Interviste

Joe Satriani, il Dr. Jekyll e Mr. Hyde della chitarra rock

satrianiJoe Satriani nasconde dentro di sé un Mr. Hyde. Dr. Jekyll è questo musicista mite, gentile, disponibile. Il signor Hyde è il rocker che ogni sera sale sul palco e intrattiene migliaia di persone facendo spettacolo della propria bravura e suonando la chitarra coi denti. Il musicista americano, uno dei massimi esponenti della chitarra rock, ha costruito attorno a questa trasformazione un album, Shockwave Supernova, che sta portando in tour. L’ho raggiunto al telefono per farmi raccontare che cosa accade prima, durante e dopo i concerti.

Shockwave Supernova è l’alter ego nel quali ti trasformi quando sali sul palco, o per lo meno questa è la storia raccontata nell’album. Accade qualcosa di simile nella realtà?

Sì, mi accorgo che mi trasformo, anche se il processo non è neanche lontanamente paragonabile a quello descritto nel disco. Sono un tipo molto più tranquillo di quel che appaio sul palco. Mi limito a giocare con questa cosa, ma ci sono performer che hanno davvero una doppia personalità, una sopra e una sotto il palco.

Stai suonando circa otto brani a sera tratti dall’ultimo album. Quanto spesso ti capita di cambiare scaletta?

Non c’è una set list fissa al 100%. Cambiamo all’incirca quattro pezzi una sera sì e una no, ci piace inserire composizioni con le quali giocare e fare qualche variazione. Dipende molto dalla grandezza del locale in cui suoniamo.

Il grosso dei pezzi però non cambia mai. C’è un modo per suonarli sera dopo sera senza cadere nella routine?

Lasciamo spazio all’interpretazione, senza per questo cambiare la melodia o deludere chi fra il pubblico magari ci vede suonare una volta sola nella vita e quindi vuole sentire i pezzi più popolari. Ma ci sono anche i fan che vengono a vederci più volte nello stesso tour e per loro tiriamo fuori canzoni che non eseguiamo da tempo.

Sei un chitarrista prodigioso e i tuoi accompagnatori sono mostri di bravura. Uno pensa che i tuoi concerti siano identici sera dopo sera. Ci sono fattori che rendono una performance migliore o peggiore di quella della sera prima?

Nello show business, che tu sia un commediante impegnato in una rappresentazione teatrale o un musicista che suona in un palasport, c’è sempre qualcosa che non va. Piccole cose, anche divertenti se vuoi: un cavo che si rompe, una luce che s’accende quando non dovrebbe, un pedale che non funziona. Siamo professionisti, non lasciamo che questi piccoli inconvenienti rovinino lo show. E poi c’è la reazione della gente che determina gran parte del feeling del concerto.

Ci sono pubblici pessimi?

Non direi, però esistono delle differenze. Se suoni in Italia o in Spagna ti aspetti che il pubblico sia molto chiassoso, che manifesti apertamente quel che prova, e così facendo rende il concerto molto eccitante. Ma se vai in Nord Europa tipo a Oslo o Stoccolma, è tutto diverso. Non significa che lassù non amino lo spettacolo, è che lo esprimono in modo differente. Vale anche per gli Stati Uniti: suonare nelle metropoli o in provincia è molto diverso. È una cosa da tenere in mente, questa.

John Fogerty mi ha detto che gira con quindici chitarre. Tu, con quante vai in tour?

Rispetto ai tour con i cantanti, che devono far riposare la voce, noi possiamo suonare tutte le sere, perciò giriamo con un equipaggiamento leggero. Mi porto appresso sempre meno di sei chitarre, a volte quattro. È anche una scelta: le mie chitarre sono come auto da corsa, preferisco concentrami su poche. Mi piace disegnarne di nuove e quindi tendo a portare in giro quelle, le novità.

Fogerty mi ha raccontato di quando girava coi Creedence Clearwater Revival non aveva nemmeno un tecnico, doveva accordare lo strumento sul palco, fra una canzone e l’altra. Hai mai pensato che come sarebbe stato suonare in quel periodo?

Le informazioni viaggiavano più lentamente, era tutto più difficile. Il rock era ancora una controcultura e andava incontro a resistenze. Viaggiare era meno facile. I locali non avevano ancora capito come far sentire musica chitarristica ad alto volume. Le cose sono cambiate all’inizio degli anni ’70, quando ho cominciato a suonare io, da adolescente. È stato grandioso esserci. Il rock non lo ascoltavi ovunque come oggi, andare a vedere una band dal vivo era un evento speciale.

Allora non c’erano le possibilità tecniche e l’effettistica di oggi. Ma in definitiva il modo in cui suoni conta più della tecnologia che usi, no?

Assolutamente sì. Tutto quel che c’è fra la chitarra e l’amplificatore serve solo a fare emergere in modo più nitido la tua personalità. Le incisioni che hanno definito il rock, diciamo le cose di Jimi Hendrix, dei Cream e dei primi Led Zeppelin fra il 1966 e il 1970, sono molto semplici: chitarre Statocaster, Telecaster, Les Paul e Gibson SG attaccate ad amplificatori Fender, Marshall e Vox. In più massimo due effetti, tipo wah wah o fuzz box. Niente delay digitale, niente di niente. La gente suonava in modo molto asciutto. Il lato negativo è che non c’erano impianti d’amplificazione per i grandi concerti. Robert Fripp mi ha detto di avere visto i Cream all’epoca alla Royal Albert Hall: l’esibizione era brillante, il suono orribile. Oggi abbiamo la possibilità di ricreare dal vivo quel che si sente su disco, e penso che sia ciò che il pubblico si aspetta da noi.

Credi che il fatto di avere meno mezzi a propria disposizione sollecitasse la creatività?

In realtà la storia ci ha insegnato che quello che noi consideriamo un set up classico era considerato un problema per i grandi chitarristi. Jimi Hendrix è morto nel 1970, ma già allora aveva aggiunto al suo equipaggiamento molti pedali per creare brani incredibili come Machine Gun che è il Sacro Graal del chitarrismo rock. Jimmy Page, Jeff Beck, Eric Clapton, ho parlato con loro e mi hanno detto che l’equipaggiamento non era una scelta, semplicemente lavoravano con quel che avevano a disposizione.

Che cosa accade una volta sceso dal palco? Hai bisogno di una fase di decompressione?

Sì, perché una performance è un’attività esaltante quanto lo è una partita di football. È anche dispendiosa dal punto di vista delle energie, sono esausto. Di solito, io e i musicisti ci mettiamo a parlare di cos’è successo di bello o divertente sul palco.

Uscirà un cd/dvd dal vivo tratto dal tour?

Me lo auguro, ma lo registreremo quando torneremo a fare concerti negli Stati Uniti, nel 2016.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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