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Il viaggio mistico di Capossela (parte 2)

Capossela Ovunque proteggi 2Ascoltate la voce. La voce di Capossela ha una straordinaria potenza evocativa in questo disco. Risalta in particolare – e, per così dire, per esigenze di copione – in S.S. dei naufragati, uno degli episodi più belli, spaventosi e difficili di Ovunque proteggi. Si tratta di una rielaborazione del pezzo inciso da Vinicio con la Banda Ionica nell’album Matri mia, reso per violoncello, theremin e harmonium. Capossela narra d’un capitano deciso a portare la sua imbarcazione e i suoi marinai verso la morte. «A parte la naturale evoluzione della voce» commenta Vinicio «per una volta io e Marco Tagliola abbiamo cercato di stare attenti alla voce, per lasciarle il suo spazio, senza annegarne le frequenze. Assieme avevamo lavorato sulla narrazione sonora nei reading, poi nelle Radiocapitolazioni e infine nella rappresentazione teatrale dei brani di Non si muore tutte le mattine. Non facevo concerti da un anno e mezzo e quindi forse non ero più abituato ad essere accompagnato dal frastuono di una banda, anche se in fin dei conti con Ovunque proteggi ho realizzato il disco con più strumenti della mia carriera. Credo di avere sempre avuto il difetto della poca comprensibilità. Ho sempre invidiato il primo De André per la dizione, la grande chiarezza espressiva, favorita dalla semplicità degli arrangiamenti. Il problema è che quando uno canta, sa già quel che andrà a dire, non sente la necessità di spiegarsi e quindi si sforza di farsi coinvolgere nell’interpretazione, e così facendo spesso rovina la canzone. È lo stesso problema del teatro: l’interprete deve rendere giustizia all’autore facendo un passo indietro. La giovane età invece ti fa eccedere nell’interpretazione, la qual cosa rende ancora più meritoria la gioventù di De André: i suoi primi dischi sono di un’intelligibilità straordinaria. Spero di avere fatto qualche passo avanti». Anche secondo Tagliola «in questo disco Vinicio ha raggiunto picchi notevoli nell’uso della voce: oggi è molto matura. Abbiamo fatto un gran lavoro sull’intelligibilità. Era un punto focale per il disco e soprattutto per la S.S. dei naufragati. Vinicio è un cantante trasformista, raggiunge tonalità diverse, nelle basse frequenze ha una chiarezza che pochi interpreti di sesso maschile riescono a raggiungere. Abbiamo cercato di dare più spazio possibile alle emozioni che la sua voce trasmette. Abbiamo voluto dare a chi ascolta il disco la sensazione che Vinicio stia cantando lì, davanti a lui».

La parte musicale della S.S. dei naufragati è stata curata in particolare da Brunello, che nel brano suona il violoncello. Racconta: «Vinicio voleva rendere l’idea di una nave dondolante sul mare e al tempo stesso della leggerezza che hanno le imbarcazioni quando scivolano sull’acqua. Il mio strumento ha 400 anni e un suono scuro, profondo, codificato. A lui non bastava. Mi ha spinto a tirare giù le corde di due toni finché è venuto fuori questo suono un po’ slabbrato: Vinicio si è illuminato, aveva trovato quel che cercava. All’inizio l’idea era di incidere il pezzo in una barca. Andammo a cercarla in laguna, a Venezia. Di Capossela mi colpiscono due cose. Sa rendere graffianti e attuali forme musicali che sembravano relegate alla memoria come valzerini e polke polverose, che prendono vita e colore. Mi colpisce poi il suo modo di cantare le melodie: usa la voce come uno strumento ad arco, non lascia mai interrotta una melodia, la continua con mugolii, respiri, suoni. Mi pare, infine, che si sia staccato dall’uso tradizionale degli strumenti: si è spinto a estremizzarne la voce».

