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L’incubo di mezza età di John Grant

John Grant 2E insomma c’è quest’omone di 47 anni, voce profonda e barba da boscaiolo più che da hipster, che fissa il vuoto in un negozio d’alimentari. Sta invecchiando ed è depresso, e mica lo dice con un giro di parole: ha le emorroidi (sì, le emorroidi in una canzone pop) e soffre di paraprassia (sì, la paraprassia in una canzone pop). L’ironia è che non può mettersi in testa la corona di spine del martire perché «ci sono bambini col cancro e non puoi competere con quella roba». Povero John Grant, lui che ha dichiarato apertamente d’essere HIV positivo battuto da piccoletti di 10 anni che fanno la chemio. Nella canzone che dà il titolo al suo ultimo album, una cosa per pianoforte e archi dalle fini armonie vocali, l’aria “cosmica” e la sensibilità melodica che l’avvicina a quella di Rufus Wainwright, il cantante americano batte il territorio ambiguo del sarcasmo e tira fuori una scenetta sull’autocommiserazione che è una delle cose più sottili e al tempo stesso potenti che possiate ascoltare sul piangersi addosso. Ed è solo l’inizio.

Grant arriva al terzo album sull’onda del favore quasi incondizionato che lo circonda dai tempi dell’esordio solista Queen of Denmark e ne fa uno dei songwriter più amati in Europa da chi considera morto e sepolto il cantautorato classico. Lui, che oggi vive in Islanda e si racconta come un uomo felice, trova in Grey Tickles, Black Pressure un equilibro fra le due anime della sua musica: quella da autore di canzoni tradizionali, venate da un sottile senso d’inquietudine e musicate nell’esordio coi Midlake, e quello dell’ex ragazzo cresciuto negli anni ’80 che ama l’elettronica e si diverte a fare zampettare la voce su basi ballabili, o quasi. In fondo la new wave è stata un’ancora di salvezza, uno scudo per ripararsi dagli attacchi omofobici del posto dov’è cresciuto, nel Colorado. I due aspetti convivono armoniosamente in Grey Tickles, Black Pressure, titolo che richiama la traduzione letterale di due espressioni idiomatiche, una islandese (tipo «mezza età») e l’altra turca (qualcosa come «incubo»). Ma al posto di cantarci il suo incubo di mezza età fregandoci con l’empatia, Grant lo trasforma in un motore di storie bislacche, ironiche, divertenti, persino sadiche, musicate col produttore John Congleton mischiando l’acustico e l’elettrico, il sinfonico e il sintetico.

E così, eccolo alle prese con Snug Slacks, un pezzo di pop anni ’80 plasticoso in cui se la prende con un (potenziale) amante e con la sua bellezza. Domanda ironicamente se «è difficile essere così bello o i vantaggi superano gli svantaggi» e quando quello gli dice che vuole andare a vedere Joan As Police Woman lui capisce male e compra i biglietti per Joan Baez. Tanto lo sappiamo che è una piccola ripicca per indispettire uno che «fa diventare tutto umido, giù nei miei paesi bassi». Inacidito, in You & Him Grant dice che «dovresti passare un po’ di tempo con Hitler», nientemeno, e lo dice con l’entusiasmo di chi ama ostentare la propria cattiveria. Nel frattempo siamo passati attraverso Guess How I Know con i suoi chitarroni elettrici, fruscio di corde pizzicate e tastiere elettroniche da prog retrofuturista, per poi arrivare a un altro colpo da maestro, un pop chitarristico intitolato Down Here in cui Grant ci ricorda che «non facciamo altro che imparare a morire». Roba pesante, certo, ma in definitiva nel disco i momenti leggeri superano quelli drammatici. «Stoccolma è un posto che adoro, ma aborro la sindrome con lo stesso nome», canta a un certo punto per mettersi alle spalle una brutta storia. E difatti questo è il suo album meno drammatico.

È in questa sovrapposizione di piani, nell’accostamento di dramma e farsa che Grey Tickles, Black Pressure trova il suo carattere e la sua bellezza inusuale. Come in Voodoo Doll: il testo racconta della depressione che non ti fa nemmeno scendere dal letto, la linea melodica rimanda a certi canti sacri, l’arrangiamento strizza l’occhio all’elettronica funk in un cortocircuito che dice molto del carattere del musicista. Oppure come in Global Warming dove il riscaldamento globale non è il pretesto per una sentita canzone di protesta contro i padroni del pianeta, ma il punto di partenza di una serie di riflessioni a ruota libera. Con questa stessa musica, ariosa e animata da vari piani di tastiere, negli anni ’70 ci avrebbero cavato una canzone straziante sulla fine di un amore. Grant la usa per lamentarsi «della gente che non fa altro che parlare del Sole / Sembrano un gruppo di aztechi / Non fanno che bloccare le strade / E congratularsi l’un con l’altro per i piedi curati». Sì, Grant ha un occhio allenato ai particolari.

E così il teatro rock dell’apocalittica Magma Arrives, con le sue chitarre tremolanti e i cori da giorno del giudizio, sta nello stesso disco con le programmazioni di Black Blizzard, per poi trovare una sintesi nei cinque minuti di Disappointing, il pezzo scelto per lanciare l’album, un duetto con Tracey Thorn degli Everything but the Girl che somiglia a una My Favorite Things al contrario. Il cantante racconta su un’amabile base ballabile le cose e le persone che ama, solo per spiegare che «tutto ciò sparisce di fronte a te». Potrebbe essere un bel finale dell’album, un richiamo alla stabilità sentimentale finalmente raggiunta dal cantautore, e invece lui si prende ancora due canzoni. Prende a prestito lo slogan di uno shampoo della Johnson’s per dire «basta ai pasticci, alle lacrime, ai giochetti con una cricca di froci narcisisti» (No More Tangles) e poi mette in guardia nei confronti di «un mondo ostile» in una ballata di sei minuti e mezzo dedicata all’attrice Geraldine Page in cui la voce galleggia su un brodo in cui si confondono sintetizzatori, arrangiamenti orchestrali e una chitarra twangy.

Anzi no, il vero finale è affidato alla voce infantile che legge la Bibbia, la prima lettera ai Corinzi: «L’amore è paziente, è benigno; l’amore non invidia, non si mette in mostra, non si gonfia, non si comporta in modo indecoroso, non cerca le cose proprie, non si irrita, non sospetta il male; non si rallegra dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità, tollera ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non viene mai meno». Per cinquantasette minuti John Grant è stato caustico, autoironico, arrabbiato, divertito, sconcertato. S’è confessato in modo candido e ha camuffato col synth-pop meditazioni sulla vita e considerazioni semiserie sui rapporti interpersonali. Lo abbiamo visto procurarsi una pomata per le emorroidi e farsi lo shampoo pensando a una relazione complicata, e non ci ha fatto capire se quel «basta lacrime» è per via della formula del prodotto con cui lava i capelli o è un mantra per superare il dolore. Poi, negli ultimi 30 secondi ci racconta cos’è l’amore con il candore di un bambino, un candore che si presuppone precluso a un uomo di 47 anni che sta attraversando un «incubo di mezza età». Ci sono speranza e luce e amore qua in fondo, e non puoi competere con questa roba.

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