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Perché la mostra “David Bowie Is” è imperdibile

david bowie isLa prima frase che si legge, non appena si accede alla mostra “David Bowie Is” ospitata fino al 13 novembre al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, è «Tutta l’arte è instabile», una massima contenuta dalle note scritte dal cantante per l’album Outside. Nessuno meglio di lui ha saputo incarnare tale instabilità e farne un tratto saliente della sua arte. La mostra la rappresenta con un notevole dispiegamento di mezzi: circa 300 oggetti fra costumi originali, fotografie, filmati, testi autografi, strumenti musicali, lettere, appunti, bozze, disegni, modellini esposti in modo colorito e informativo. L’80%, forse il 90% del materiale è tratto dai David Bowie Archives che contano circa 75.000 pezzi che l’artista inglese ha conservato con cura nel corso degli anni – il sogno proibito di ogni curatore. “David Bowie Is” è il tentativo più completo e riuscito di esporre e razionalizzare il lascito dell’artista inglese nell’intersezione fra musica, performance, moda, arti visive in genere.

Tre anni dopo l’inaugurazione al Victoria & Albert Museum di Londra, dove ottenne un successo strepitoso, l’esibizione arriva alla nona tappa dopo Chicago, San Paolo, Toronto, Parigi, Berlino, Melbourne, Groningen dov’è stata visitata, nel complesso, da un milione e mezzo di persone. Nel gennaio 2017 sarà la volta di Tokyo. Il MAMbo ha fatto un gran lavoro, ma la mostra arriva a Bologna dopo che il promoter Fran Tomasi ha tentato senza successo di portarla a Palazzo Reale, a Milano, reso disponibile per soli due mesi contro i quattro di Bologna. All’allestimento hanno lavorato cento persone nell’arco di quasi due mesi – e questo solo per il montaggio. Era una mostra definitiva tre anni fa e lo è a maggior ragione adesso, dopo la morte dell’artista, ma non usa i meccanismi della retrospettiva. Mira, piuttosto, a raccontare ciò che Bowie è stato, è e sarà attraverso il punto di vista della sua identità in perenne mutazione e finisce per trasmettere il senso dell’attualità della sua opera. Lasciandola, l’ultima frase che si legge è «David Bowie is forever now».

In un’esposizione incentrata non sulla storia, ma sui processi creativi, le prime due stanze rappresentano l’unica concessione alla narrazione biografica. La sezione «David Bowie is not David Jones» racconta le radici dell’artista nella Londra anni ’60 e la sua voglia, fin da ragazzo, di essere «istigatore di idee nuove». Messo di fronte al dilemma se essere se stesso o inventarsi un nuovo io, il giovane Bowie imbocca speditamente la seconda strada. Legge libri e ascolta dischi che non capisce fino in fondo. Lo fa per posa, per darsi l’aria da intellettuale quale non è – un peccato che oggi non gli si perdonerebbe – ma qualcosa impara e presto capisce come trasformare gli stimoli cui sceglie di sottoporsi in una narrazione originale. Diventa un «astronauta dello spazio interiore», assorbe idee che filtra e diffonde con sensibilità unica. Gli appunti e le bozze esposte ci dicono di un artista che controlla ogni particolare del suo lavoro, dalle illustrazioni degli album agli schizzi per i videoclip, e al tempo stesso collabora con entusiasmo con chi può arricchire e allargare la sua visione.

Organizzata in sale tematiche, l’esposizione coniuga lato emotivo e sforzo informativo – le annotazioni sono puntuali e ben fatte, danno ragione del “cosa” si sta vedendo e anche del “perché”. L’occhio cade sui costumi disegnati da Kansai Yamamoto e Freddie Burretti, o quello assurdo di Mark Ravitz che il cantante indossò al Saturday Night Live del 1979. C’è una sala sui personaggi interpretati al cinema, una dedicata al lavoro in sala d’incisione, una sul periodo berlinese con bei quadri che ritraggono l’amico Iggy Pop. La mostra non fa leva sul gusto feticista per i memorabilia – a parte forse un fazzoletto del 1974 sporco di rossetto – ma cumula oggetti e segni audio-visivi per comporre una narrazione sull’identità. La visita culmina in una splendida sala dedicata all’attività concertistica, con riprese dal vivo proiettate su pareti dietro cui s’intravedono manichini che indossano vestiti di scena.

“David Bowie Is” non è solo un meraviglioso parco giochi per fan, ma anche un percorso nell’identità cangiante dell’artista, un’identità pensata e fortemente voluta e marcata, eppure sempre transitoria. L’artista qui rappresentato non è solo un cantante o un musicista: è un performer che fa spettacolo del suo corpo, un’icona di stile, un trasformista, un vampiro culturale, un artista che ama costruire mondi in cui immergersi. “David Bowie Is” resta un quesito aperto a più di una soluzione, ed è questo uno dei tratti distintivi della mostra. È chiaro, camminando fra le sale del MAMbo, che a Bowie non interessava la pretesta autenticità del rock e nemmeno il suo spirito comunitario, né l’egualitarismo che esso ha spesso promosso. Era, piuttosto, figlio della cultura dell’io. Il suo essere caparbiamente unico, il suo tentativo di stare sempre un passo avanti agli altri, di rielaborare gli stimoli provenienti dall’esterno per autodefinirsi ne fanno un anticipatore di uno dei tratti fondamentali della cultura popolare contemporanea. David Bowie ha coniato l’imperativo del pop dei giorni nostri: prenditi la libertà di scegliere ciò che vuoi diventare.

bowie mostra

Pubblicato originariamente su Rockol

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