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Sia mostra gli ingranaggi del pop

Sia Monomusicmag.comC’è un passaggio impagabile nell’intervista che Sia ha concesso in dicembre a Rolling Stone, quello americano. Spiega come scrive per conto terzi: compulsando lo smartphone dove archivia le idee, cercando d’abbinare cantante e canzone, annusando l’aria che tira alla ricerca di temi popolari. È molto più romantico pensare che le canzoni appaiano in sogno, come il riff di Satisfaction, o che esistano già da qualche parte pronte per essere trascritte, come andava dicendo il giovane Dylan. E invece la songwriter d’origine australiana espone il carattere prosaico della sua professione, come fece Nick Cave la volta in cui spiegò che per scrivere andava in ufficio, come un impiegatuccio qualunque. Lei, artigiana della canzone per brevità chiamata artista, lo mette bene in chiaro anche nel nuovo album This Is Acting, il settimo d’una discografia piena di svolte e piccoli colpi di scena, un viaggio alla ricerca di un’identità in continuo divenire. «Questo è recitare», dice il titolo. Significa che Sia, qui, non esprime se stessa, ma si cala nei panni altrui come farebbe un’attrice. È anche un modo per dire: prendiamola alla leggera, questo giro. Ed è così che forse andrebbe ascoltato This Is Acting, con la consapevolezza che si tratta di canzoni scritte a tavolino, in modo meravigliosamente prosaico.

Dietro la parrucca bionda (oggi bicolore) che ne cela i tratti c’è un’autrice d’immenso successo. C’è una Linda Perry 2.0, senza il rock, che ha composto Diamonds per Rihanna e Pretty Hurts per Beyoncé e una lista di successi lunga così che comprende David Guetta, Katy Perry, Britney Spears e, sì, persino Marco Mengoni. Proprio per Rihanna, Adele, Beyoncé, Shakira ha scritto le canzoni di This Is Acting. Composte su commissione, rifiutate dalle star. Sono scarti, letteralmente, ma una metà rivaleggia con qualunque cosa trasmettano oggigiorno i network radiofonici – d’accordo, non è un traguardo formidabile, ma non parlo solo di qualità, parlo di appeal. È forse la cosa più pop e disimpegnata che Sia abbia mai fatto, un momento di pausa o di rottura rispetto ai temi importanti del precedente 1000 Forms of Fear anche se musicalmente non siamo distanti da quell’album. Il songwriting rimanda alle power ballad anni ’80, ma sound e arrangiamenti rispondono alle regole della canzone contemporanea. E Sia le rammenta alla perfezione, quelle regole, mentre cerca nello smartphone un’idea appuntata chissà quando e improvvisamente buona per il manager di una pop star che le ha chiesto una canzone, e che sia un hit mi raccomando, e che rappresenti lo spirito della cliente. La soluzione, confessa, è scrivere una valanga di canzoni finché non si trova quella giusta. Perciò, aggiunge con un bel po’ di modestia, «se ho successo è perché sono produttiva, non perché sono una grande songwriter».

Se questo è recitare, Sia Furler è un’ottima attrice. Ci sono momenti, come le strofe di Bird Set Free e certi passaggi di Reaper, in cui dimostra ancora una volta d’essere una gran cantante, espressiva, con un gusto per le sfumature e un colore che è oramai riconoscibile. Ma è altrettanto vero che lei, una decina d’anni più vecchia delle pop star cui fornisce canzoni e suggestioni, canta qua e là come le sue clienti, per quello stesso fenomeno che ha portato molti a pensare «Ah, la nuova di Rihanna» la prima volta che hanno ascoltato Chandelier. E proprio alla good girl gone bad aveva proposto Reaper e Cheap Thrills. L’idea era che finissero su Anti, l’album che il mondo del pop ha aspettato invano nel 2015. Ora sono su This Is Acting. La più clamorosa delle due, Reaper, è stata composta e prodotta con Kanye West, ma a quanto pare lui e Rihanna si sono fatti vedere in studio per sì e no un’ora. È un pezzo pop dalla natura candida, dall’accompagnamento musicale semplice e dalle coloriture vocali fantasiose, in cui Furler dice in faccia alla Triste Mietitrice di tornare più in là, ché ha ancora molte cose da fare. Starà recitando, ma la mente corre al tentato suicidio che Sia ha candidamente confessato, tempo fa. Inclusa qui non per convinzione, ma per fare un piacere al manager, Reaper ha un testo semplice, banale persino, ma l’effetto è irresistibile. Cheap Thrills è più esile e piatta. È la canzone della ragazza che si prepara a fare sfracelli in discoteca in un qualunque venerdì sera, una che non ha bisogno di soldi perché s’accontenta d’emozioni a buon mercato. La voce di Sia pare ringiovanita in modo innaturale – ah, il make up digitale – mentre un coro di bimbi e un motivetto orientaleggiante appena accennato aggiungono un altro carico di kitsch di cui il pezzo non ha bisogno.

