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Quattro anziani a Cuba

rolling-stones-havana«I Rolling Stones riescono laddove falliscono i governi», afferma nel prologo quello spaccone di Keith Richards. Il film di Paul Dugdale che racconta l’esibizione della band inglese all’Avana il 25 marzo 2016 è un misto di grande musica e dichiarazioni roboanti. È un pezzetto di storia del rock: non perché i Rolling Stones siano stati la prima band occidentale a esibirsi a Cuba dopo la rivoluzione come è stato erroneamente detto, ma per la dimensione dello show, perché pochi giorni sono stati preceduti dalla visita di Barack Obama, perché si tratta dei Rolling Stones. A un appassionato, invece, Havana Moon, nelle sale italiane solo il 23 settembre, offre la possibilità di godere le dinamiche della band sopra e dietro il palco, di osservarla da vicino in tutta la sua forza e con le sue fragilità.

Dugdale ha l’ottima idea di documentare anche i piccoli gesti che avvengono sul palco, abbinando una prospettiva “micro” a una “macro”. Segue gli Stones nella postazione appena dietro la batteria dove si rifugiano ogni tanto per fumare, bere, chiacchierare. Li coglie per quel che sono: un gruppo di anziani ancora innamorati della musica. E poi, come ogni regista impegnato a riprendere un evento dal vivo, offre una ricca collezione di facce festanti colte fra il pubblico, splendide ragazze e improbabili emarginati, cubani e stranieri.

Havana Moon documenta un’esperienza gioiosa. Jagger non trasforma il concerto in un’affermazione politica, non sfida verbalmente il regime di Castro. Scherza, semmai, e presenta i compagni come «revolutionary Ronnie Wood», «Charlie Che Watts» e «mi compadre Keith Richards». Dice i tempi stanno finalmente cambiando e l’arrivo della band inglese ne è un segno. L’attivista cubana Rosa María Paya ha detto al Guardian che gli Stones «dovrebbero sapere che la loro performance viene usata da un regime totalitario come simbolo di un’apertura che in realtà non sta avvenendo». Ma il senso del concerto lo si legge sui visi felici della gente. E alla fine del film resta l’idea che da qualche parte nel mondo la musica rock può ancora essere colonna sonora del cambiamento.

 

 

Tratto da un articolo pubblicato su Rockol

 

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