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Lukas Graham, dagli hippie di Christiania alla vetta delle classifiche

Lukas GrahamEntra nella sala dove l’attendono i giornalisti e stringe la mano a tutti, uno per uno. Li guarda negli occhi e si presenta: «Piacere, Lukas Graham». Indossa jeans e maglietta bianca e lo dice subito che nessuno gli può dire come deve vestire, nemmeno quando va in tv. E del resto il cantante danese è cresciuto nella comunità di Christiana, a Copenaghen, dove le regole della convivenza borghese sono sovvertite e le droghe leggere sono vendute liberamente, una specie di utopia hippie dalla ruvidezza punk. Graham, 27 anni, non ha nulla dell’hippie e nemmeno del punk, tanto meno quando suona. La sua band, che si chiama proprio come lui Lukas Graham e che comprende Mark Falgren, Magnús Larsson e Kasper Daugaard, mescola pop al limite del kitsch e cantautorato piacione. La loro canzone-carillion 7 Years ha ricevuto 30 milioni di visualizzazioni ed è arrivata in cima alla classifica del Regno Unito, un risultato notevole per un pezzo che racconta gli anni della giovinezza di Graham, dall’erba fumata per la prima volta a 11 anni al successo discografico. In Danimarca la band è piuttosto popolare. Da noi si presenta con un album omonimo contenente il meglio del suo repertorio risuonato e riprodotto con nuovi e più potenti mezzi.

Per essere uno nato su un futon a Christiania e cresciuto in quella sorta di repubblica indipendente la cui via più nota è chiamata Pusher Street, Graham sembra decisamente assennato e ogni tanto accenna ai valori che gli hanno trasmesso i genitori, la madre che per campare faceva le pulizie e il padre artigiano, scomparso mentre la band del figlio stava esplodendo. Tutto Lukas Graham, l’album che in Italia uscirà il 25 marzo, attinge alle storie personali del ragazzo. «Sono cresciuto in un posto dove non c’era illuminazione pubblica e nemmeno la polizia, un luogo dove le automobili erano bandite e c’era un forte senso di comunità», risponde quando gli si chiede si raccontare il suo passato. «E quando facciamo il pranzo di Natale ci troviamo tutti quanti, una ventina di ex bimbi di Christiania». E così in Happy Home canta i valori della famiglia, in Mama Said mette assieme gli insegnamenti ricevuti vivendo fra mille ristrettezze, e dedica You’re Not There al padre. Se Strip No More è il resoconto dell’incontro con una spogliarellista, Better than Yourself (Criminal Mind Pt. 2) racconta la storia vera di un amico finito in prigione usando come base la Sonata al chiaro di luna di Beethoven. «Un pezzo difficile da scrivere. Un amico è finito in ospedale a causa di una sparatoria. La polizia ha trovato in auto un’arma e l’ha mandato in galera. È riuscito a fuggire e dalla Danimarca s’è rifugiato in Iran. Ci sentiamo ogni tanto, via Skype».

Quando ha iniziato a scrivere canzoni Lukas Graham non pensava che un giorno per promuoverle avrebbe attraversato sette fusi orari nel giro di tre settimane. «Oggi mi fanno stare negli hotel a cinque stelle non perché lo chieda, ma perché pensano che sia adatto a uno che è al primo posto in Inghilterra. Quand’ero ragazzo era tutta un’altra storia. Se a scuola succedeva qualcosa di brutto, davano la colpa a me, perché provenivo da un posto come Christiania che aveva una brutta fama. Ho imparato a fregarmene. Sono onesto, non ho nulla da nascondere». Racconta con entusiasmo dei dischi in vinile di papà e della musica che c’era in casa, dai Beatles ai Prodigy. A 8 anni è entrato nel Copenhagen Boys’ Choir, di cui odiava la disciplina. La scoperta dell’hip-hop gli ha cambiato la vita. Dopo un breve periodo trascorso a Buenos Aires, nel 2010 è tornato a Christiania dove ha cominciato a scrivere e produrre canzoni con Stefan Forrest e Morten Ristorp, i Future Animals. Il primo album è del 2012. Due singoli finiti all’epoca al numero 1 in classifica in Danimarca, Drunk in the Morning and Better than Yourself, riappaiono oggi sull’album pensato per il mercato internazionale, opportunamente rimaneggiati. «Beh, adesso abbiamo i soldi della Warner», dice Graham, che è stato messo sotto contratto dopo uno showcase a Los Angeles nel 2013. Quando è riuscito a comprare un appartamento, l’ha preso non lontano da Christiania, per continuare a frequentare gli amici di sempre. «Il successo non è lo scopo di quel che faccio», dice.

Le storie di Lukas Graham, spesso drammatiche, hanno quasi sempre un happy end, una spinta vitale che le trasforma in piccole parabole fortificanti. Lo spirito positivo del personaggi si riverbera nelle musiche, che mettono assieme in chiave pop un ampio spettro di riferimenti. Le canzoni di Graham non contengono alcuna invenzione, ma rielaborano astutamente e in modo accattivante quarant’anni di pop, aggiungendo interpretazioni vocali appassionate. «Lukas Graham è una comunità», dice lui. «Ci sono anche i tre musicisti che mi accompagnano e i tre produttori che lavorano sulle canzoni. Nel disco ci sono le mie storie, ma su un palco c’è un organismo collettivo». Il ragazzo che in una canzone titolata Take the World by Storm sogna di scavalcare il muro e abbracciare il mondo intero oggi dice che «se sei una persona fredda a cui non piace entrare in contatto con gli altri non puoi scrivere della vita. Ecco perché interpreto canzoni personali: è una libertà, e una liberazione. Dare al pubblico le mie storie personali non mi indebolisce: mi rende più forte. Molti dicono che Take the World by Storm parla del successo. Parla di valori. Sii coerente coi tuoi valori e sarai un uomo di successo». E prima di andare gira attorno alla tavola e stringe le mani a tutti, di nuovo: «Grazie per essere venuto».

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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