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A spasso per la storia: Robert Plant in concerto

robertplant_edmilesAl giudice che dovrà pronunciarsi sulla prossima causa di plagio a danno dei Led Zeppelin farei ascoltare un concerto di Robert Plant con i Sensational Space Shifters. Capirebbe nel giro di poche canzoni che il rock, per lo meno quello strettamente legato alle radici blues e folk, non è un esperimento che avviene nel vuoto, ma è un processo. È materia che si rinnova di continuo, in un dialogo ininterrotto col passato. Plant mischia pezzi tradizionali, classici dei Led Zeppelin e brani originali come se non ci fosse poi una gran differenza fra gli uni e gli altri. E in un certo senso non c’è: trasformando le esecuzioni in una sorta di morphing sonoro, Plant mette le canzoni in prospettiva.

Il concerto dei Sensational Space Shifters lo farei sentire anche a chi pensa che l’epoca delle contaminazioni sia finita, a chi è convinto che la visione di una musica che attraversa stili e culture sia antistorica. Grazie a musicisti dal background diversissimo, dalla musica etnica a quella elettronica, Plant tira fili invisibili fra il Sud degli Stati Uniti e l’Africa occidentale, nel tentativo di dimostrare che esiste un terreno comune alle musiche di matrice folk. Il gruppo mischia sonorità acustiche, elettriche, elettroniche. Il chitarrista Justin Adams è l’anima blues, il gambiano Juldeh Camara cava fuori suoni ancestrali dal goje, una sorta di rudimentale violino dell’Africa occidentale. L’amalgama è favoloso.

L’impatto hard di riff iconici dei Led Zeppelin viene evocato, ma non sfruttato fino in fondo. Si preferisce condurre il pubblico in una sorta di esplorazione alle fonti degli Zeppelin: prima si ascolta No Place to Go dei Fleetwood Mac, fra le fonti di ispirazione di How Many More Times degli Zep via How Many More Years di Howlin’ Wolf, che confluisce nell’esecuzione di Dazed and Confused. Se con gli Zeppelin, Page suonava la chitarra con l’archetto, Camara fa la stessa cosa con il goje, regalando al pezzo – preso dal repertorio di Jake Holmes, una cover a tutti gli effetti – un significato inedito.

Plant è in forma. Aiutato da alcuni effetti – come sempre, del resto – non tenta cose impossibili per la sua voce e per la sua età, e risulta carismatico e convincente. È di buonumore, allegro, balla e gesticola, suona il bendir. Attacca I Just Want to Make Love to You, poi chiede «Do we need love?» e il pezzo di Willie Dixon si trasforma in Whole Lotta Love, che del resto prendeva parti da un altro brano di Dixon, You Need Love. Il classico degli Zeppelin a sua volta confluisce in Hey! Bo Diddley in un continuo gioco di rimandi. Sta in queste sovrapposizioni, nel dialogo fra passato e presente, a volte fra passato remoto e passato prossimo, nel vagare fra varie tradizioni e culture, sta nella voglia di chiudere un cerchio il senso del progetto e la natura musicale di Plant oggi. Lontano dai Led Zeppelin, ma vicino alla loro essenza culturale.

 

Tratto da un report pubblicato su Rockol

 

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