Interviste

La versione di Stone

gossardPer prima cosa si scusa. Stava portando in giro il cane, aveva il telefono in tasca e non l’ha sentito squillare. Poi spiega che cosa fa in giornate come queste, lassù a Seattle: porta la bimba a scuola, fa una passeggiata con la moglie, suonicchia. Stone Gossard sarà pure il chitarrista di uno dei gruppi rock più popolari del pianeta, ma non ha perso un briciolo della sua affabilità. In una delle più esilaranti scene del documentario di Cameron Crowe Pearl Jam Twenty porta l’intervistatore in taverna e lì s’imbatte in una statuetta. Appare sinceramente sorpreso: «Oh, guarda, quello è un Grammy!». Non si cura granché del suo status. È più facile trovarlo che pianta alberi per un’organizzazione non profit che nelle serate di MTV in cui i musicisti rimirano la propria celebrità negli occhi estasiati dei fan.

Vent’anni fa avremmo potuto considerarlo una rock star, se il termine fosse stato appropriato per descrivere il figlio di un avvocato della Seattle bene che usava i propri mezzi per dare una mano agli amici musicisti. Per dirla col fratello di Andy Wood, Kevin, «Stone era quello su cui potevi contare». Col tempo è diventato uno che conta. Per un paio d’anni è stato il fulcro creativo dei Pearl Jam. Alcuni dei classici più amati dal pubblico come Even Flow, Alive e Daughter portano la sua firma. Non è un virtuoso, ma è un creatore instancabile di riff e di back up chitarristici che sono nel DNA del quintetto tanto quanto gli assoli di Mike McCready. Non ha mai perso l’aria da ragazzo per bene finito per caso sul palco: i mocassini, i calzini, i bermuda e le smorfie mentre suona sono splendidamente inappropriati. Come quella volta, ai tempi delle session di Vs., che si presentò in sala d’incisione in accappatoio e pantofole. È uno dei pilastri di una formazione nata dall’unione di caratteri e personalità musicali diverse, per certi versi divergenti. La cosa straordinaria è che nella musica puoi sentire nitidamente la personalità di ognuno di loro. Il tocco di Gossard lo senti vibrare in decine di canzoni.

Il tuo stile chitarristico è groovy, ritmico, basato su riff e frasi brevi. È ovvio che è in parte derivante dall’hard rock. Mi chiedo se è anche il risultato del tuo amore per la musica nera…

«Amo rap e R&B. E le radici della mia passione per la musica affondano nel blues: sono cresciuto ascoltando stili in cui la sua influenza è totalizzante. Pensa a come i ritmi afro-cubani, le canzoni folk provenienti dall’Irlanda, la musica gypsy e persino la classica sono confluite, si sono mischiate ed evolute fino a creare l’unione di ritmo, melodia e parole che chiamiamo canzone. Lì stanno le radici della musica popolare. È uno stile apparentemente semplice, eppure offre una vasta gamma di variazioni, dà la possibilità di raccontare storie sempre diverse. Arricchendosi di colori, influenze e voci, ridiventa una musica incredibilmente fresca. La canzone è una forma bella e accessibile. È la cosa che più mi piace: è democratica. Chiunque può scriverne una. Chiunque può prendere una chitarra e nel giro di un quarto d’ora ideare una melodia e una progressione armonica. E anche se quelle stesse note sono state suonate mille volte, non sono mai state suonate in quel modo. Quelle note possono cambiare il mondo. Possono fare eccitare, impazzire la gente. Pensa ai primi accordi di Smells Like Teen Spirit. Prima di allora erano stati eseguiti milioni di volte, eppure Smells suonava in modo drammaticamente diverso da qualunque altra cosa, e questo per via dello spirito selvaggio e della ferocia quasi infantile che possedevano i Nirvana. Aveva un carattere irriverente che la rendeva diversa dalla musica che c’era in giro».

La black music, che ami, è spesso sensuale. La musica dei Pearl Jam sembra asessuata. All’epoca in cui aprivate per gli U2, Bono disse che la musica vostra e dei gruppi simili al vostro era roba da spogliatoio maschile, un’esperienza per ragazzi bianchi. Che ne pensi?

«L’ha detto Bono, questo? All’epoca gli U2 fecero un’inversione a U abbracciando il concetto di groove in un modo inedito per loro, che fino a quel momento facevano canzoni talmente potenti ed eloquenti da somigliare a inni. Achtung Baby cambiò tutto, forse perché The Edge prese il controllo della situazione in studio di registrazione. Non è da tutti. Non tutti i gruppi riescono a fare un tale salto di qualità mentre sono sotto contratto con una major. Gli U2 ci sono riusciti, pure i Radiohead l’hanno fatto, e vedo delle similarità fra i due gruppi: entrambi hanno “sdemocratizzato” la loro musica nel senso che hanno smesso di costruirla come un gruppo cui tutti contribuiscono partendo da un riff. In ogni caso, è vero che molti pezzi dei Pearl Jam non sono basati sul groove, ma sui testi, sull’energia, sulla naturalezza dell’espressività. Capisco quel che voleva dire Bono. Potrebbe avere ragione».

L’asessualità era forse una reazione, una piccola rivolta culturale agli eccessi, ai limiti del sessismo, dei gruppi hard & heavy dell’epoca?

«Assolutamente sì. Ma è anche vero che per suonare una musica super groovy devi essere un gran musicista. E nel grunge, così come nel punk-rock e in ogni movimento musicale di rottura, c’erano molti giovani non esattamente virtuosi. La cosa interessante è che questi musicisti sentivano il groove di cui parla Bono, percepivano quella stessa energia, quello spirito, quell’anima, ma la traducevano in modo differente».

