Interviste

Sophia, il viaggio senza meta di Robin Proper-Sheppard

SophiaSe la mattina del 22 marzo 2016 intervisti un musicista che abita a Bruxelles, il minimo che ti puoi aspettare è che ti chieda dieci minuti per rispondere ai messaggi degli amici che gli chiedono dov’è e se sta bene. È così che scopro che Robin Proper-Sheppard, cantante, autore e chitarrista dei Sophia, vive fra Londra e la capitale belga, non lontano da Molenbeek. Mi spiegherà poi che lui, americano trasferitosi in Inghilterra all’incirca venticinque anni fa, non ha mai preso la cittadinanza inglese e da allora vaga per l’Europa. E tutto torna, perché il senso di sradicamento, di lontananza, di mancanza di un baricentro e pure la consapevolezza della caducità delle cose sono temi centrali dell’album dei Sophia che uscirà il 15 aprile, As We Make Our Way (Unknown Harbours). «È tutto cominciato quando il pubblico inglese reagì in modo sorprendente alle atmosfere malinconiche del primo disco dei Sophia, Fixed Water. E io che pensavo fosse troppo soft per uno che veniva dai God Machine…. Stavo per tornare in California, poi quell’album uscito per la mia piccola etichetta finì per vendere più dei due dischi dei God Machine messi assieme, che pure erano usciti per la PolyGram».

E così sei restato a Londra…

«Non avendo la cittadinanza inglese sono andato avanti a forza di permessi di lavoro e ogni volta che li rinnovi hanno una durata maggiore. Ma se perdi il lavoro, ricominci ad avere permessi della durata di soli sei mesi».

E da allora vai avanti così?

«Avrei potuto risolvere il problema sposando la madre di mia figlia. Ma il matrimonio per me è una cosa importante e non ho voluto farlo solo per risolvere i miei guai con i visti. Quando è finita la nostra relazione, dopo otto o nove anni, mi sono accorto di avere perso un’occasione. Ah, maledetto, romantico Robin».

E come sei finito a Bruxelles?

«Nel 2011 mi sono esibito a un festival tedesco con una sezione d’archi. Stavo rientrando in Inghilterra quando sono stato fermato alla frontiera. Ero in Europa da una settimana, ma sul mio passaporto c’era un timbro fatto a Zurigo un anno prima. Mi è stato detto che ero in Europa illegalmente e che non avevo diritto a rientrare nel Regno Unito. Mi hanno ammanettato e arrestato, mi hanno preso le impronte digitali e mi hanno dato un foglio di via. Dovevo lasciare l’Europa entro una settimana. Ho protestato: dove posso andare? Dov’è casa mia?».

Gli Stati Uniti, suppongo…

«Sì, ma li avevo lasciati una ventina d’anni prima, non erano più casa mia. Lo spiegai e loro mi dissero che non era un loro problema. Ed eccomi allora tornare in California per la prima volta da quando è morta mia madre, una quindicina d’anni fa. È stato traumatico. Ed è così che è nata California, una canzone su un posto che non sento più mio, un luogo dove senti forte e opprimente l’idea del sogno di fare soldi. E niente, sono diventato europeo».

E perché proprio il Belgio?

«È un posto che già frequentavo e che mia figlia avrebbe potuto raggiungere in un paio d’ore».

Questo senso di precarietà e transitorietà è finito nelle canzoni di As We Make Our Way (Unknown Harbours). C’è questa sensazione che tutto possa finire da un momento all’altro…

«C’è un senso di caducità nel disco, vero? C’è la mancanza di un posto da chiamare casa e non è solo un fatto fisico, geografico. Questo senso di precarietà l’ho sperimentato anche nelle relazioni. Non mi fermerò da qualche parte solo perché sento il bisogno di avere una casa e non mi legherò a una donna solo perché ho bisogno d’amore. Continuerà il mio viaggio finché non avrò trovato il posto giusto. Però questo è anche il primo disco in cui non parlo solo di me stesso e del mio cuore infranto. Ecco perché ho cambiato il titolo da As I Make My Way in As We Make Our Way, c’è un passaggio dall’io al noi».

In quel noi c’è anche tua figlia. È dedicata a lei Baby, Hold On, dove citi l’Italia, Milano e le Cinque Terre?

«Sì, è il ricordo di una vacanza estiva fatta assieme quando lei aveva 10 anni, uno dei momenti più belli della mia vita. E se c’è una cosa di cui sono orgoglioso è che le mie piccole, tristi canzoni mi hanno permesso di crescerla e mandarla a scuola».

Mi sembri una persona entusiasta e vitale, l’opposto della musica che fai…

«Questa cosa non me la so spiegare. Quando comincio a suonare, anche nella giornata più allegra, anche in quella in cui ho ricevuto un’ottima notizia o conosciuto una ragazza fantastica, esce fuori immancabilmente la mia parte più cupa ed emotiva. Forse è il modo in cui guardo la vita».

La filosofia slow della tua musica è in netto contrasto con il modo in cui ascoltiamo musica oggigiorno…

«Una delle mie etichette, non dirò quale, mi ha chiesto di spostare il pezzo strumentale Unknown Harbours dall’inizio alla fine del disco. Robin, m’hanno detto, la gente su Spotify ascolta solo 30 secondi e se non trova subito un pezzo forte passa a qualcosa d’altro. Fanculo, non mi farò influenzare dagli utenti di Spotify. Sono troppo old school per farlo. Conto sui fan hardcore, quelli che ascoltano i dischi dall’inizio alla fine. È per loro, è per rispettarli che non ho pubblicato un album per sette anni. Ho voluto aspettare di avere le canzoni giuste e non è stato mica facile perché quando non lavori non guadagni. Ho 46 anni, non ho una casa, non ho un’auto, non ho un cane. Non appartengo a nessuno, non appartengo a nessun posto. Ho solo la mia musica».

 

Intervista pubblicata in altra forma su Rockol. I Sophia saranno il 6 maggio al Covo di Bologna

 

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