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Il Michael Jackson che non avete mai sentito

«L’anno prossimo lo daranno a me », promette Michael Jackson a mamma Katherine. È il 1980, la sua Don’t Stop ‘til You get Enough ha appena vinto un Grammy come migliore performance vocale maschile R&B, ma a Jackson non basta. Mira ai premi pop e quelli sono tutti appannaggio di artisti bianchi. Quella sigla, R&B, delimita un ghetto da cui vuole uscire. Ha tentato la fuga l’estete precedente con un disco formidabile titolato Off the Wall. Sta sfondando il soffitto di vetro delle vendite realizzabili da un afroamericano, ma l’industria discografica si gira dall’altra parte e i grandi gruppi editoriali non lo mettono in copertina perché, dicono, con un nero i giornali non vendono, anche se è il nero di maggior successo nella storia del pop. «La musica non ha colore», ribatte lui con voce sottile, un sussurro candido e infantile che s’ascolta nel documentario di Showtime Michael Jackson’s Journey from Motown to Off the Wall, oggi incluso nella ristampa dell’album del 1979. È appropriato che a raccontare questa storia di riscatto razziale sia Spike Lee, che evita pettegolezzi e controversie e mette assieme filmati d’epoca, vecchie interviste, nuove testimonianze di discografici, produttori, musicisti, artisti, e parte della famiglia Jackson, ma non tutta perché «there are issues».

Vien fuori che Off the Wall, messo in ombra tre anni dopo dal successo extralarge di Thriller, è l’album del cuore per tanti e che senza di esso non ci sarebbero Pharrell Williams o The Weeknd. Ma prima d’arrivarci, Spike Lee racconta la storia del bambino prodigio membro dei Jackson 5 che finisce sotto l’ala protettiva di Berry Gordy Jr, esempio virtuoso di black entrepreneur che guida l’etichetta Motown secondo solidi principi fordisti. Per Michael, che ha 11 anni quando I Want You Back va in vetta alla classifica nazionale, la factory di Detroit è scuola e fabbrica. Lo descrivono attento a ogni dettaglio, mosso da curiosità inquisitiva, spugna dei segreti professionali altrui. Jackson cresce, la Motown gli va stretta, cerca un posto tutto suo, lontano dai fratelli e dal dispotismo di papà Joe, ma questo il documentario non lo dice. La strada maestra è tracciata dai magnifici ribelli Stevie Wonder e Marvin Gaye, che si sono affrancati dalla catena di montaggio di Gordy per diventare artisti completi, adulti, risolti. Il presidente della CBS Walter Yetnikoff investe di malavoglia tre milioni di dollari su quel ragazzo che fino a quel momento può vantare come maggiore successo solista una canzone dedicata a un topo.

E qui si arriva a Off the Wall come rinascita e scommessa, e pure come punto fermo nell’evoluzione della black music che sintetizza i suoni del suo tempo e getta uno sguardo in avanti. Jackson viene dalla trasferta coi fratelli a Philadelphia, dov’è andato a scuola di Philly Sound dagli autori e produttori Gamble & Huff, i padri nobili della disco music. S’è poi trasferito a New York dove divide un appartamento con la sorella La Toya. Fa un certo effetto vederlo bazzicare lo Studio 54 e osservare con sguardo innocente l’umanità che s’affolla in quel locale, dove Bianca Jagger appare in sella a un cavallo bianco e su una parete sta appeso un quarto di luna che sniffa coca da un cucchiaino. A chi gli chiede se si sente a disagio, lui risponde con candore che non vede segni di decadenza, che allo Studio 54 si inscena una fuga dalla realtà. Di quel mondo assorbe il potere trasformativo, l’esuberanza e la sensualità, giusto gli elementi che mancano ai suoi dischi precedenti. Scrive di suo pugno tre canzoni, un’altra conquista. Una fa «keep on with the force don’t stop, don’t stop ‘til you get enough». Quando l’ascolta, David Byrne pensa a Star Wars, mamma Jackson invece è preoccupata perché quella canzone sa di sesso.

A fornire una cornice musicale a questi stimoli è il produttore Quincy Jones, conosciuto sul set del musical The Wiz, rilettura in chiave urban e black del Mago di Oz dove Jackson è un memorabile Spaventapasseri – contro ogni logica, in Italia arriva col titolo I’m Magic. Q ha lavorato con Ray Charles, Duke Ellington, Frank Sinatra, Ella Fitzgerald. Ha studiato composizione con Nadia Boulanger. La casa discografica vede in lui un jazzista senza alcuna esperienza nel pop e invece è la sponda perfetta per il desiderio di Jackson di superarsi. Quando Off the Wall esce, nell’agosto 1979, impazza il movimento “disco sucks”, figlio di un senso di superiorità rockista e, suggerisce Lee, di una certa dose di razzismo. Il movimento culmina in un celebre rogo di vinili di disco music organizzato da un conduttore radiofonico di nome Steve Dahl sul campo da gioco dei Chicago White Sox. L’album di Jackson si fa beffe dei fumi mefitici alzati da quelli come Dahl perché è già altrove: è il culmine della stagione della disco e intanto ne annuncia la fine, indicando la via da seguire nella produzione di una musica post razziale nata dalla fusione di R&B, soul, funk e pop.

Le star di oggi ascoltano Off the Wall con devozione: per il creatore di Empire Lee Daniels il disco trascende le barriere sessuali e razziali, per Mark Ronson è la dimostrazione che i musicisti in carne e ossa battono sempre le macchine. Uno dei sostenitori più accesi è Questlove dei Roots, partner delle scorribande musicali di Jimmy Fallon, che interpreta il grido che apre l’album come un esuberante «Free at last!». Jackson lo mette nero su bianco in quel 1979, scrive che vuole cambiare identità, lasciarsi alle spalle il bambino prodigio, scioccare il mondo, mettere tutto insieme, musica e cinema e ballo. «I’ll be magic», promette, e un po’ di quella magia emerge dal documentario di Spike Lee, che dopo essersi dedicato a Bad e Off the Wall ora vorrebbe chiudere la trilogia raccontando Thriller. Un risultato l’ha già ottenuto: mostra Michael Jackson non come fenomeno da baraccone, ma come fenomeno, e basta.

 

Pubblicato originariamente su IL

 

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