Tra gli strumenti utilizzati nel disco c’è lo shofar. È uno strumento a fiato citato dalla Bibbia il cui suono dà il benvenuto a chi inizia ad ascoltare l’album. «È un corno d’ariete dal suono primitivo», spiega Capossela. «Nella ritualità ortodossa viene utilizzato il giorno del capodanno, che è il giorno della chiamata e non ha niente a che fare col nostro, di capodanno. Emette una sola nota, si può variare solo l’intervallo, che può essere più o meno lungo. Mi hanno spiegato che l’intervallo esprime il grado di opposizione alla chiamata del giudizio divino. Chi non è refrattario alla chiamata viene richiamato da un suono lungo, mentre le anime indecise sono chiamate da un suono a intervalli brevi, sempre più isterico. È un lamento quasi caprino, disperato, terribile. Del resto questo è un disco di belati».

cover_ovunque_proteggiFacile farsi ingannare da meduse e minotauri, marinai suicidi e cristiani nell’arena, Cristi portati in processione e belati. Ovunque proteggi è un disco che va a tempo col mondo che ci circonda, parla di quel che sta accadendo a tutti noi in questo esatto momento. È un disco a modo suo politico, ovviamente in modo molto sottile e appena suggerito. «Un amico russo» spiega Vinicio «mi ha fatto vedere un film bellissimo di Tarkovskij intitolato Andreij Rubliov (1966). Attraverso la storia di un pittore di icone si offre un ritratto del regime sovietico. Mi piacciono molto le metafore, questo modo di dire in maniera indiretta». Capossela ha fatto la stessa cosa. Il suo Andreij Rubliov è andato a cercarlo nel Vecchio Testamento, libro terribile e sanguinolento. «Non trovo altre parole che quelle bibliche per rapportarmi alla situazione che stiamo vivendo. La S.S. dei naufragati è una metafora, proprio come Moby Dick. Quando sei su una barca, se quello che è al timone ti vuole portare al disastro, ci andrai. Viviamo in tempi spaventosi come quelli descritti dalla Bibbia. Ovunque proteggi è un disco molto contemporaneo. Ma per parlare dell’oggi abbiamo scelto metafore che vengono dal passato. Archetipi. Le canzoni riflettono il mio modo di percepire la contemporaneità. È un momento in cui si ha a che fare con temi come la religione. È impressionate la grande forza poetica che c’è, ad esempio, nei proclami lasciati dai kamikaze islamici prima di farsi esplodere: i passi del Corano che recitano sono dotati di una forza poetica violenta. L’idea cristiana di religione è legata al Nuovo Testamento e prevede un Dio dell’amore. È un’idea lontana dal Dio di altre religioni che è signore degli eserciti, che annienta, che atterrisce, di cui è meglio invocare la protezione, è meglio che armi il tuo braccio piuttosto che quello altrui».

Racconta Cervetti che l’interesse per la Bibbia matura in un convento fondato da San Girolamo sui monti delle Cesane, nelle Marche. Lo trovarono per caso, o forse sarebbe meglio dire per volere del destino. «Eravamo da amici a Urbino e un giorno Vinicio andò a fare un giro in auto imbattendosi in questo bellissimo monastero completamente restaurato dal signor Girolomoni. Fu lui a farci scoprire realtà letterarie interessanti tra cui i Salmi e il testo dell’Ecclesiate tradotto da Ceronetti. Ci colpirono a tal punto da “mistificare” il nostro Grand Tour. Anche le canzoni di Ovunque proteggi più legate al moderno hanno un sottofondo non dico religioso, ma tendente al mistico».

