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Com’è una conferenza stampa di Renato Zero?

Zero Alt MonomusicmagMagari in una giornata particolarmente oziosa vi siete chiesti come sono le conferenze stampa di quelli che a Sanremo chiamano big della musica italiana, e insomma che gente ci va, cosa succede, se sono noiose o eccitanti. Ogni tanto qualcosa accade. A quella di Renato Zero, per dire, t’accoglie Gabriele Paolini, il profeta del condom sventolato dietro le orecchie degli inviati dei tiggì. L’han tenuto fuori, entrare non può. Indossa un doppiopetto bianco-nero e in mano tiene un megafono. Dice che vuole fare uno «spogliarello in stile felliniano dedicato al più immenso artista del nostro Paese». Cava giacca, camicia, pantaloni. Si toglie pure i calzini, ma le scarpe le rimette perché va bene tutto ma i marciapiedi di Milano sono una grande area bisogni per cani. Resta in mutande molto colorate e s’assicura che nulla esca dalla patta, e sarà felliniano come dice lui, ma di Dolce vita non c’è proprio traccia e poi mica siamo a fare un’orgia a Fregene, ma a Caiazzo davanti a un ristorante cinese dove vanno a nutrirsi i turisti scesi dai pullman. E intanto Paolini urla e pare un incrocio fra un piazzista e Vittorio Sgarbi. Urla che Renato Zero lo dovrebbero insegnare a scuola, mica il latino e la matematica. A scuola, e subito, se c’è D’Annunzio che ci siano anche Zero e Pasolini, fin dalle elementari. Anzi no, dalle elementari meglio di no. Facciamo dalle medie e poi vedi se non finiscono le discriminazioni verso il nero e l’omosessuale, vedi che svaniscono pregiudizi e ipocrisie. «Lo si studi nelle scuole, nei licei!» e ha una bella voce impostata, mi sta quasi convincendo. Grida pure che sarebbe voluto entrare – vestito, specifica – per dare a Zero la prima copia del suo libro che tiene in mano e mette in bella mostra manco fossimo a Che tempo che fa. Dice che lì dentro racconta il suo processo e che lui, a differenza di Berlusconi, ha avuto il coraggio di dire al giudice che ha amato un ragazzo di anni 17.

Si transita nel cortile verso le scalette dell’accesso all’Area Pergolesi e si sta in fila perché gli uffici stampa devono dare a ognuno un aggeggio tipo audioguida con cui ascoltare l’album e la cartella stampa, una piccola tote bag contenente: n. 1 comunicato stampa, riproduzione di n. 14 testi, n. 5 fogli con biografia di Renato Zero, commenti dell’artista canzone per canzone, n. 1 bloc notes brandizzato formato grande, n. 1 quaderno modello Moleskine con copertina raffigurante il cantante, n. 1 t-shirt nera taglia M con scritta «Alt», n. 1 chiavetta usb griffata Zero. Dentro al locale, caffè e biscottini per tutti, i big italiani sono gli unici che trattano bene i giornalisti nonostante la crisi. Qua dentro, dice il rapporto 2016 “Libertà di stampa, diritto all’informazione”, quattro freelance su dieci lavorano gratuitamente e un dolcetto è il massimo del fringe benefit cui possono aspirare. Gli altri sei devono ancora arrivare perché hanno un lavoro. All’élite dei quotidianisti è destinata la prima fila con appositi fogli A4 su cui è scritto «Riservato». Una giornalista di rango evidentemente inferiore non trova posto altrove e siede incautamente su una delle sedie intoccabili. Quando arriva il giornalista importante e speaker radiofonico e habitué di Amici la ragazza viene fatta gentilmente alzare e altrettanto gentilmente accomodare su apposita sedia nel corridoio, lato giornalisti poraccioni.

Entra Renato Zero, di nero vestito, e parte l’applauso che neanche a un concerto. Transita il proprietario dell’Area Pergolesi che il sito ufficiale presenta come «uno spazio creativo, innovativo e tecnologicamente avanzato, capace di offrire un ambiente dove far convivere emozione e comunicazione a 360°». Zero dice che è bella, sì, «ma i muratori si sono scordati di finirla», alla faccia del fascino del capannone post industriale, del sistema automatico di oscuramento, dei ring americani e dei dodici proiettori che permettono di circondare i giornalisti con i testi dell’album, dall’interrogativo «Artista dove vai? A chi darai i sogni tuoi?» al perentorio «Gesù non ti somigliamo più». Renato fa lo show, dice che le facce che vede sono sempre le stesse e che non c’è ricambio, e a me verrebbe da dirgli guarda che di là sta la giornalista poracciona, è giovane, secondo me non l’hai mai vista. Come direbbe Paolini, Zero è di anni 65 ed è felice del tono muscolare delle sue gambe e allora s’avvicina agli stimati quotidianisti delle prime file e dice «tocca qui» e quelli della Stampa, del Corriere, del Giornale sono un po’ titubanti, e forse è perché non hanno studiato Pasolini fin dalle medie.

