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Il capolavoro dei Temple of the Dog

temple-of-the-dogÈ uno dei dischi di culto di chi era ventenne nei primi anni ’90. È il ricordo struggente di un amico, l’unione di due grandi band e un simbolo d’amicizia, se non di fratellanza. La dimostrazione che, laddove c’è il talento, anche un progetto nato all’improvviso e cresciuto in modo spontaneo può diventare un capolavoro. È una delle cose migliori uscite da Seattle negli anni immediatamente precedenti il boom. È Temple of the Dog, il primo e unico disco della band omonima unione di Soundgarden e Pearl Jam nata dopo la morte di Andy Wood dei Mother Love Bone. Messa alle spalle la controversia sui diritti dell’opera, viene ristampato con l’aggiunta nella versione deluxe di un secondo CD di demo e outtake e in quella super deluxe di un DVD e un Blu-Ray.

Di un disco così oggi parlerebbero tutti. Venticinque anni fa passò sotto silenzio per poi essere riascoltato, rivalutato e trasformato in un pezzo cult grazie al successo di Ten e Badmotorfinger e più in generale del cosiddetto Seattle Sound. Temple of the Dog è anzitutto un disco di Chris Cornell, autore unico di 7 composizioni su 10. Fu il cantante dei Soundgarden e scrivere le prime due canzoni dedicate a Andy Wood, il cabarettista metal di Seattle (definizione di Jack Endino) morto per overdose nel marzo 1990. Prima dell’avvento del grunge era considerato la next big thing locale per le sue doti di cantante e frontman e per le sue creazioni piene d’immaginazione, ma anche per i compagni che si portava appresso, ovvero i Mother Love Bone, band di cui si aspetta il 4 novembre l’uscita del cofanetto On Earth as It Is. Vi suonavano due futuri Pearl Jam, il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament. Fu quest’ultimo ad ascoltare il demo di Cornell contenente Say Hello 2 Heaven e Reach Down da cui nacque l’album. Cornell era al picco delle sue possibilità e i musicisti che lo accompagnarono – i due citati, più il chitarrista Mike McCready con cui avevano appena fondato i Pearl Jam e il battterista dei Soundgarden Matt Cameron – erano a uno snodo fondamentale non solo della loro carriera, ma della loro vita.

Tutto quel che c’era stato e in parte quel ci sarebbe stato a breve finì nell’album, collettore formidabile d’energie creative inciso nel corso di alcuni weekend fra il novembre e il dicembre 1990. Il disco rappresentò il debutto in una sala d’incisione professionale non solo di McCready, ma anche del cantante dei Pearl Jam, l’allora sconosciuto Eddie Vedder, che contribuì ai cori di tre canzoni e sopratutto a trasformare Hunger Strike in un duetto epocale – curiosamente, nel libretto della ristampa Cornell racconta la storia dell’incisione del pezzo in modo lievemente diverso da come la si conosceva. Assieme a Call Me a Dog, Your Savior e Wooden Jesus, il pezzo cantato con Vedder era stato scritto prima della morte di Wood, ma finì per segnare il progetto anche grazie al video girato a Discovery Park, a nordovest di Seattle Downtown, dove erano solito riunirsi gli amici del cantante dei Mother Love Bone. Se il ruolo di Vedder è nel complesso marginale, quello di McCready è assolutamente centrale. Nonostante l’inesperienza e i riferimenti così palesi allo stile di Jimi Hendrix e al rock-blues spettacolarizzato di Stevie Ray Vaughan, le sue performance sono superlative.