cover_ovunque_proteggiIn questa visione potente e terribile della religione, che prende forma nelle parole marchiate a fuoco di Non trattare, emerge un interesse non per la spiritualità, ma per la fisicità. «Mi interessa la carne» dice Capossela «la fisicità della religione. Lo spirito senza carne non brucia». È straordinaria in questo senso L’uomo vivo, una canzone dedicata alla cerimonia del Cristo risorto che si tiene a Scicli, in provincia di Ragusa. A Pasqua, il Cristo rinasce e diventa «uomu vivu». Accompagnati dal suono di una banda, i paesani portano a spasso la statua al grido di «gioia!» (da cui il nome dato al Cristo di Scicli: il Gioia). L’arrangiamento del brano è stato curato da Roy Paci che racconta: «Vinicio ha insistito per inciderla con la banda del luogo. L’abbiamo registrata nella chiesa di Scicli, in una situazione per certi aspetti precaria. Ma Vinicio è uno che usa il disordine per creare l’ordine. Per dire, durante la registrazione di Canzoni a manovella, per incitare i musicisti ha indossato una giacca da domatore e ha tirato fuori una frusta. Ascolti le sue canzoni e ti arricchisci: non mi capitava dai tempi di De André e Fossati. Diciamolo: ora come ora i suoi dischi sono più innovativi di quelli dell’artista a cui è stato paragonato: Paolo Conte. E poi Capossela è uno che dal vivo dà tutto. Non è mai sazio di servire il pubblico». Secondo Tagliola, «la forza di Vinicio è che sa sorprendere. Fa cose inaspettate. Si interessa di tantissime cose e quindi riesce a pescare idee e soluzioni in campi letterari o musicali che altri non utilizzerebbero. Con lui devi, per così dire, essere sempre pronto a non essere pronto».

La scelta di raccontare la storia dell’uomo vivo è l’ennesima riprova dell’enorme curiosità di Capossela. «È una persona avida di nuove esperienze», dice Cervetti. «È un neutrino: lui va, passa ovunque, raccoglie a volte disordinatamente tante cose, è una spugna di emozioni. Il suo pregio è quello di saper mettere in musica e parole questo guazzabuglio di sentimenti, di cose viste e sentite, di persone conosciute. Le persone sono le cose che più conosce e più ama. Impara quotidianamente da chi gli sta attorno. La sua produzione è molto umana. Diciamoci la verità: l’uomo vivo è il Gioia, ma è un po’ anche Vinicio». E così sia.

cover_ovunque_proteggiAppena gli chiedo di Spessotto, Vinicio si alza da tavola. Spessotto era un compagno di classe di Capossela. Protagonista di una delle canzoni più divertenti e accessibili di Ovunque proteggi, scelta come brano guida dell’intero disco, diventa l’archetipo di chi è «nato dalla parte di sotto», quelli a cui la vita non ha regalato la possibilità di essere retti, quelli che combinano impiastri fin da piccini. Capossela descriveva gli Spessotto già nel suo libro Non si muore tutte le mattine: «I vigliacchi che non dicono la verità e si fanno scoprire subito, che escono di casa di soppiatto, che non sono a posto, che non la dicono chiara, sempre sinceri nella viltà […] Che non dicono dove vanno, che si attardano accolpati… sparacchiano a vanvera intenzioni più grandi loro, e stanno tra i vicoli e i crepacci del borgo, dove la luce non arriva bene».

Vinicio si alza, dicevo. Si alza e prende dal pianale della cucina una vecchia fotografia in bianco e nero. Sarà vecchia di trent’anni. C’è un gruppo di bambini in grembiule. «È la mia classe della prima elementare», spiega. Vinicio è in basso a destra. Mi indica un ragazzetto al centro, sguardo corrucciato e aspetto sgarrupato: è Spessotto. «L’anticristo. Fu allora che mi feci l’idea che il mondo si divideva in due: quelli che stanno dalla parte di Davide e quelli che stanno dalla parte di Spessotto. I primi erano quelli ben pettinati che non finivano in mezzo ai casini, non c’erano episodi vergognosi nella loro vita, non bisognava fare la colletta per comprargli i libri. Erano dalla parte del giusto. Gli Spessotto erano quelli nati dalla parte di sotto. Con l’età l’idea si è fatta più ampia: nella prima parte della canzone si parla delle disgrazie dell’infanzia, nella seconda si dice che siamo tutti cacciati dal paradiso e quindi siamo tutti dalla parte di Spessotto: non più figli del Cielo ma di quei due farabutti di Adamo ed Eva». Ma in fin dei conti, dice la canzone, il paradiso è qua in terra, e lo dice in modo deliziosamente furfantesco nel ritornello che suona, secondo Vinicio, come il canto di chi va spensierato a spasso sul disastro. «È un allegro motivetto suggeritomi da quattro vecchi signori, che io ho chiamato la Banda della Posta perché stanno sempre davanti alla Posta del paese di mio padre [Calitri, in provincia di Avellino]. Sono quelli che hanno suonato al suo matrimonio. Vecchi incarogniti. Uno dei loro pezzi preferiti è vecchia canzone napoletana chiamata Due paradisi. Parla di un gruppo di suonatori chiamati da San Pietro per allietare i beati in Paradiso. Quando viene sera, i musicisti vogliono tornare a Napoli. Ma come, dice San Pietro, siete in Paradiso e volete tornare laggiù? E loro, con fare confidenziale: San Pie’, il paradiso nostro è quello là».

