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I dischi in vinile producono più utili dello streaming?

pila viniliI dischi in vinile producono più utili di Spotify. Anzi, di Spotify, YouTube, SoundCloud, Deezer, Vevo e di tutti i servizi di streaming messi assieme. È la notizia che avete letto la scorsa settimana, un trionfo per gli amanti del caro, vecchio disco. Ma è davvero così? Possibile che i 33 giri, che pure stanno vivendo una stagione di revival, producano maggiori introiti di piattaforme con milioni di utenti?

La notizia nasce dal report contenente i dati 2015 diffuso dalla Recording Industry of America nel quale si legge che i ricavi totali dalla vendita di ep e di lp in vinile negli Stati Uniti sono pari a 422,3 milioni di dollari. E i vari Spotify, Deezer, YouTube? Dipende. Come è noto, le piattaforme musicali di streaming prevedono due tipi di sottoscrizione: gratuita, che permette di ascoltare musica con alcune limitazioni sul mobile e interrotta da messaggi pubblicitari, e a pagamento, spesso in qualità migliore, senza annunci, né limitazioni. Quelle gratuite hanno prodotto ricavi per 385 milioni, quelle a pagamento oltre un miliardo di dollari, con una crescita rispetto al 2014 pari al 50%. Tutto il fisico, che comprende i ben più redditizi compact disc, vale il 28,8% del mercato Usa, contro il 34,3% dello streaming. Quindi no, negli Stati Uniti i dischi in vinile non producono più utili di tutti i servizi di streaming messi assieme. Il mercato del vinile vale all’incirca un quarto di quello della musica in streaming, un ottavo di tutto il digitale, contando anche i download. I 33 giri producono più utili solo considerando gli abbonamenti gratuiti, ed è ovvio, i servizi sostenuti dalla pubblicità attirano una gran quantità di utenti, ma producono ricavi contenuti, a volte modesti. Come dire: comprare i dischi in vinile fa girare più soldi che ascoltare la musica gratis su Internet. Detta così non sembra più una gran notizia, vero?

Mercato disco 2015 pie chartE in Italia? Il vinile funziona molto meno, in proporzione. Lo certificano i dati Deloitte sul mercato nostrano diffusi a fine marzo, relativi all’anno 2015 (vedi grafico qui sopra). C’è una buona notizia: il mercato discografico italiano cresce e non di uno zerovirgola, ma del 21%, per un fatturato di 148 milioni di euro al sell in. Il confronto fra il 2014 e il 2015 è confortante: il valore commerciale dei supporti fisici e dello streaming (pay e free) è in crescita, solo il download è in lieve flessione. Il vinile è cresciuto del 56%, i servizi in abbonamento del 63%.

Da noi il compact disc è forte, e in crescita. Sì, in crescita: vale oltre il 55% del mercato contro il 18% circa degli streaming a pagamento e il 12% circa dei download. Il vinile è poco sopra il 4%, meno della metà del fatturato ottenuto dagli streaming gratuiti. Quindi in Italia la notizia, che già non era granché, si ribalta: la musica gratis su Internet fa girare più soldi dei vinili. Dati alla mano, pensare che i 33 giri possano contribuire in modo determinante alla crescita del mercato discografico sembra finora utopico. Si delinea, piuttosto, un mercato in cui convivono varie modalità di consumo. Sull’incremento fatto registrare dalle vendite dei compact disc, annota la Federazione Industria Musicale Italiana, «hanno anche inciso le iniziative sui punti vendita con la presenza di artisti e fan nei cosiddetti instore». E insomma, per far comprare un disco a un adolescente gli devi promettere un selfie e un autografo.

Confronto 2014-2015 2

 

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