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L’opera rock dei Dream Theater non ci salverà dalla tirannia del digitale

the astonishing monomusicmagÈ un’opera rock, un musical di Broadway, un romanzetto fantasy, un film sonoro, un videogame. È un miscuglio di Game of Thrones e The Wall, Jesus Christ Superstar e 2112. È eccessivo, prolisso, antistorico. E naturalmente è eseguito in modo favoloso, con dentro un’orchestra diretta dal padre di Beck e molti passaggi impossibili ed eccitanti. Il doppio The Astonishing fa storia a sé, persino nella discografia dei Dream Theater. Mai la band aveva osato tanto: un concept di 130 minuti con una trama che ne attraversa le 34 canzoni, una storia ambientata in un futuro distopico dove si muovono otto personaggi interpretati dal cantante James LaBrie. Un disco mastodontico, però melodico e accessibile, dietro cui ci sono due anni di lavoro. La scelta d’agganciare in modo rigido le canzoni alla storia – ogni verso intonato da LaBrie appartiene a un personaggio o al narratore – ha però ingessato la scrittura, sottraendo al gruppo la possibilità di lanciarsi un po’ più spesso nelle strabilianti digressioni strumentali di cui è capace o anche solo di rendere il repertorio più tagliente. E così The Astonishing è il lavoro per certi versi più ambizioso dei Dream Theater, ma non quello in cui i loro talenti sono valorizzati al meglio, per lo meno non per chi della band apprezza soprattutto le jam esilaranti.

I Dream Theater tornano alla forma del concept album diciassette anni dopo Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory. Se in quell’opera costruivano un mistero pressoché insolvibile, una storia che si sviluppava in modo non lineare fra realtà e ricordi evocati dall’ipnosi, ora forniscono a The Astonishing una trama limpida, perfettamente intelligibile, anche piuttosto scontata. Una cosa più simile a un musical di Broadway che a un concept rock. Non c’è fascino, né mistero nell’epica d’amore e rivoluzione e tradimento narrata in questi due atti. In un nuovo futuribile medioevo, un imperatore regna su una terra dove la musica è prodotta dalle macchine e nessuno ricorda più com’era cantare e suonare. Diversamente dai suoi contemporanei, un ribelle dai caratteri messianici ha il dono della musica e grazie ad esso guida una rivoluzione contro il despota. Ovviamente la figlia di quest’ultimo s’innamora del bel rivoluzionario, mentre il fratello di lei trama nell’ombra per sabotarne i piani libertari. Ci sarà un colpo di scena, verrà versato del sangue, ma un canto dai tratti sovrannaturali, quasi religiosi salverà la vita della protagonista all’alba di un nuovo giorno, in un finale da squilli di trombe, letteralmente.

L’album non è frutto di un gran pensiero letterario e per certi versi rimanda ad altri concept come 2112 dei Rush e Lifehouse di Pete Townshend dove la musica assume un valore salvifico in una società oppressiva. In compenso, i Dream Theater dimostrano ancora una volta di sapere fare grandi cose su un canovaccio noto e il disco lo si può ascoltare anche così, a pezzi, godendosi i frammenti musicali migliori – e ce ne sono parecchi. Le musiche di The Astonishing sono state composte interamente dal chitarrista John Petrucci (che firma da solo anche il concept e i testi) con il tastierista Jordan Rudess, e si sente. Il primo passa con la consueta strabiliante bravura da scansioni metalliche a parti poetiche, il secondo fornisce la trama pianistica su cui si basano molte composizioni. L’interplay fra i due è solido, ma entrambi lavorano per dare enfasi alla storia e alla melodia.

Data la natura delle canzoni, la cui narrazione è affidata alle parti cantate e non a quelle strumentali, il bassista John Myung e il batterista Mike Mangini restano un passo indietro, mentre la voce di LaBrie assume sfumature differenti per ognuno dei personaggi interpretati. Gli arrangiamenti di David Campbell, che fra le altre cose è il padre di Beck Hansen e ha lavorato con i Muse di The 2nd Law e l’Adele di 21, aggiungono colori orchestrali e corali a molte canzoni, spesso in modo efficace. Due interventi di bagpipes e violino ravvivano gli arrangiamenti che qua e là cadono nello stereotipo del teatro musicale, come nell’introduzione al secondo atto, nell’accenno di un tango o ancora nelle trombe che celebrano il finale glorioso dell’opera. Il grandioso si mischia al kitsch in musiche dai toni epici e sentimentali.

Nel corso del 2015 solo il 10% degli utenti di Spotify ha ascoltato un album per intero. In un periodo così, in cui ci passa da un brano all’altro in preda a una forma di sindrome da deficit d’attenzione, il gesto dei Dream Theater di pubblicare oltre due ore di canzoni legate l’una all’altra è controcorrente, e un po’ coraggiosa è la scelta di riproporre l’album per intero nei teatri, come se fosse un musical. L’idea della società del futuro in cui la musica è interamente prodotta da macchine sottintende una rivendicazione da parte della band dell’importanza del fattore umano. E tutto si può dire dell’opera dei cinque nordamericani tranne che non si sentano gli strumentisti dietro le canzoni. Le loro doti saranno pure svalutate nel panorama rock odierno, ma ascoltarli suonare è un piacere impagabile. Eppure l’album sarebbe stato migliore se i Dream Theater fossero stato più audaci sul fronte musicale, rinunciando in qualche occasione a toni epici e melodie cariche di sentimento. Forse le macchine digitali stanno distruggendo l’elemento umano nella musica, ma non sarà Broadway a restituircelo.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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