Ognuno ha il paradiso che si merita. E Vinicio sa da che parte stare. «Mi intriga il fatto di essere dalla parte del giusto o dell’empio, di sopra o di sotto, di Davide o Golia. Mi intriga la figura dell’empio. Temo mi sia più simpatico del santo».

cover_ovunque_proteggiE poi c’è Dove siamo rimasti a terra Nutless, la canzone sul sempiterno dilemma: scegliere di cimentarsi in qualche impresa armandosi di serietà e lealtà oppure buttarsi a piedi pari nel Campari e fottersene allegramente? Nutless è anzitutto una storia d’amicizia raccontata in vari capitoli di Non si muore tutte le mattine. È la lotta tra l’Impresa con la i maiuscola architettata da Nutless, «qualcosa di più grande di noi», un sogno senza il quale l’uomo è «straccio strizzato», e la teoria del suo amico Nudols (che poi è Vinicio), secondo la quale bisogna seguire la gioia, l’impennata, lo sparo, il botto – godersela, insomma, negli intervalli che la vita ci dà e che uno si prende. Domani Capossela compie 40 anni tondi tondi e la canzone ha tutto l’aspetto dell’esorcismo del passare del tempo che subdolo fa cedere il capo «al sonno, al vapore, alla cucina, al caldo, al televisore».

«Nutless mi riguarda molto», ammette Vinicio prima di recitare solo per me un passo di C’era una volta in America, il film che fa da sfondo dell’amicizia e il cui tema musicale di Ennio Morricone è incorporato nella canzone. «Ci sono voluti più di due anni per vincere il pudore di cantare di queste cose, per trovare le parole giuste che raccontassero esattamente la vicenda. La storia è del mio amico e specularmente mia».

Le tazze sono vuote. È tempo di andare. Gli chiedo della vecchia giacchetta, quella che oramai gli va stretta. «L’immagine alla Bukowski» dice «l’abbiamo in realtà cambiata già molte volte. E poi non ho idea di come mi percepiscano gli altri, faccio già molta fatica a percepire me stesso. So che la vita ha le sue stagioni. Ci sono fasi. Si cerca di andar più in fondo a una suggestione piuttosto che a un’altra. In un tempo sono stato Perhan, per citare Il tempo dei gitani, e in un altro tempo Arturo Bandini. Quello che conta è andare ogni volta, con ogni lavoro, al fondo di una suggestione. Avere un’immagine fissa e obbligarsi a tenerle fede fa perdere molte cose a te e a chi ti segue».

Ecco, chi lo segue: pensa Vinicio che chi ascolta i suoi dischi possa dire di conoscerlo? La prende un’altra volta da lontano. All’inizio ho l’impressione che non mi stia rispondendo affatto. Poi capisco che mi sta dicendo una cosa importante sul senso della sua arte: «Io spero che il mio pubblico mi dia una qualche credibilità come profeta, come rabdomante: uno che viene mandato in avanscoperta per scoprire quel che c’è d’interessante. Il compito di un artista è aprire delle porte».

cover_ovunque_proteggiScoprirò poi che Vinicio ha portato il disco finito alla sua casa discografica facendosi accompagnare dal Mago. Suspense, mistero, magia, bizzarria. I due entrano nella sala dove si tiene una riunione dei discografici. Armato di cilindro, Wonder intrattiene i presenti con una serie di giochi di prestigio, con tanto di pioggia di coriandoli finale. Da un foulard il Mago estrae come per incanto il compact disc contenente la versione finale di Ovunque proteggi. Et voilà.

 

Leggi la prima parte dell’articolo

 

 

Pubblicato originariamente su Jam

 

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