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Travolti dalla “love machine” di Florence Welch

florence liveNon so chi sia. So che è carina, avrà sì e no 25 anni, balla e conosce a memoria le canzoni. Si gira verso di me, sorride, mi dice che «lo chiede Florence» e mi abbraccia. Effettivamente l’ha chiesto Florence Welch, e col tono accorato della predicatrice. Ha detto d’abbracciarsi, baciarsi, dirsi ti amo. È venuta a Milano per diffondere un messaggio d’amore e comunanza. Il pubblico l’ha ripagata con un calore straordinario. Qualcuno è andato oltre e le ha tirato i vestiti sul palco. Questa cosa dello stare assieme, come una comunità, di far crollare certe barriere è il sotteso dell’How Blue Tour di Florence and the Machine che ha fatto tappa al Forum di Assago. Prima d’attaccare Third Eye, Welch chiede di mettersi in tasca gli smartphone e per una canzone, almeno una e poi importante come quella, godere la musica «con gli occhi, con le orecchie, con gli altri». Per un attimo si torna negli anni ’90. Anzi, nei ’70 a giudicare dall’abbigliamento della cantante, che pare uscita dagli ABBA con l’aggiunta di un tocco hippie: è scalza e indossa camicia azzurra con maniche a sbuffi, pantaloni scampanati e abbinato al gilet chiaro. Incita a prendersi un momento per guardarsi, vedersi, sentirsi, godere assieme il concerto. Ma gli schermi degli smartphone servono, eccome, a illuminare i palloncini durante How Big, How Blue, How Beautiful: centinaia di bolle blu galleggiano per il Forum, dalla platea fino all’ultima tribuna.

Arriva sul palco dal basso, scambiando fiori e coroncine con quelli delle prime file. La scenografia è semplice. Dietro ai sei musicisti, alle due coriste, ai tre fiati c’è un fondo a tessere argentate che luccicano illuminate dai fari. La band resta sempre un passo indietro ed esprime un suono corale, dai forti accenti soul-pop che i generosi cori del pubblico, ad esempio in You’ve Got the Love, trasformano in moderni gospel. Ma la musica non è al centro dell’attenzione, sono la voce e le interpretazioni e le melodie che si prendono la scena. Welch canta in modo potente, duttile, imperioso. È raro vedere una performer con tanta energia e con una tale voglia di coinvolgere il pubblico, di tirarlo dentro al concerto. Inizia con What the Water Gave Me correndo da una parte all’altra del palco e prima di attaccare Rabbit Heart fa alzare quelli delle tribune. Scende spesso fra le prime file, si fa issare sulle transenne, canta da lì. A partire da Ship to Wreck, gran parte delle canzoni sono accolte da boati al primo accordo e cantante in coro come inni. L’energia positiva dell’esecuzione di Shake it Out è palpabile. Lei dice che ama l’Italia – conoscente un cantante anglo-americano che non ci adora? – e che per strsera faremo finta che il suo nome derivi da Firenze e non da quello della bisnonna. Poi butta lì le due sole parole che conosce nella nostra lingua. Sarebbero i gusti fragola e limone, ma le viene fuori una cosa tipo «fagioli e limone». Riesce pure a zittire il Forum durante le parti per voce e arpa di Cosmic Love e poi per cercare il registro canoro più alto in Dog Days Are Over, che intona in un silenzio irreale.

L’inflazionata parola “empowering” ha un senso, stasera. Con la sua musica, la sua presenza, il suo strano carisma, Welch racconta storie di rinascita. In certe canzoni s’immerge negli abissi dell’anima, ma dal vivo la storia di riscatto implicita nell’ultimo album How Big, How Blue, How Beautiful è ancora più evidente. Welch porta sul palco la propria vulnerabilità, per sconfiggerla. Si muove in modo teatrale, si lancia in piroette e passi di danza, si offre con pose studiate. Ma non ha nulla della diva irraggiungibile. Sarà la voce alta e sottile, saranno certi gesti, saranno tutte quelle coroncine di fiori, ma ha qualcosa di naïf e molto umano, una natura quasi infantile che per qualche ragione non stona con l’aura che la circonda, con la potenza espressiva del canto. È forte, carismatica, travolgente. E la gente l’adora, letteralmente.

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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