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Calibro 35, il futuro che non abbiamo vissuto

CalibroIl futuro non è più quello di una volta. Le epopee che prevedevano la colonizzazione dei pianeti e lo sviluppo di tecnologie salvifiche entro la fine del Novecento, o poco più in là, sembrano oggi frutto di un ottimismo ingenuo. Ci danno informazioni su com’eravamo più che su come siamo. Eppure c’è stato un tempo in cui anche i musicisti alzavano gli occhi al cielo, sognavano avventure cosmiche, accompagnavano la musica a visioni di un futuro che oggigiorno nessuno riesce più a immaginare. Nel suo primo album Jimi Hendrix metteva la Terra in prospettiva chiamandola «la terza pietra dal Sole», i Pink Floyd usavano lo spazio come sfondo immaginativo delle loro jam, Sun Ra si faceva testimone dell’afrofuturismo e diffondeva il motto «space is the place», David Bowie raccontava la storia del Maggiore Tom alla deriva nello spazio siderale, e molte altre.

Ogni tanto il futuro torna: per nostalgia, per divertimento, per necessità, per protesta contro il presente. I Calibro 35 ci fanno ascoltare il suono del futuro di una volta, ci fa capire com’era contemplare lo spazio con gli strumenti in mano in un album che nel titolo S.P.A.C.E., con quei punti a separare le lettere, evoca l’organizzazione S.H.A.D.O. del vecchio telefilm Ufo. Dopo aver setacciato in lungo e in largo l’immaginario delle colonne sonore di film thriller, polizieschi e noir, un’indagine che col passare degli anni rischiava di perdere forza, la band di Massimo Martellotta, Enrico Gabrielli, Luca Cavina, Fabio Rondanini e del produttore Tommaso Colliva carezza ora il concetto di retrofuturismo che emerge saltuariamente nella musica pop da una ventina d’anni. I quattro mettono la propria personalità musicale – sempre spiccata, sempre riconoscibile – al servizio di un nuovo concept e tornano a casa con un disco che rinnova il piacere di ascoltare musica rock strumentale.

Calibro vinileRegistrato ai Toe Rag Studios di Londra, quelli in cui i White Stripes incisero Elephant dando il via alle mode del neo garage e del suono vintage, S.P.A.C.E. racconta il futuro che s’immaginava alla fine degli anni ’60, tutt’al più nei ’70, e lo fa con i mezzi che si usavano allora. Il Toe Rag è un baluardo della tecnologia d’epoca, un posto dove entri e torni indietro di quarantacinque anni suppergiù. E perciò per la prima volta i Calibro hanno registrato tutto in analogico su un 8 tracce, senza cuffie, come usava fare molti anni prima dell’entrata in scena di software e computer, un procedimento che costringe a fare i conti definitivi con la creatività prima di mettersi a suonare. Persino i sintetizzatori, qui, hanno un suono vintage. Resta intatto il carattere cinematografico della scrittura. Ne esce anzi rafforzato cosicché da un lato ci sono i brani groovy che hanno reso celebre la band – con una diversa strumentazione il singolo Bandits on Mars avrebbe potuto essere incluso in uno dei quattro album precedenti della formazione – e dall’altro momenti in cui la musica diventa pittorica e come sospesa nell’aria, lenta e onirica.

