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Schiavi del ritmo: Battles in concerto

Battles liveChe cosa resta della musica se togli le emozioni che esprime convenzionalmente? Se elimini una linea melodica compiuta e pure un contesto armonico evoluto? Se la privi d’ogni parola? Che cosa succede se le togli tutti gli elementi che solitamente ci toccano e contribuiscono a trasformare il suono in un racconto suggestivo? Accade che la musica diventa timbro e ritmo, un insieme di segni astratti che se sovrapposti, organizzati, orchestrati con intelligenza e talento danno vita a un nuovo tipo di narrazione. È quel che racconta un concerto degli americani Battles, schiavi e padroni del ritmo attualmente in tour in Italia.

Li riconosci prima ancora che salgano sul palco per il piatto ride rialzato. Quando John Stanier lo colpisce estende il braccio con il gesto del tennista che schiaccia la palla a rete. È un set semplice, grancassa, rullante, tom e quell’asta che punta al soffitto. La batteria sta al centro, nel punto solitamente riservato al frontman che qui non c’è: fra i tre musicisti c’è un rapporto paritario e le due sole tracce cantate sono preregistrate e diffuse dagli amplificatori con effetto straniante. Alla sinistra c’è il chitarrista Ian Williams che imbraccia un Gibson SG tenendola alta e stretta, con il manico quasi parallelo al pavimento. Il suo spazio è delimitato da due tastiere tenute in posizione perpendicolare. Frecce fatte col nastro adesivo colorato indicano la direzione in cui devono essere montate. L’insieme di hardware e software gli permette di far dialogare chitarra e tastiere, spesso mimetizzandone i suoni. Alla destra c’è la postazione del bassista e chitarrista Dave Konopka, che se ne sta spesso piegato sulla pedaliera degli effetti. È il primo a salire sul palco e passa i primi cinque, quasi dieci minuti del concerto a costruire una base traccia per traccia, sovrapponendo brevi figure ritmiche che mette in loop.

L’arte della ripetizione sta alla base di un’esibizione dei Battles. I loop vengono costruiti dal vivo, di fronte agli spettatori, oppure lanciati da un software o ancora eseguiti in tempo reale dagli strumentisti. Così i tre costruiscono un intreccio ritmico compiuto, una cellula estremamente densa in cui s’incontrano cinque, sei, sette frasi differenti. Lasciano che il pubblico la interiorizzi con il tempo e la reiterazione, poi la arricchiscono, a volte la violentano con nuovi loop e brevi frasi di chitarra o tastiera fatti passare attraverso distorsori e interfacce. Qualcuno ha dato una definizione suggestiva a quel suonano i Battles: prog ridotto a una serie di dati, la forma di rock più fantasiosa, virtuosa e a volte barocca che si ricordi trasformata in una serie di zero e di uno caricati su un computer.

A differenza di quel che accade su disco, dove i suoni giocattolosi del trio costruiscono un ordine perfetto ma a volte freddo, dal vivo la band esprime un senso di frenesia controllata, un’energia assente dalle registrazioni, uno schema seducente e ballabile che viene portato fino ai limiti della rottura. L’arma segreta è Stanier, ex Helmet, un batterista in grado di abbinare la precisione a orologeria richiesta dagli intrecci ritmici dei Battles con la potenza dell’hardcore. Da qui che nasce l’eccezionalità della musica del trio dal vivo: è assieme precisione matematica ed energia violenta, calcolo e istinto. È la follia del canto preregistrato di Atlas che s’alza su un groove monumentale. È musica che attraverso la ripetizione offre una parvenza d’ordine razionale e poi ne forza i limiti con timbri carichi e frasi anarchiche.

 

In foto: Battles ai Magazzini Generali di Milano, 29 marzo 2016

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