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Il rock negli atri dei centri commerciali

skunk anansieC’è qualcosa di stonato. Prima di presentarlo a Londra o a New York, gli Skunk Anansie hanno lanciato il nuovo album Anarchytecture al centro commerciale Le Due Torri di Stezzano, poco più a sud di Bergamo. Un firmacopie, come un’Emma qualunque, con ragazzi e ragazze e qualche mamma a fare il verso alla cantante Skin e a urlare «attacca!», il suo cavallo di battaglia a X-Factor. Lei lo ripete una, due volte e glielo si legge in faccia che trasformarsi in una macchietta televisiva non le piace poi molto.

C’è qualcosa di stonato nella scena, e non perché si tratta di Stezzano. Potrebbe essere Pontecagnano o Marcianise o uno qualunque di quei posti straordinariamente inadatti a ospitare musica rock, uno di quei contesti in cui la gente va a vedere da vicino il tizio della tv, fra un H&M, un Lovable e un Mediaworld, che ha organizzato l’incontro con il quartetto inglese. Ci si porta a casa un selfie e la firma sulla carta da autografi che è diventato il libretto del cd. E da qualche parte, magari, c’è un negozio Sisley di cui Skin è fresca testimonial essendo lei, copio-e-incollo dal comunicato ufficiale, «uno spirito libero, originale e anticonformista». Dall’alto dei cinque milioni di copie vendute Skin e gli Skunk Anansie possono andare ovunque, è ovvio. Incontrare le persone che ti seguono può essere un’attività nobile, né considero a prescindere il pubblico televisivo peggiore di quello di un club. Però mi chiedo: che ci fa un gruppo con una cultura rock in un centro commerciale? Che ci fa una cantante dallo «spirito libero, originale e anticonformista» in una pubblicità della Sisley? Non dovrebbe stare da qualche altra parte, a reclamare altri spazi, a coltivare altri pensieri?

Siamo nel 2016, le cose vanno così. In un mercato in cui si entra in classifica coi firmacopie, i soldi li vai a cercare dove li trovi, il pubblico pure. Oggigiorno il rock vale poco e viene via con niente. Sconti dell’altro mondo, proprio come un volantino di Mediaworld. Però la ricordo, Skin, una ventina d’anni fa. Nera, lesbica, arrabbiata. La veemenza che metteva in Selling Jesus e in certe altre canzoni un po’ intimoriva. A incontrarla dava la sensazione d’essere una forza della natura Poi è andata com’è andata, gli Skunk Anansie si sono sciolti e rimessi assieme, e sono diventati un gruppo molto amato da queste parti, tant’è che l’inglese Evening Standard ha chiuso la recensione di Anarchytecture con un sarcastico «potrebbe piacere agli italiani».

Quando il quartetto ha presentato l’album alla nostra stampa, i quotidiani hanno fatto grandi titoli sullo spirito aggressivo degli Skunk Anansie: «Il mio rock anarchico e pacifista» (QN), «Non c’è abbastanza rabbia nella musica dei ragazzi di oggi» (Il Corriere della Sera), «Anarchici e rock» (Libero), «Siamo tornati per urlare tutta la nostra rabbia» (La Stampa), e così via. Salvo poi scoprire che all’incirca metà dell’album è composta da canzoni d’amore ispirate alla fine della civil partnership di Skin con Christiana Wyly. Mi auguro che non si riduca a questo il rock, qui in Italia: titoli sulla rivoluzione e poi sconti dell’altro mondo, sponsorizzazioni, firmacopie negli atri dei centri commerciali.

 

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