Per raccontare quel che è venuto a raccontare, e cioè il suo disco nuovo titolato Alt, Zero parla direttamente ai giornalisti: «Non chiamatela più leggera, questa musica, e salvatela cercando di dialogare con questi Internet, con tutti questi atolli, questi arcipelaghi che stanno disperdendo le nostre forze, la nostra semina. Se vuole fare un mestiere, l’artista deve farlo a 98 gradi più i 98 gradi che merita il pubblico e quanto fa la somma? Bisogna rendersi conto che il giorno che un artista indossa le pantofole e scopre un sederino ha smesso di dire qualcosa al mondo. Questo disco vuole rivolgersi a quelli che non vogliono stare in panchina assenti e rassegnati al tempo e all’ISIS, che è diventato un discorso ovvio e niente affatto preoccupante perché abbiamo uno stadio e un’amante a cui dedicare il nostro tempo».

Sono disorientato, ho fatto lo scientifico eppure questa cosa del 98 gradi mica l’ho capita, ma non posso distrarmi perché Zero indica un imprenditore che è seduto vicino a me e lo fa alzare. Dice che è un esempio per il Paese, che produce penne a forma di moka, o forse capisco male io perché la penna caffettiera mi pare surreale, però che ne so di cos’è composto il Pil nazionale. È arrabbiato – Zero, non l’imprenditore che ringrazia e dice «troppo buono» – perché ieri qualcuno ha messo on line l’album, e insomma, spiega che ci ha speso un sacco di soldi, tutti di tasca sua, e ci vuole rispetto. Dice che quei pirati pischelli sono sorcini sprovveduti e poi, con fare teatrale, rivolge loro una preghiera: «Non venite più ai miei concerti e non acquistate più i miei dischi, grazie». Di sicuro questo non l’hanno comprato. Il giornalista del Mattino ricorda che oggi è la Giornata Mondiale della Salute e Zero racconta un mezzo miracolo che ha fatto via smartphone e sarebbe interessante capire se Apple o Samsung, perché ha del prodigioso e alla bisogna in ambulatorio uno vorrebbe avere il gadget tecnologico giusto. Dice che in Svizzera c’è un ragazzo malato cui ha mandato dei messaggi vocali. «Mi ha telefonato il fratello. M’ha detto che doveva fare una trasfusione, ma non trovavano la vena e allora gli hanno appoggiato sul braccio il telefono con il mio messaggio vocale e la vena gliel’hanno trovata immediatamente». Qualcuno gli chiede se è lui il Bowie italiano. «Semmai è lui lo Zero inglese» e ovviamente sta scherzando e aggiunge «scusa David» guardando in alto, verso il sistema automatico di oscuramento che promette di passare nel giro di pochi secondi dalla luce naturale a quella artificiale.

«Come direbbe Baglioni, io me ne andrei», e fa per mollare tutto, ma ci sono ancora domande. L’ascolto di tutte le 14 tracce dell’album è stata una traversata nel deserto, ci saranno 150, forse 200 persone nello spazio creativo, innovativo e tecnologicamente avanzato, comincia a far caldo. Dice veramente «queste Internet» e che i ragazzi vanno strappati da «questi network» perché «sono strumenti che vanno presi con le molle, c’è tanta solitudine dentro questa Rete che degenera in depravazione perché la solitudine quando si ammala sono cavoli». I quotidianisti cercano il titolone, ancora non sanno che dovranno contentarsi del pirataggio dell’album. Gli chiedono delle elezioni a Roma, e insomma che prenda posizione, ma lui schiva, mica è scemo e il pezzo sull’endorsement Zero-Raggi va a farsi benedire, ma se non altro svela che va in giro con la Smart elettrica. Gli chiedono se andrà a votare al referendum sulle trivellazioni, lui dice dammi tu un nome buono da votare, poi capisce e dice che una posizione l’ha già presa quando difese con Lucio Dalla le Tremiti e comunque, gli ha detto qualcuno, pare un espertone, che quel petrolio lì non vale granché, «è come annacquato». E infine ci si prova con Loredana Berté: perché nei ringraziamenti è citata la sorella Mimì e lei no? E insomma, ci spieghi perché avete litigato? Niente da fare, Zero polemiche oggi.

E infine è trionfo d’applausi quando afferma che «solo gli stronzi che non amano» possono pensare che la famiglia non tradizionale sia un problema. Prova amore per tutti, anche per quelli che nel ’68 gli davano del frocio, anzi del «froscio» sfrecciando in Lambretta lungo Ponte Vittorio Emanuele II, a Roma. Se li incontrasse oggi gli abbraccerebbe, anzi regalerebbe a quei furfanti «due ventiquattresimi de Siae, me vojo rovinà». Io per due ventiquattresimi della sua Siae torno di corsa alle medie a studiare Il carrozzone, sui Migliori anni della nostra vita sono pronto a trattare. E mentre lo penso, bum, lui esce di scena in un lampo. Scattano i velocisti della domandina su due piedi, ché le redazioni gli han detto vai e chiedi questo e quello, ma non c’è niente da fare. Zero left the building.

 

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