Un tempo, qui, era tutto 1966. E la colonna sonora che ci immaginiamo per quell’anno cruciale per lo sviluppo del programma Apollo somiglia a S.P.A.C.E., un disco dove le visioni “spaziali” dei tardi anni ’60 incontrano il gusto per il funk dei ’70. Loro dicono che il disco è la soundtrack immaginaria di un film di fantascienza diretto da Sergio Leone. E come in tutti i film ci sono i momenti che fanno trattenere il fiato (74 Days after Landing), gli slanci d’ottimismo (S.P.A.C.E., che è un po’ la sigla d’apertura), le crisi (An Asteroid Called Death), le scene d’azione (Thrust Force). I sintetizzatori MiniMoog e ARP Odyssey hanno un ruolo più che mai importante e con essi gli organi Farfisa, Hammond e Vox. Tutti s’integrano in modo perfettamente naturale al flusso musicale del quartetto che riesce a fondere una nuova qualità descrittiva della musica con il gusto dell’interplay. I riferimenti di sempre, come il funk di Ungwana Bay Launch Complex, assumono un’aura “cosmica” e nuovi suoni d’avanzano nel buio dello spazio siderale (Brain Trap). Flauto, clarinetto, tromba, trombone e sassofono fanno da contrappeso ai suoni così deliziosamente “instabili” degli organi, mentre l’intermezzo vocale di An Asteroid Called Death vive della fantasia dei vocalizzi di Vincenzo Vasi e Valeria Sturba. La batteria è dinamica ma leggera, il jazz-funk dettato dal basso serve a “raccontare” di altri sistemi solari, picchi di tensione s’alternano a momenti ludici, un fagotto appare all’orizzonte di Universe of 10 Dimensions, materia aliena in una canzone in cui una chitarra elettrica surf dialoga con un organo. Se siamo soli nello spazio per lo meno c’è di che consolarsi: la colonna sonora è ottima.

Calibro vinileI Calibro si divertono a produrre suoni misteriosi come oggetti che attraversano lo spazio uditivo (Across the 111th Sun), fanno «serenate ai satelliti», citano I pianeti di Holst e per Spotify compilano una playlist ispirata a S.P.A.C.E. dove mettono in fila Braen’s Machine, Heliocentric, Lesiman, D’Angelo, Can, Holst e Morricone. Come ha scritto il quotidiano francese Libération, in questo disco i Calibro hanno un «groove énorme». E a ben pensarci, S.P.A.C.E. potrebbe persino rafforzarne lo status di gruppo di caratura internazionale. Per Pitchfork restano una «obscure modern funk band from Italy», però quest’anno Dr. Dre ha campionato la loro Ogni riferimento a fatti accaduti, Jay-Z aveva preso la loro versione di Il Consigliori di Ritz Ortolani, i Child of Lov con Damon Albarn dei Blur hanno usato la loro performance di Una stanza vuota di Ennio Morricone. Mesi fa i Calibro hanno rimusicato Sabotage dei Beastie Boys per accompagnare un tour europeo dando alla canzone una tensione e una carica assente dall’originale, e tra febbraio e marzo suoneranno a Parigi, Londra, Manchester, Berlino, Barcellona, Madrid. Il singolo Bandits on Mars passa sulla radio di Santa Monica KCRW, quella di Morning Becomes Eclectic, mentre Huey Morgan dei Fun Lovin’ Criminals ha scelto S.P.A.C.E. come disco della settimana del suo show radiofonico su BBC 6. In passato, Convergere su Giambellino è finita nei titoli di coda del fumettone d’azione con Bruce Willis e Morgan Freeman Red. Lontani da casa, i Calibro affascinano un po’ per l’aria da setacciatori di rare groove nei vecchi vinili, un po’ per la fama di eredi del nostro prog anni ’70, un po’ per il filo che li lega a Morricone, Bacalov, Umiliani.

Un’altra cosa che potrebbe fare S.P.A.C.E., nel suo piccolo, è ribadire il valore della musica suonata, del talento dei musicisti, dell’interplay, tutti elementi oggi drammaticamente sottovalutati. In un periodo in cui gruppi e cantanti si portano dietro un bagaglio di significati extra-musicali che li definiscono, di narrazioni vincenti che nulla hanno a che fare con quella che gli anglofoni chiamano musicianship, i Calibro 35 producono musica che non ha bisogno d’altro che di se stessa. E in fondo persino la cornice concettuale – che siano i poliziotteschi anni ’70 o lo spazio di quest’ultimo album – serve non solo a dare una direzione, ma anche paradossalmente a piantare dei paletti necessari per mettere in moto l’inventiva musicale, a dare il via a un viaggio pieno di fantasia e talento nel futuro che non abbiamo vissuto.

Foto di Chiara Mirelli, elaborazione Mono

 

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