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Una sera con Mark Lanegan

Mark LaneganAggrappato con entrambe le mani all’asta del microfono, apparentemente dimentico dei musicisti che gli stanno attorno e del pubblico che pende dalle sue labbra e della gente che lo segue rapita persino laggiù al bar, Mark Lanegan intona uno dei versi più significativi della serata: «Ho cominciato a morire il giorno in cui sono nato». C’è questo dolore profondo, questo senso d’alterità irriducibile nel concerto il cantante di Ellensburg ha portato ieri sera al Fabrique di Milano. La performance è annunciata come “An Evening with Mark Lanegan” e prevede che il rocker sia affiancato dal bassista Frederic Lyenn Jacques e dai chitarristi Jeff Fielder e Duke Garwood. Niente batterista, per una dimensione a metà strada fra il concerto rock e l’esibizione teatrale, e infatti il pubblico è fatto accomodare sulle sedie, in posti numerati. Lanegan, che nel 2017 pubblicherà un nuovo album e la raccolta di testi commentati I Am the Wolf, con prefazione di Moby, è in forma e nell’arco di un’ora e venti esplora la sua poetica del dolore, col fatalismo di un vecchio bluesman.

Intona When Your Number Isn’t Up e il tizio che è seduto vicino a me resta bocca aperta, letteralmente. La voce arriva in tutta la sua limpida, inquietante bellezza. Lanegan non deve sforzarla e così l’eloquio magnetico e autorevole che fa di lui il Johnny Cash di chi è nato negli anni ’60-70 ne esce rafforzato. Fa bene a tenere i volumi bassi, a non saturare il suono, a non farsi sovrastare dal vortice elettrico come in altre esibizioni. I musicisti che lo accompagnano restano saggiamente un passo indietro. Imbracciando quella che dalla mia posizione sembra una Gibson SG, Fielder è il capobanda, l’accompagnatore più presente, il tessitore delle trame rifinite da Lyenn al basso elettrico e da «my brother» Garwood alla chitarra semiacustica (i due si sono esibiti da soli in apertura). Non ci sono grandi variazioni sul copione. Fielder prende un’acustica per Holy Ground e I’ll Take Care of You, Lyenn molla il basso per agitare le maracas durante Mescalito, ma la formula è semplice, persino elementare, e perciò perfetta per esaltare le magnifiche interpretazioni di Lanegan.

Illuminato per tutto il concerto da luce rossastra, Mark Lanegan canta di amore e giorno del giudizio con la stessa posa, come uno spettro. Guarda dritto davanti a sé e quando la canzone finisce molla la mano destra dal microfono, gira di lato la testa e aspetta l’inizio del pezzo successivo. Ripete il gesto, davvero, per tutta la serata. Ogni tanto butta lì un «grazie». Non serve altro. When the Twain Shall Meet degli Screaming Trees raccoglie applausi a scena aperta, il tono delicato di Torn Red Heart offre ristoro dall’atmosfera tesa, Judgement Time e Low sono di un’intensità formidabile, Deepest Shade dei Twilight Singers è una promessa dove amore e morte si confondono, You Only Live Twice acquista una profondità sconosciuta all’originale e quando Lanegan tocca le note più basse la sua voce fa vibrare il Fabrique in silenzio religioso. Finisce con una versione viscerale di On Jesus’ Program. «Grazie tante», dice, e se ne va. Alla fine dei bis restano sul palco solo lui e Fielder per Bombed e Halo of Ashes, roba degli Screaming Trees di vent’anni fa, che il chitarrista da solo trasforma in un altro momento d’intensità sovrannaturale.

Oggi Mark Lanegan sembra più rilassato rispetto a un tempo, e alla fine del concerto si ferma a firmare copie e scattare foto. È se stesso anche quando interpreta canzoni altrui che hanno un’affinità con la sua visione. Come Holy Ground dei Napalm Beach, che con versi come «Non so quanto a lungo resterò in giro» pare scritta apposta per lui. A 51 anni, con molte esibizioni di routine e alcuni dischi così così alle spalle, riesce ancora ad evocare un mondo in disfacimento, la lotta impari fra un uomo e i suoi demoni, ma anche una formidabile affezione alla vita e alla bellezza. S’attacca al microfono quasi dovesse aggrapparsi a qualcosa mentre attorno a lui tutto crolla. È una narrazione potente, di cui c’è ancora bisogno.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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