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Teatro degli Orrori, zero sfumature di grigio

Teatro degli orrori aperturaMagari pensavate di vivere in paese orribile. Illusi: è molto peggio. Lo dicono Pierpaolo Capovilla e i suoi in un lavoro che ricattura l’energia potente e selvaggia del Teatro degli Orrori, quella che mancava a certe canzoni del disco di tre anni fa Il mondo nuovo. Qua dentro c’è il miglior vocabolario sonoro della band, arricchito da suoni destabilizzanti di tastiere. I timbri sono accesi, i colori forti, le scansioni ritmiche violente. Riff mostruosi s’alternano a fini rumorismi. Le strofe sono spesso recitate e i ritornelli cantati nello stile ampiamente collaudato da Pierpaolo Capovilla. Le accelerazioni sono vertiginose, i suoni viscerali, le frasi musicali ossessive. Affiancati dai nuovi membri Marcello Batelli (chitarra) e Kole Laca (tastiere), che già li accompagnavano dal vivo, Capovilla, Gionata Mirai (chitarra), Giulio Ragno Favero (basso) e Francesco Valente (batteria e percussioni) musicano dodici storie che, messe in fila, offrono un ritratto dell’Italia che parrebbe disperante e che invece chiama all’azione. Si canta lo smarrimento di questi anni, la sensazione che tutto sia perduto, la rabbia di fronte allo sfacelo. È un disco quadrato, duro, cupo, privo d’ironia. Il tono è apocalittico, il furore mitigato dal sarcasmo.

Quarto album in studio della formazione, il più apertamente politico della sua storia, Il Teatro degli Orrori racconta gli effetti nefasti del mito del benessere, il pericolo dell’esclusione sociale, il peso del lavoro nelle «inutili vite» delle persone, l’effetto degli psicofarmaci, il G8 del 2001 a Genova, il conformismo, il valore terapeutico della musica. Se la prende con il PD di Renzi in un appello «a politici e militanti di buon senso» affinché il partito possa tornare ai valori della Costituzione. Solo in coda al disco ci si libera dall’ombra di speculatori finanziari, doppiogiochisti e «fascisti in divisa» per vivere Una giornata al sole, che somiglia a un finale positivo o almeno a una tregua. Laddove non arriva l’iperbole scatta il ricatto morale: ecco l’immagine di una modella in passerella contrapposta alla foto di una combattente curda col mitra sulle spalle, ecco i profughi che scappano da morte certa mentre noialtri siamo «qui a farci i cazzi nostri». Siamo disinteressati e indifferenti, dice Capovilla, e chi si ribella somiglia al protagonista di Cazzotti e suppliche, un pezzo ispirato ad Antonin Artaud: «Io, se fossi Dio, farei piazza pulita, ma non sono che uno stronzo qualsiasi ubriaco e attaccabrighe che ti guarda di storto al bar e stai attento, perché ti faccio male». Non è l’alcol a rendere rabbiosi, è il senso d’impotenza.

Quando il gruppo s’affacciava sulla scena, all’incirca otto anni fa, la sua musica giocava con un’inquietudine tanto violenta da suonare grottesca. La band produceva un suono sinistro, una sorta di noise rock isterico attraversato da una vena di follia. Roba che metteva paura. Al guizzo imprevedibile e al turbamento il nuovo album sostituisce il fervore e la predica. La formazione è ancora capace di un impatto formidabile e l’arrivo di Kole Laca rappresenta un elemento di novità gradito, ma temo che qua dentro ci sia più invettiva che poesia, più orazione che sano sconvolgimento emotivo. È tutto assodato, pacifico, sicuro. La certezza d’essere paladini della verità è granitica, il nemico ha sempre sembianze mostruose. Mai un dubbio, un tentennamento, un interrogativo. Il Teatro degli Orrori è una mappa politica in cui la società è divisa in buoni e cattivi, sfruttati e sfruttatori. È tutto bianco o nero, quando il mondo là fuori non offre altro che infinite sfumature di grigio.

il teatro

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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