di Ultraviolence. Ha affinato le pose finché il lato da diva glamorous ha preso il sopravvento. Oggi le sue canzoni sembrano fotografie d’istanti e come tutte le fotografie sono statiche. Aggiungete una vocalità non particolarmente versatile e avrete un album cui molti assoceranno l’aggettivo «noioso». Effettivamente il conto dei pezzi di Honeymoon vagamente movimentati è presto fatto. C’è High by the Beach, un pop semplice e ammaliante nel cui video Del Rey abbatte con un lanciamissili un elicottero con a bordo un paparazzo; c’è Music to Watch Boys to; c’è l’invito ad andare in California e diventare un Freak come lei, e poco altro. Affiancata dal co-autore e produttore Rick Nowels e occasionalmente da Kieron Menzies, Del Rey mette assieme archi cinematici, beat elettronici, un filo di jazz, chitarre twangy, qua e là armonie vocali d’altri tempi, a metà strada una poesia di T.S. Eliot (Burnt Norton), e insomma niente di sostanzialmente diverso dal repertorio passato. Melodrammatica eppure distante quanto lo è la sua autrice, romantico e al tempo stesso dolente, Honeymoon dissimula il tormento interiore con la narcolessia delle sue atmosfere. È il perfezionamento di una formula, non il suo superamento.

Lana Del Rey Long BeachHoneymoon è un disco melodrammatico e Del Rey fa di tutto per sottolineare il concetto. Non ha una grande estensione, ma insiste spesso sul registro più alto. È a modo sua espressiva e conosce il valore della dizione e del colore. La voce è a volte raddoppiata o rafforzata da armonie e accompagnamenti, a volte fantasiosi. Riesce a esprimere il senso del dramma usando i mezzi a disposizione sua e dello studio di registrazione. E per dare un’impressione di naturalezza, non elimina l’effetto-fischio causato dalla pronuncia in Terrence Loves You. Non serve una ricognizione delle sue peggiori performance che ciclicamente qualche utente sollecito posta su YouTube per rendersi conto che non si tratta di una cantante dotata di mezzi illimitati, ma Lana Del Rey ha una dote che non tutte le vocalist della sua età (30 anni) possiedono: sa ammaliare. La sua voce, sommata all’effetto “intossicante” di melodie vecchia scuola, crea un mondo, e non è poco. In questo senso, Honeymoon segna un confine: quanto a lungo Del Rey può continuare a recitare il medesimo copione?

Ultraviolence culminava nella cover di The Other Woman di Nina Simone che ne riassumeva uno dei temi portanti, quello dell’amante votata al martirio sentimentale. Honeymoon si chiude similmente con un’altra cover appartenente al repertorio di Simone, e di una decina d’altri artisti, dagli Animals ai Santa Esmeralda. In bocca a Lana Del Rey, Don’t Let Me Be Misunderstood ha tutta l’aria della preghiera rivolta a chi la sta ascoltando: «Mi capisci adesso? A volte mi vedi ammattire, ma non sai che nessuno è un angelo?». Honeymoon non regala molti momenti di svago. Conduce in un luogo buio dove la cantante ammette di non avere «grandi motivi per vivere da quando ho trovato la fama», una frase che riecheggia quella raccolta dal giornalista del Guardian. Quando le cose si mettono male, disse anni fa a Quietus, non puoi che metterti a pregare. E così, se in Religion l’amore sconfina nella devozione religiosa e l’atto di inginocchiarsi in preghiera sembra alludere alla fellatio, nella languida e tormentata God Knows I Tried Lana Del Rey supplica Iddio di illuminarle la via. Lo fa cantando in un registro talmente alto da sembrare manipolato digitalmente, in un misto di verità e finzione, di realtà e fantasia che è la cifra stilistica dell’artista. È la cosa più simile a una preghiera che Lana Del Rey abbia mai inciso.

 

Pubblicato in altra versione su Rockol

 

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