This Is ActingSe Footprints fa parte di un gruppo di un paio di dozzine di canzoni scritte per l’album di fine 2013 di Beyoncé, Move Your Body è una tamarrata che sa di Shakira lontano un chilometro. È molto, ma molto meglio Bird Set Free, che è stata rifiutata tre volte, e si fatica a comprendere il motivo. È stata scritta per la colonna sonora di Pitch Perfect 2, scartata, data a Rihanna, rifiutata, offerta ad Adele per 25, di nuovo rigettata. Viene riportata a casa in un’interpretazione passionale, col modo spudorato e istrionico che ha Sia di cantare capace di riscattare anche testi così così e metafore già sentite. Il discorso vale anche per Alive, pensata per 25, scritta con la cantante inglese e il cantautore Tobias Jesso Jr, quello di Goon. Non è difficile immaginarla intonata da Adele, specie il ritornello. È la confessione di una sopravvissuta ai suoi demoni che celebra se stessa ed è costruita sul contrasto fra la strofa vuota e il ritornello trionfante, dal retrogusto gospel. Al Saturday Night Live, dove ha avuto il dubbio onore d’essere presentata da Donald Trump, Sia l’ha cantata con un coro di otto elementi alle spalle e al fianco una ballerina-karateka che menava fendenti a un nemico invisibile. Su quello smartphone ci devono avere parecchi appunti sotto la voce empowering. Del resto lei dice d’essere una curatrice, più che un’autrice, una che cerca di comprendere la natura della cultura popolare. A quanto pare, tutti oggigiorno si sentono guerrieri sopravvissuti in un mondo ostile, o comunque amano sentirselo raccontare in musica.

Il carattere che accomuna le canzoni migliori degli ultimi due dischi di Sia, quelli in cui la cantautrice ha rinegoziato il proprio stile – la strofa in cui si espone un dramma, il bridge in cui sale la tensione, il ritornello liberatorio – può risultare alla lunga ripetitivo, ma sono i pezzi più semplici, quelli che strizzano l’occhio all’EDM, pieni di clichè e privi di sviluppo, a penalizzare This Is Acting. È perciò benvenuta Space Between, il commiato in cui Sia tira fuori il suo talento interpretativo su una base di riverberi fantasmatici. E insomma, This Is Acting mette a nudo pregi e difetti della songwriter australiana e, nel suo piccolo, mostra gli ingranaggi del pop contemporaneo e fa rimpiangere il fatto che Sia non l’abbia curato maggiormente, eliminando ogni traccia residua di mediocrità con la stessa lucidità con cui ha colto del buono in canzoni rimaste orfane come Bird Set Free o Alive. Quest’album spiega ai più distratti chi c’è dietro i successi di alcune fra le maggiori star viventi, ma non aggiunge granché circa l’identità della donna che si cela dietro la parrucca. E va bene così perché nascondersi è utile, ha detto Sia ospite dello show di Ellen DeGeneres. «Mi permette di pisciare sul ciglio della strada senza che nessuno mi segua per filmarmi».

 

 

Pubblicato in altra versione su Rockol

 

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