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Jack White nella strana, vecchia America

jack-white-aperturaSiccome ci siamo ubriacati con l’idea di Jack White erede di MC5 e Stooges, chitarrista elettrico con la fissazione per Jimmy Page, restauratore del rock anni ’70, e invece lui è tante altre cose, accogliamo con favore il doppio cd antologico Acoustic Recordings (1998-2016), 26 canzoni in chiave acustica che spaziano dai White Stripes alle tracce di Lazaretto. Fin dagli esordi, sotto lo strato di distorsioni della sua Airline, c’era un ragazzo innamorato fisso del repertorio di bluesman d’inizio Novecento come Son House e Blind Willie McTell, e pure di folksinger immaginativi, primo fra tutti Bob Dylan. E poi, procedendo con gli anni, White s’è avvicinato idealmente e fisicamente a Nashville, al country, a nuovi suoni acustici, per non dire della nobile attività di divulgatore della musica del secolo scorso svolta attraverso la Third Man Records.

Con le canzoni rimasterizzate e organizzate in ordine cronologico, la track list offre un crescendo di sofisticazione musicale, alcune versioni alternative/remixate di pezzi noti e ben poche sorprese – e qualche lieve timbro elettrico, ma vabbeh. Chi conosce White lo sa: versioni acustiche non vuol dire voce & chitarra, non solo almeno. La ricchezza degli arrangiamenti, e a volte anche la loro originalità, ad esempio nell’uso della marimba in Forever for Her (Is Over for Me), testimoniano l’abilità di White nel prendere materiali delle tradizioni e farli suonare in modo personale. L’unica, vera novità offerta dal disco si chiama City Lights, delicatissima ballata in cui voce e chitarra seguono la stessa linea melodica. Risale alle session di Get Behind Me Satan, discone dei White Stripes un po’ dimenticato. Il musicista l’ha riscoperta lavorando alla riedizione in vinile per il decennale dell’album e l’ha riregistrata quest’anno, da cui il “2016” inserito nel titolo dell’antologia.

Fa una certa impressione sentire una dietro l’altra queste canzoni, prova provata del talento d’autore ed esecutore di White. E anche certe operazioni discutibili, come eliminare gli strumenti elettrici da Carolina Drama dei Raconteurs, alla fine hanno un senso. Ridotta ai minimi termini – si fa per dire: l’arrangiamento con pianoforte e violino e cori femminili è favoloso – la canzone viene in qualche modo restituita alla tradizione cui appartiene, quella delle ballate folk che raccontano di violenza e omicidi, cui White aggiunge un tocco enigmatico dylaniano. E allora questo doppio non è solo una curiosità, uno sguardo obliquo al repertorio acustico di uno dei grandi musicisti rock che ci sono rimasti. È anche, a suo modo, la rivendicazione d’appartenenza alla «strana vecchia America» raccontata da Greil Marcus. E indovina un po’ chi scrive le note di copertina di Acoustic Recordings?

 

 

Tratto da una recensione di Rockol

 

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