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Zappa, l’apostrofo e il biscotto

zappa aperturaAvete presente i bonus disc allegati alle ristampe dei vecchi dischi, quelli che contengono versioni alternative, demo, brani dal vivo, quando va bene un inedito? Ecco, The Crux of the Biscuit è uno di quei dischi, solo che non esce abbinato all’album da cui deriva, ma da solo, con la dignità di lavoro autonomo. Eppure si tratta di un’appendice ad Apostrophe (’), uno dei lavori di maggior successo di Frank Zappa, quello in cui il talento musicale suo e dei suoi musicisti incontra un’immaginazione sfrenata e un senso dell’umorismo dissacrante. Il genio di Baltimora, qui, offre ritratti illuminanti della società americana, come il ciarlatano di Cosmik Debris o il commento sui diritti civili di Uncle Remus, ma soprattutto si diverte incrociando storie surreali e riferimenti alla cultura pop. È difficile appassionarsi a The Crux of the Biscuit senza sapere di Apostrophe (’), di cui riprende le canzoni offerte in varie versioni, spesso esaltanti. Persino i titoli sono complementari e vanno a comporre una celebre quanto criptica massima zappiana contenuta nel dialogo fra uomo e cane di Stink-Foot: «The crux of the biscuit is the apostrophe».

Un passo indietro. Nel 1973 Frank Zappa si trova nell’insolita posizione di essere un artista di relativo successo: il 33 giri Over-Nite Sensation è arrivato fino al trentaduesimo posto della classifica americana – non male per un musicista non allineato come lui. Frank lo vuole rifare, e subito. Riprende perciò il progetto di un album cui pensa da tempo e in parte legato a un concept strano e incoerente sulle disavventure di un eschimese chiamato Nanook. Pubblicato nel marzo 1974, Apostrophe (’) va persino meglio di Over-Nite Sensation: altro disco d’oro, decima posizione in classifica (Zappa non salirà mai più così in alto), un singolo nella top 100 chiamato Don’t eat the Yellow Snow che riprende il consiglio materno al figlio eschimese – non mangiare la neve gialla perché ci hanno pisciato sopra gli husky.

Quarantadue anni dopo, alcune delle session che hanno dato vita a Apostrophe (’) vedono la luce senza cambiare la percezione di quell’album. Il tema è lo stesso: l’unione fra musicalità di prima categoria e testi bizzarri, spesso resi in una sorta d’eloquio da comedian come dimostra la favolosa versione live in Australia del giugno 1973 della suite Don’t eat the Yellow Snow / Nanook Rubs It (diversa da quella poi pubblicata e non accreditata nella track list) / St. Alphonzo’s Pancake Breakfast / Father O’Blivion (anche questa non accreditata). L’esecuzione è vivace e spassosa, piena di passaggi nei testi e nelle musiche differenti da quelli contenuti nell’album, con una bella performance di Ruth Underwood alle percussioni a suono determinato e il siparietto con Zappa che fa lo spelling ironico di «MAR-JUH RENE».

I primi pezzi rappresentano un ipotetico lato A dell’album come si andava formando a metà del 1973: se Cosmik Debris non offre alcuna novità sostanziale rispetto alla versione poi pubblicata a parte le poche battute introduttive e la diversa “presenza” degli strumenti – mix e take sono gli stessi – la versione estesa di Uncle Remus risale al maggio 1972, con gli interventi di Tina Turner e delle Ikettes ai cori e di George Duke resi più evidenti. Al centro di The Crux of the Biscuit c’è Apostrophe’, lo strumentale che, parentesi a parte, dà il titolo all’album del 1974. La cosa curiosa svelata dal disco è che la title track faceva parte di un più ampio pezzo titolato Energy Frontier, unione di Down in de Dew (uscita nel postumo Läther) e per l’appunto di Apostrophe’. La prima appare qui in una versione del novembre 1972 suonata dai soli Zappa (chitarre e basso) e Jim Gordon (batteria), mentre Energy Frontier è offerta in tre diverse take eseguite da formazioni lievemente variabili, ma sempre con Jack Bruce dei Cream al basso – in due versioni si ascolta la variante di una parte solista di flauto. Ai quattro brani s’aggiunge un diverso mix di Apostrophe’ di nove minuti dal suono e dall’interplay esaltante.

La title track è completata da una session di Excentrifugal Forz del luglio 1972, con Jean Luc Ponty al violino, Duke alla tastiera e John Guerin alla batteria, e da take di Cosmik Debris (strumentale), Don’t Eat the Yellow Snow e Nanook Rubs It incise nel maggio 1973 al Bolic Sound Studios di Ike Turner. Ed è proprio sul finale che l’album offre i materiali meno interessanti e si soffre per la ripetitività dei pezzi. Il gusto, qui, è confrontare le varie versioni, analizzare citazioni e riferimenti interni alla produzione del musicista, la cosiddetta continuità concettuale: un piacere riservato agli zappiani di stretta osservanza.

Frank PresidentContemporaneamente a The Crux of the Biscuit, e in occasione di quella che potrebbe diventare una delle più strane campagne elettorali americane che si ricordino, la famiglia ha assemblato un altro disco, Frank Zappa for President. Il titolo, bello ma scontato, fa riferimento alla passione politica del musicista, che a un certo punto considerò persino di presentarsi alle elezioni per la presidenza. Il cd, sette tracce, ammassa in modo disordinato incisioni a sfondo politico (a volte vagamente politico), senza altra logica. I frammenti di musica più interessanti sono i quindici minuti della Overture to Uncle Sam, una composizione contemporanea rimasta inedita fino al 2007 con Zappa al Synclavier, qui resa in un’incisione del 1993, l’anno della morte. E poi Medieval Ensemble, altro pezzo colto al Synclavier risalente al 1985. Con la Overture, è ciò che rende l’album interessante. Dello stesso anno, ma di interesse decisamente minore, è If I Was President…, un voiceover con Zappa che racconta cosa farebbe una volta eletto. C’è anche una versione di Amnerika con Napoleon Murphy Brock alla voce.

Questi quattro pezzi, concettualmente vagamente assimilabili, sono accostati a un remix di Brown Shoes Don’t Make It del 1969 – tutt’altra epoca, tutt’altre atmosfere – e a due tracce dal vivo al Nassau Coliseum di Uniondale nel 1988, When the Lie’s So Big e America the Beautiful. In“Frank Zappa for President il lato per così dire colto del personaggio è preponderante e rende il disco di grande interesse per chi ama quell’aspetto del musicista. Purtroppo la track list è compilata in modo schizofrenico e il tema politico non basta a rendere l’album un’opera coerente. Ma si sa, quando si tratta del patrimonio di Zappa la parola razionalità è bandita e le incisioni contenute negli archivi sono diffuse in ordine sparso, per non dire dei contrasti sorti fra gli eredi. Ventitré anni dopo la morte del musicista, l’opera di razionalizzazione e sistematizzazione che molti invocano resta una gran bella utopia. L’idea di una musica senza confini, quella no, quella fortunatamente è realtà come dimostrano questi due dischi.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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