Interviste

Adam Lambert, il poster boy riluttante

Adam LambertQuesta volta non ha manette legate alla cintura, borchie di sei centimetri sulle spalle o gabbie alla Mad Max montate sulla giacca. Adam Lambert s’è messo alle spalle il camp e l’idea di diventare un ribelle edonistico che vuole liberare le masse. «Quei giorni sono passati», dice l’ex cantante di American Idol diventato celebre anche come vocalist dei Queen. Lo smalto scuro sulle unghie sta saltando, ma il resto è perfetto: giacca nera con inserti in pelle, pantaloni scozzesi sui toni del mattone, stivaletti anfibi che lo alzano da terra di una decina di centimetri.

Il titolo del tuo ultimo album The Original High fa riferimento al momento d’euforia provato la prima volta che abbiamo fatto qualcosa di totalmente soddisfacente e del tentativo di ricatturare quella sensazione.

«L’idea è che siamo tutti alla ricerca di uno scopo, di qualcuno o qualcosa che ci faccia sentire vivi, che ci dia un po’ di gioia. A volte ci riusciamo, a volte scopriamo che le cose che inseguiamo sono dannose. Di questo parla il disco, di questa esplorazione. È un viaggio senza fine. Nessuno sa la risposta, non c’è soluzione».

È un album più cupo dei due precedenti…

«Quelli riflettevano la persona che ero al tempo in cui li incisi. In quel periodo cercavo di capire la mia vera identità. Ora ci sono arrivato e mi chiedo: e adesso? Che cosa voglio fare con la persona che sono diventato? Con chi la voglio condividere? Dove vado? Il desiderio di qualcosa, un qualcosa che non si riesce a definire, né afferrare, è uno stato d’animo tipico della mia generazione».

Prima ancora di partecipare ad American Idol ti sei misurato con il teatro musicale…

«È da lì che ho preso il gusto camp che ho esibito in passato. È stato divertente, ma ora voglio creare una connessione più profonda con i miei fan. E lo voglio fare con canzoni che sono sì personali, ma che raccontano cose attraverso cui passiamo tutti quanti».

E chi sono, quei «tutti quanti»?

«Voglio parlare a un noi intenso come comunità, come generazione. Penso che l’album rifletta uno stato di disillusione diffuso oggigiorno. Sopra alla testa di molti miei amici c’è come un punto interrogativo. Forse ha a che fare col mondo in cui comunichiamo, con i concetti di connessione e disconnessione. Sento molta confusione. Siamo in cerca di qualcosa, ma non sappiamo di preciso di cosa si tratta».

Quando sei uscito allo scoperto nel 2009 giornali e siti discettavano allegramente sulla tua omosessualità e gli attivisti ti incitavano a parlarne sempre più apertamente. Com’è stato?

«Non facile. Mi domandavo che fare. Non avevo un modello da seguire. D’accordo, c’erano stati Elton John e George Michael, ma non avevano fatto coming out a inizio carriera. Sei anni fa non era comune essere un cantante mainstream e avere una sessualità alternativa, non in America. Era un territorio inesplorato. La comunità gay era eccitata dal fatto che esistesse un cantante come me di cui si parlava tanto. Mi indicavano la maniera giusta, per loro, di affrontare la cosa. Volevano che fossi il ragazzo-poster dell’omosessualità. Io non volevo urtare la sensibilità di nessuno, specie in un mondo etero come quello della discografia. E insomma, tu vorresti celebrare quel che sei, ma capisci che molta gente ne ha paura. Non ti resta che cercare un punto di equilibrio».

Oggi le cose sono migliorate?

«Decisamente sì. La gente non è più a disagio con la comunità LGBTQ. Sta persino diventando mainstream. E sai cosa ha fatto la differenza? I gay che ci hanno rappresentati al cinema e in tv e hanno fatto capire che non c’è niente da temere da gente come noi. La paura viene da quel che non conosci».

Con i Queen esprimi la tua parte più spudoratamente gay. Freddie Mercury non sarebbe mai arrivato a tanto…

«Erano altri tempi, se fosse ancora vivo sarebbe molto più aperto. Non nascondeva la sua omosessualità, ma all’epoca non se ne parlava. Era tabù. La gente dice che Freddie non ha mai fatto coming out, ma ci sono varie interviste in cui ammette apertamente la sua omosessualità. Lo diceva, ma la gente non ci voleva credere. E aveva un gran senso dell’umorismo. Oggi nel mondo del pop c’è molta competizione ed è facile prendersi troppo sul serio».

Che cosa ti ha insegnato stare on the road con Brian May e Roger Taylor?

«Ascoltare le loro storie su Freddie mi ha incoraggiato a vivere con più leggerezza».

 

Pubblicato in altra forma su Rockol

 

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