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I Radiohead hanno trasformato James Bond in uno spettro

Radiohead Spectre MonomusicmagPare di galleggiare nel vuoto con quella specie di bordone che ronza giù di sotto, con quelle note di pianoforte ripetute, troppo poche e brevi e lineari per immaginare un tema. Quando gli archi partono per puntare verso l’alto, il cantante apparecchia la scena: «Sono perduto, un fantasma, espropriato, tenuto in ostaggio». Non è la tipica canzone di un film di 007 e infatti non lo è. Avrebbe potuto esserlo, però. Spectre, che i Radiohead hanno diffuso il giorno di Natale, è stata scritta per l’omonimo film di James Bond diretto da Sam Mendes e interpretato da Daniel Craig, entrambi fan della formazione di Oxford. Gli è stata preferita Writing’s on the Wall di Sam Smith e la band di Thom Yorke è finita nella bella compagnia di gruppi e cantanti cui i produttori della saga di Bond hanno detto no: Amy Winehouse, Blondie, Alice Cooper, Muse, Pulp.

Last year we were asked to write a theme tune for the Bond movie Spectre.Yes we were. It didn’t work out, but became…

Posted by Radiohead on Venerdì 25 dicembre 2015

Davvero questa canzone è stata immaginata, scritta, arrangiata per diventare il tema portante del film? Davvero aveva una chance un pezzo che trasforma la Spectre, l’organizzazione criminale contro cui Bond si batte da una vita, in uno «spettro della mia anima mortale», come canta Yorke? Non c’è la minima traccia di coolness, eleganza e virilità nel personaggio messo in scena dai Radiohead, un uomo senza futuro, impaurito, braccato dallo spettro che il desiderio crea nella sua anima.

Quando cinque mesi fa il Telegraph ha chiesto al compositore David Arnold la formula della canzone di un film di Bond, l’autore delle musiche per gli 007 dal 1997 al 2008 ha risposto che «deve essere al tempo stesso sexy e british, un incrocio tra musica bianca e nera. Una figura di chitarra fredda e distaccata seguita da una sezione swing molto cool alla Count Basie che parla di lasciare il mondo alle spalle, saltare con scioltezza su un’auto e dirigersi a tutta velocità da qualche parte. È musica che descrive una vita in cui le azioni non hanno conseguenze». È l’esatto opposto di Spectre dei Radiohead, che Yorke canta nel suo registro più alto e vulnerabile, mentre la musica sembra appartenere a un altro mondo da tanto risuona lontana. Non è sexy, non è cool, non è celebrativa.

Spectre non è la canzone di un eroe che lascia il mondo alle spalle sfrecciando su un’auto sportiva. È il ritratto di un essere umano atterrito, schiacciato dalle sue paure, braccato, che trova una sola fonte di conforto: le labbra della donna che ama, l’amore insomma. E quando Yorke lo dice chiaramente, ecco che un tema finalmente si materializza. È solo un accenno, un disegno melodico abbozzato dagli archi che lascia intravedere una possibilità. Nel giro di due versi Yorke torna alla realtà e quando canta «Spectre, how he laughs» il tema degli archi s’incupisce, il romanticismo della storia d’amore sottesa alla canzone è spazzato via da visioni inquietanti. Mentre la voce viene risucchiata dagli strumenti, la musica cammina per poche battute su un terreno instabile. Sembra sul punto d’infrangersi, d’implodere.

Il mondo in cui viviamo non è fatto per i grandi temi, sembrano suggerirci i Radiohead. Non più. È un mondo che atterrisce, in cui la bellezza e quel po’ di coraggio che serve sono nascosti. Devi andare a cercarli, come il tema melodico che Spectre accenna, per poi farci ripiombare nelle tenebre delle nostre anime. Finisce con Yorke che enuncia la sola verità che conosce: «La Spectre è venuta per me». E quando lo dice, quel mezzo tema accennato in precedenza s’alza di nuovo, beffardo, perché qui non si canta più d’amore, ma di terrore e di morte. Non è più la musica di un uomo che cerca la salvezza sulla labbra di una donna, è la colonna sonora di un’ineluttabile ingiustizia.

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