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Kiss Rocks Vegas: bassisti volanti e bimbi che fanno headbanging

Kiss Rocks VegasIl primo a decollare è Gene Simmons, che tirato da alcune funi schizza verso l’alto durante God of Thunder. Quando arriva Love Gun tocca a Paul Stanley volteggiare sulle teste del pubblico fino a raggiungere un’impalcatura sospesa a metà sala. Tommy Thayer tiene i piedi per terra e si limita a sputare fuoco dal manico della chitarra alla fine di Hell or Hallelujah. E ovviamente non si contano fiammate ed esplosioni, linguacce e pose, cannonate di coriandoli e botti continui. Con il loro senso dello spettacolo popolare e sopra le righe, i Kiss non potevano che finire a Las Vegas. Nell’autunno 2014 la band americana ha fatto fibrillare la vita notturna della Sin City con nove concerti al Joint dell’Hard Rock Hotel & Casino, una breve residency consumata nell’arco di una ventina di giorni nell’anno dei festeggiamenti per il quarantennale di storia discografica. Da quelle esibizioni è stato tratto il film Kiss Rocks Vegas, 110 minuti di fuochi d’artificio audiovisivi che arriverà nei cinema italiani solo per una sera il 31 maggio, nelle sale del circuito Nexo Digital.

Che razza di film è Kiss Rocks Vegas lo si capisce fin dalle prime immagini, quando Stanley, Simmons, Thayer e il batterista Eric Singer arrivano nel parcheggio dell’Hard Rock Hotel & Casino non in limousine, ma in elicottero. Per non spezzare il ritmo dello show, il dietro le quinte dell’esibizione è raccontato dai musicisti nei primi dieci minuti della pellicola. Se altri artisti hanno dovuto elaborare il proprio spettacolo per Las Vegas, i Kiss lo hanno in un certo senso ridotto. «È stato come infilare un galeone in una bottiglia», spiega Singer. Dovendo esibirsi in una sala da 4000 posti e non in un’arena o in uno stadio, la band ha rinunciato all’enorme palco-ragno del tour allora in corso e ha accettato la proposta del production manager Robert Long di costruire una struttura in cui gli schermi si estendono sul soffitto sopra le teste delle prime file, in una sorta di abbraccio con il pubblico.

Kiss Rocks Vegas non offre un solo momento di pausa. Da quando l’enorme batteria di Singer viene calata dall’alto – ho contato due grancasse, sette piatti e una decina fra tom-tom e rullanti in plexiglass trasparente illuminati da led al loro interno – si è colpiti da una serie di riff mostruosi, accompagnato da lanci di chilate di plettri. L’hard rock del quartetto è efficiente, quadrato, volutamente “ignorante”, radicato nell’estetica sonora degli anni ’70. Thayer, che ha curato anche la post produzione del film, si prende gli assoli con la sua Les Paul, Stanley imbraccia a volte una chitarra glitterata, Simmons uno strumento a forma di scure. Il bassista gigioneggia, fa una smorfia dietro l’altra in direzione delle camere, tira fuori la lingua leggendaria. Fa il mangiafuoco in War Machine e si trasforma in creatura mostruosa per God of Thunder, dove si vomita addosso finto sangue. E ovviamente canta, quando non lo fa Stanley.

Dietro le spalle dei musicisti e ai due lati, tre schermi riproducono grafiche e immagini dello show che il regista Devin DeHaven, lo stesso del Monster Tour 2003: Live from Europe, coglie con stacchi veloci e continue riprese sul pubblico festante. La scaletta somiglia a un greatest hits che copre varie epoche della band – non c’è però I Was Made for Lovin’ You – e conta sedici pezzi, tanti quanti erano proposti negli show del 2014, con l’eventuale sorpresa di ritrovare Won’t Get Fooled Again degli Who in mezzo a Lick It Up, con Stanley e Thayer che suonano dall’alto di una piccola piattaforma. Il finale celebrativo è affidato agli inni Shout It Out Loud e Rock and Roll All Nite, con la sala invasa da coriandoli e Stanley che distrugge la chitarra tra fumi ed esplosioni. Il trucco, i costumi, i fuochi, le piattaforme: Kiss Rocks Vegas è una grande rappresentazione fumettosa e si distingue da altri concerti del quartetto per l’atmosfera più raccolta. Roba perfetta per la Città del Peccato.

Un tempo Las Vegas era sinonimo di cimitero degli elefanti rock, il luogo dove i grandi cantanti andavano a morire a fine carriera. Ora che il rock è un grande spettacolo per famiglie, la città del Nevada non è che una delle tante tappe dei tour che girano l’America – quest’estate il Joint ospiterà i concerti di Brian Wilson, Deftones, Blink-182. Las Vegas è l’America che si mostra imbellettata e Kiss Rocks Vegas è perfettamente sintonizzato con l’idea di spettacolo tipica della città. I meccanismi che lo regolano piacciono ai bambini – e in sala ce ne sono tanti truccati da Kiss – perché, spiega Simmons, il concerto ha a che fare con la magia, e quindi con il botto e il fumo e lo stupore. È frutto di un senso dello spettacolo distintamente americano e pure di una concezione del rock come musica d’intrattenimento alla perenne ricerca dell’effetto-wow. Come dice Paul Stanley, è una doppia dose di steroidi.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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