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La fantastica avventura di Capossela nel paese dei coppoloni

Capossela Coppoloni aperturaAppollaiato su una mietitrice trasformata in macchina volante, un accrocco steampunk che agita ruote e sbuffa piume, Vinicio Capossela urla al cielo: «Al Padre Eterno le cose inutili gli sono sempre venute bene!». Il cantautore è qui il mietitore armato di chitarra che raccoglie in fascine i racconti degli altri. È una delle scene più vivide di Nel paese dei coppoloni, il film diretto da Stefano Obino che sarà nelle sale per due sole giornate, martedì 19 e mercoledì 20 gennaio. Prodotto da LaEffe, PMG, LaCupa, e distribuito da Nexo Digital, è l’anello mancante fra il romanzo del 2015 Il paese dei coppoloni e il doppio album Canzoni della cupa che uscirà in marzo. Frutto di dieci anni di lavoro, il disco conterrà due dozzine di brani e più, fra tradizionali e autografi, tutti strettamente legati al nostro patrimonio popolare. Il video di Il pumminale, la storia di un infedele che va «per le male strade» e si trova trasformato non in lupo mannaro ma in maiale, porta la firma di Lech Kowalski, regista d’origine polacca che ha documentato il punk americano e inglese in D.O.A., Born to Lose: The Last Rock and Roll Movie e Hey! Is Dee Dee Home?.

«Vado cercando musiche per le terre dei padri»

Nel paese dei coppoloni racconta il viaggio di Capossela nei luoghi dei genitori, in alta Irpinia. In particolare a Calitri, dove l’unico orologio pubblico s’è fermato all’ora del terremoto del 1980, le 7 e 40, dove cani e galline vagano per i vicoli acciottolati e i paesani troncano le vocali in fondo alle parole. Capossela è il viandante che gira valli, mulattiere, cave, e rimugina contemplando le facciate scrostate di vecchie case che quasi la natura si riprende. È anche un film d’incontri: con il barbiere Sicuranza fine dicitore del dialetto locale, con le Mammenonne che cantano in cerchio, con Testadiuccello che gli fa da Omero cieco. Non è un ritorno a casa, ma un viaggio nel fantasma del passato, un vagabondaggio in un luogo da cui ci si è sradicati. Non c’è nostalgia, se non nostalgia di quel che non si è vissuto. Capossela racconta questi luoghi e queste persone parlando direttamente alla cinepresa oppure sovrapponendo alle immagini la sua voce recitante. Non fa cronaca – questo non è un documentario – ma tutto mitizza. Si ferma a osservare i resti di una civiltà contadina che noialtri attraverseremmo senza nemmeno degnare d’uno sguardo e trasforma il paesaggio reale in racconto. «In Grecia sono andato a conoscere», ha detto presentando il film, «qui a ri-conoscere».

Coppoloni poster«Chi siete? A chi appartenete? Cosa andate cercando?», è la domanda che attraversa i 105 minuti della pellicola. Nel paese dei Coppoloni è un film sull’identità. Non è il viaggio di un uomo nato in Germania e vissuto per gran parte della sua vita nel Nord Italia che scopre le sue radici meridionali. E non è nemmeno un film su quanto eravamo belli quando eravamo poveri. Capossela va in Irpinia per indagare, annusare l’aria, farsi ispirare, disseminare scampoli di poesia, e soprattutto raccontare. Ci va come esploratore armato di parole e fantasia. La terra dei genitori e i suoi abitanti escono trasfigurati da questo viaggio fantastico nell’Italia 1.0 che la storia ha svuotato e che la modernità vorrebbe riempire con discariche e pale eoliche. Ma Nel paese dei coppoloni non è il pianto di Capossela sull’amara terra sua. È un’avventura fantastica, a tratti onirica, che mette al centro le Canzoni della cupa che dialogano con luoghi, miti, personaggi. Se ne ascoltano dodici (Dagarola del carpato, La notte di San Giovanni, Scorza di mulo, Il treno, Franceschina la calitrana, La padrona mia, Le creature della cupa, La bestia nel grano, Sonetti, Il pumminale, Lo sposalizio di maloservizio, La notte è bella), più esecuzioni dal vivo di Il ballo di San Vito e La marcia del camposanto. E perciò la risposta alla domanda «Cosa andate cercando?» non può che essere: «Vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri». Ed è curioso che queste musiche abbiano qua e là un sapore americano, un retrogusto blues e tex-mex, altri suoni periferici per così dire. Ci sono anche echi da colonna sonora di Morricone e del resto, dice Capossela, «ho sempre sognato di girare un film western calitrano in lingua, con sottotitoli in inglese».

«Il sacro si è rifugiato nella natura»

Nel paese dei coppoloni è anche un viaggio nella natura, nei posti in cui il sacro s’è rifugiato dopo essersela svignata dai luoghi cui era destinato (cit. Capossela, chi altri). È un’immersione in un mondo perduto, una mitologia del Sud, l’esplorazione del concetto di casa inteso in senso lato, un centro stabile in un mondo liquido. Non per viverci – non è un film sulla decrescita felice o sul ritorno alla terra degli avi – ma per raccontarsi. Un luogo dove tornare a caccia di fantasmi e d’ispirazione con l’idea e forse la necessità di non perdere la memoria e riafferrare, anche solo per una canzone, il mondo perduto dell’infanzia. Per poi tornare alla lucida consapevolezza che «a niente appartengo davvero» e che certe cose si conoscono solo da lontano, perciò le si può ammantarle di un’aura magica.

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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