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La nuova canzone di Macklemore è un corto su razzismo e appropriazione culturale

MacklemoreMacklemore parcheggia l’automobile, scende, chiude la lampo del giubbotto, tira su il cappuccio e s’immerge nella folla. È il 25 novembre 2014 e il rapper si unisce alla manifestazione che sfila per le strade di Seattle contro la decisione del grand jury di scagionare l’ufficiale di polizia Darren Wilson che tre mesi prima ha ucciso a Ferguson il diciottenne afroamericano Michael Brown. La gente è scesa in strada a New York, a Oakland, a St. Louis, ovunque. Macklemore sta lì in mezzo alla folla, nel suo parka verde, e si chiede se quello sia il posto giusto per lui. Un rapper bianco. Un privilegiato.

La nuova canzone di Macklemore & Ryan Lewis featuring Jamilia Woods White Privilege II, dal prossimo album The Unruly Mess I’ve Made, è un cortometraggio sonoro di quasi nove minuti sul razzismo, sull’appropriazione culturale e sul ruolo che i bianchi possono o devono ricoprire nella protesta. Inizia con un coro femminile che può ricordare i canti di lavoro degli schiavi strappati dall’Africa e deportati negli Stati Uniti e con un assolo di sassofono che fa pensare al jazz. Nel giro di pochi secondi, un rapper bianco ha giù utilizzato due elementi appartenenti alla cultura afroamericana. Il testo ci introduce ai suoi pensieri di bianco che marcia con i neri contro il razzismo dei bianchi. «È imbarazzante, è giusto che sia qui a marciare?», si chiede, però «se loro non respirano, come posso farlo io?». Perciò decide di stare lì, di prendere posizione perché «noi non siamo liberi» salvo poi realizzare che «non esiste un noi». È con i manifestanti che urlano «Black lives matter» o il colore della sua pelle lo rende più simile al poliziotto antisommossa che sta di fronte a lui, armato e pronto per la battaglia?

 

L’eloquio di Macklemore, un rapper sui generis che ha fatto del torno colloquiale e riflessivo un marchio di fabbrica, è perfetto per raccontare i pensieri contrastanti che s’agitano nella sua testa, mentre un pianoforte, sotto, distribuisce note malinconiche. Dopo poco più di un minuto la canzone – sequel della White Privilege contenuta nell’album del 2005 di Macklemore The Language of My World – svela la sua natura. Succede quando un coro possente intona le parole «Sangue sulle strade, senza giustizia non c’è pace», e sotto un suono basso ricalca la melodia e un altro coro fa partire vocalizzi da fine del mondo. È chiaro che la canzone non sarà ammiccante, una di quelle cose che s’adatta al flusso musicale dei network radiofonici. White Privilege II ha fermate e ripartenze, e cambi di scena, e un carattere teatrale, uno sviluppo cinematico.

Nella seconda strofa Macklemore chiama in causa le Miley, gli Elvis, le Iggy Azalea, e chiunque abbia ottenuto successo usando la musica afroamericana e ora se ne sta chiuso in una villa, protetto dalle sue ricchezze. Se Kendrick Lamar ha espresso in To Pimp a Butterfly i sensi di colpa del rapper afroamericano che i soldi separano dalla comunità, qui Macklemore mette in musica un argomento che ha tenuto banco negli Stati Uniti l’anno scorso, quello dell’appropriazione culturale. Non trasforma il pezzo in un saggio – siamo in un film o su un palco di Broadway, comunque in una canzone – ma mette a nudo l’ipocrisia di chi ha proposto una «versione pop annacquata e merdosa di quella cultura». E quando sembra che stia attaccando i suoi colleghi, arriva il verso in cui dà voce al proprio disagio: «Vuoi piacere alla gente, vuoi essere accettato, ecco perché sei qui a protestare». Macklemore non si chiama fuori.

Il suono del sassofono spazza via il dialogo interiore, in sottofondo si sentono i rumori della manifestazione, il brusio della folla, i canti di protesta. La scena cambia di colpo. Una porta si chiude, i rumori sono attutiti, siamo in una caffetteria. Parte un nuovo pattern di pianoforte, meno drammatico, quasi buffo. Una mamma s’avvicina al cantante e racconta quanto sia importante la sua musica per i suoi figli. Persino a lei, madre di famiglia, piacciono quelle canzoni dallo spirito positivo sui negozietti dell’usato o sui diritti dei gay. E quando pensi che sia una progressista – e magari lo è – getta la maschera. Macklemore è l’unico artista hip-hop che fa ascoltare ai figli, dice, mica come quegli altri che rappano solo di pistole e mignotte. E poi, «anche le proteste, là fuori, sono stupide. Se un poliziotto ti ferma e tu corri, la colpa è tua». La musica si ferma. È un fallimento? Instillare pensieri positivi porta a questo? Il rap di Macklemore è inefficace se chi lo ascolta arriva a pensare che Michael Brown abbia meritato la morte? Una linea invisibile e invalicabile separa la donna e il cantante dagli afroamericani?

La musica si ferma ancora, s’alza un collage di voci, come quelle raccolte dai reporter per la strada. Tutti a giustificare l’operato della polizia, tutti probabilmente bianchi. «Maledizione», dice Macklemore mentre il coro gospel si fa più dolente e drammatico. «Tante opinioni, tanta confusione, tanto risentimento. Alcuni di noi hanno paura, altri stanno sulla difensiva, la maggior parte non presta nemmeno attenzione». Ci preoccupa non essere chiamati razzisti, non ci preoccupa il razzismo in sé. E mentre la musica assume colori orchestrali e cresce fino a farsi pressante e drammatica, fino a spingere le parole fuori dalla bocca del rapper, Macklemore comprende che il suo successo, il caso favoloso del musicista imprenditore di se stesso che scala con le proprie forze le classifiche, deriva dallo sfruttamento, che è parte dello stesso cemento sociale che rende possibile che Wilson non venga incriminato. «L’America si sente al sicuro con la mia musica», confessa. La supremazia bianca protegge i suoi privilegi, ma se ti appropri della cultura afroamericana non puoi non prendere posizione quando è sotto attacco.

Un pianoforte suona note lugubri e un nuovo collage di voci – di esperti intervistati alla tv, si direbbe – riflette sul significato del movimento «black lives matter» e su cosa dovrebbero fare i bianchi: «Parlare l’uno con l’altro. Discutere di cose difficili e dolorose con i genitori, con i famigliari». E poi: «Sei disposto a rischiare? Cosa sei disposto a sacrificare per creare una società più giusta?». White Privilege potrebbe finire così, e invece ha una coda poetica. Prima è un pianoforte solitario, poi un beat più spedito e Jamila Woods canta che «il nostro silenzio è un lusso e l’hip-hop non è un lusso». Non lo è nemmeno per un ragazzo bianco di Seattle nato nel privilegio, con addosso un parka verde, le braccia lungo i fianchi, negli occhi uno sguardo smarrito.

 

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