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Due parole sull’editoria musicale

outuneJacopo Casati della testata online Outune mi ha posto alcune domande sullo stato dell’editoria musiciale, e non solo, all’interno di un più ampio giro di opinioni. Ecco un estratto dall’intervista.

Perché l’editoria tradizionale è scomparsa o è comunque in agonia da anni? È solo colpa degli editori?
L’editoria tradizionale attraversa un periodo di cambiamento epocale di cui nessuno conosce l’esito. Le testate cartacee registrano lettori e ricavi pubblicitari in calo, i siti Internet non hanno ancora sviluppato modelli di business sostenibili. Sono sostenuti da investimenti, da ricavi cercati altrove. In molti casi è la carta, proprio quella in crisi, a tenere in piedi le redazioni Internet – vale per Il Fatto Quotidiano così come per il New York Times. L’editoria musicale non fa eccezione e soffre anche per via della mancanza dello stimolo per trasformare la propria attività da passione più o meno remunerativa a impresa – abbiamo frequentato la School of Rock con Jack Black, non la London School of Economics con Paul Krugman. In quanto al giornalista musicale, oggi offre sul mercato del lavoro una professionalità estremamente svalutata, in un contesto in cui la maggior parte delle persone scrive gratis o quasi, rivolgendosi a editori che hanno risorse sempre più scarse, in un ambiente in cui il merito vale meno delle conoscenze.

Quanto internet ha cambiato l’editoria e in particolare modo quella musicale? Quanto credi che i social network abbiano influito nel cambiare (potenziandoli, diversificandoli o depotenziandoli) il ruolo degli stessi? Pensi che una fanpage sia allo stato attuale più o meno importante del sito stesso?

Internet ha cambiato profondamente il modo in cui ascoltiamo musica, la condividiamo, la commentiamo. E anche il modo in cui leggiamo di musica. È un passaggio epocale, che porta con sé alcuni fatti positivi, fra cui lo sviluppo di un maggiore senso critico. I social sono sempre più il canale attraverso cui molti indirizzano ed esauriscono la curiosità verso il mondo del pop-rock. E sono il luogo in cui gli artisti dialogano direttamente col proprio pubblico. È la famigerata disintermediazione. Quando avevo 15 anni, per sapere quanti e quali dischi aveva fatto un artista potevo contare solo sulle riviste musicali, sui libri specializzati, sul passaparola. Oggi, nella maggior parte dei casi, posso ascoltare istantaneamente ogni singolo album di quell’artista, conoscere la sua visione, leggere gratuitamente commenti autorevoli senza spendere un euro.

Perché secondo te c’è così tanta gente che fa, o prova a fare, il tuo stesso mestiere? C’è a tuo parere sufficiente preparazione? C’è solidarietà tra colleghi o aspiranti tali, oppure prevalgono invidie e frustrazioni?
Mi riesce difficile generalizzare, ma una cosa la posso dire. C’è una gran differenza fra il mondo del giornalismo musicale come viene percepito da fuori e com’è in realtà. Si è spesso è attratti da un’idea romantica della scrittura rock, dall’idea di entrare in contatto con gli artisti, dall’impressione che certe testate siano solide e professionali. E si finisce in un modo fatto di editori truffaldini, direttori che ti rubano gli articoli e li firmano col proprio nome, di contatti con chi fa musica molto inquadrati, di milioni di pagine scritte gratuitamente, o quasi. Su invidie e frustrazioni non saprei, mi tengo alla larga da quella gente.

 

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