Dopo tanti anni di carriera ti chiedi mai: sono un musicista ancora rilevante? Ti capita di domandarti: come faccio a scrivere e suonare musica all’altezza di quella di quindici o vent’anni fa?

«La cosa non mi preoccupa. Non ragiono in questi termini. Preferisco dedicarmi a progetti nuovi. Quando scrivo una canzone incespico e faccio errori, e nel processo mi imbatto in frammenti musicali interessanti. Li esploro e cerco di capire se possono dar vita a una canzone. Suono chitarra e batteria, scrivo testi, gioco con la musica come un bimbo di 8 anni. C’è sempre una scoperta eccitante da fare. E non mi devo preoccupare del risultato perché ho la certezza che mi rappresenterà, che rifletterà il modo in cui funziona il mio cervello».

Sai che la musica che scaturirà sarà fedele alla tua personalità…

«Esatto. Mi piace il fatto che, pur non sapendo razionalmente quel che sto facendo, alla fine emerge qualcosa di buono. Quando scrivo mi sento come un pittore che distribuisce macchie di vernice sulla tela senza ragionarci su, in modo istintivo, finché non vede emergere qualcosa. A quel punto prende quel qualcosa, ne rimarca il carattere, lo potenzia, gli dà coerenza. Per come la vedo io, fare musica è un’attività semplice, dai tratti infantili. Ecco perché quando fai musica non puoi perdere».

Se fare musica è un’attività ludica, non ha niente a che fare con l’ambizione? Parlo dell’ambizione di parlare a un pubblico sempre più vasto, ma anche di fare dischi che la gente ricorderà fra trenta o quarant’anni…

«Quel genere di pensiero non è salutare. Se ti passa per la testa, rischia di inibire la creazione. Voglio farmi travolgere dall’eccitazione che provi quando sei in una band ed entri in sala d’incisione senza avere niente per le mani, quando costruisci qualcosa di bello partendo da zero. M’ispira vedere come si evolve la musica. Ci saranno sempre nuovi Jimi Hendrix, Police, Björk, Radiohead, gente che ha cambiato il rock usando la propria testa, restando indipendente e fedele a se stessa, gente che ha seguito il proprio istinto e ha aperto nuove strade. È quello che vorrei fare anch’io: ambisco a partecipare in qualche maniera a questo tipo d’esplorazione».

Mi pare che molti musicisti del Pacific Northwest come te abbiamo una cosa in comune: prendono seriamente la musica senza essere pretenziosi. Sono appassionati eppure modesti. Credi che sia un tratto tipico del Nordovest?

«Forse sì. Potrebbe essere un lascito delle nostre origini scandinave. Sai, è il Nordovest… ma via Svezia. Qui, a poco più di 200 chilometri dal Canada, si percepisce un’influenza decisamente nordeuropea. La gente tende ad essere sospettosa di chi si prende troppo sul serio, di chi è sfacciatamente sicuro di sé, di chi è appariscente. C’è una tendenza direi culturale a non dare peso a tutto ciò che somiglia a una montatura hollywoodiana. Credo c’entri anche il fatto che Seattle è una città piccola: osserviamo le metropoli e vediamo quel che di mostruoso riescono a concepire. Ci piace fare le cose a modo nostro. Abbiamo una nostra definizione di successo. Ha a che fare con la capacità di non andare oltre il talento di cui la natura ti ha dotato. Ha a che fare con la volontà di essere te stesso, di creare qualcosa di nuovo senza copiare qualcun altro».

Adoro il fatto che voi Pearl Jam non avete mai abbandonato Seattle…

«Avremmo potuto farlo, ma sarebbe stata una mossa stupida. Lasciare la tua “famiglia” e il luogo a cui appartieni significa abbandonare le tue radici. Se sei fortunato, metterai nuove radici altrove, ma non saranno mai altrettanto profonde. Puoi lasciarti alle spalle la tua città e reinventarti, ma a lungo andare diventa un esercizio di negazione. Reinventarsi significa conoscersi profondamente e abbracciare consciamente l’opposto della tua identità, significa sapere chi sei e trasformarti in quel che non eri. Ma quanti opposti esistono? Quanto puoi andare avanti? Alla fine, non puoi che ripetere te stesso».

Il vostro legame con la città si declina anche nel lavoro a favore di organizzazioni non profit locali. Tu, in particolare, sei impegnato sul fronte ambientale. Credi che derivi in parte dal fatto che Seattle è letteralmente immersa nella natura?

«Lavorare a beneficio della comunità fa parte della nostra cultura. Deriva da un comune senso di responsabilità. Ci sentiamo fortunati e sappiamo che quando sei in una posizione di privilegio è il momento di essere generoso. Se sorvoli il Nordovest ti accorgi di quanto sia rigogliosa la natura. Anche in città hai l’opportunità di vivere calato nella natura più che ogni altro luogo d’America. È un sensazione che ti responsabilizza. Ed è una benedizione. La natura è l’unica speranza che ha la razza umana per non implodere. Ma non esagererei l’impegno dei Pearl Jam. Oggi ad esempio non ho fatto niente. Facciamo quel che possiamo quando possiamo. A volte lavoriamo per gli altri. A volte ci preoccupiamo solo di arrivare a fine giornata».

 

Pubblicato originariamente su JAM 199

 

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