Oggi l’album originale è stato remixato da Brendan O’Brien: è un passo in più rispetto a una semplice rimasterizzazione, ma non cambia gli equilibri sonori. Il produttore toglie un po’ di riverbero che si usava all’epoca, ma è un’operazione decisamente meno radicale di quella fatta su Ten, che era prodotto come questo lavoro da Rick Parashar. Il primo CD è arricchito in coda da tre altri nuovi mix alternativi curati da Adam Kasper che in un esperimento curioso priva Say Hello 2 Heaven della spinta ritmica, lasciandone lo scheletro melodico e chitarristico. Il secondo CD contiene versioni alternative delle canzoni presenti nel disco del 1991. Spiccano i demo incisi dal solo Cornell di Say Hello 2 Heaven e Reach Down. Le canzoni, specie la prima, sono già perfettamente formate e mostrano che la band non dovette fare altro che seguire l’intenzione del cantante. Ma la differenza d’impatto e “cattiveria” fra il demo di Reach Down e la versione con i Temple of the Dog è notevole: Cameron e i futuri Pearl Jam seppero portarla a un altro livello. Effettuate su un quattro piste sovrapponendo voce, chitarra, basso e una traccia di drum machine 808, le due tracce hanno anche un valore storico-sentimentale, per così dire: sono le versioni che Ament ascoltò e da cui prese vita l’intero progetto.

Sono ancora di maggiore interesse le due uniche composizioni inedite offerte dalla ristampa, ovvero Angel of Fire e Black Cat. Secondo quanto afferma Cornell citato da David Fricke nelle note di copertina, le canzoni non furono realizzate per l’album, ma composte molto probabilmente dopo. La prima, pur offrendo qualche assonanza armonica con il resto del disco del ’91, non ha la medesima qualità nella scrittura, ed essendo un demo nemmeno l’impatto. Somiglia maggiormente a una prova cantautorale di Cornell, che canta con voce stranamente nasale e si accompagna con quella che sembra una Rickenbacker. Suoni tintinnati (un metallofono? triangoli? bottigliette di vetro?) aprono Black Cat. È un blues con la voce di Cornell che sembra venire da un altro mondo (o dagli anni ’30) con un bel contrasto fra l’accompagnamento ritmico ridotto ai minimi termini e le distorsioni della chitarra elettrica. Un’idea promettente. Altre otto outtake registrate con la band e mixate nel 2016 da Adam Kasper completano il secondo dischetto: si tratta per lo più di demo e versioni alternative, con due Times of Trouble di cui una strumentale, che non cambiano la percezione che abbiamo dell’album, del progetto, della band.

Il DVD allegato alla versione super deluxe, che purtroppo non abbiamo potuto vedere prima di chiudere la recensione, contiene sei canzoni tratte dalla prima e unica esibizione dell’epoca del gruppo, nel novembre 1990 all’Off Ramp Cafè di Seattle filmate da Terry Date dal banco del mix. E poi il videoclip di Hunger Strike; il video di Say Hello 2 Heaven girato al Moore nel dicembre 1990; Hunger Strike al Lollapalooza del 1992; cinque pezzi dal vivo filmati ad Apline Valley nel settembre 2011, durante i festeggiamenti per il ventennale dei Pearl Jam, con ospiti Glen Hansard, Dhani Harrison, Liam Finn, David Garza; Call Me a Dog e Reach Down dal concerto dei Mad Season alla Benaroya Hall di Seattle nel gennaio 2015. Un Blu-Ray contiene l’audio dell’album 96kHz 24-bit nel surround mix 5.1 di Adam Kasper e i video in HD di Hunger Strike e dei materiali al Moore, ad Alpine Valley e alla Benaroya.

Dopo avere inciso al London Bridge Studio e suonato all’Off Ramp, i Temple of the Dog decisero che non si sarebbero più esibiti assieme, regalando all’album e al progetto un’aura di unicità. Oggi i cinque musicisti hanno tradito quel giuramento – e del resto è passato un quarto di secolo, sono diventati scandalosamente celebri, non li si può certo accusare di sfruttare la memoria di Wood. Un tour li porterà in giro per gli Stati Uniti, McCready si è detto disponibile a replicare in Europa, Cornell non ha escluso che si possa incidere un secondo album. Comunque andrà, Temple of the Dog resta un unicum nella storia dei Soundgarden, dei Pearl Jam, dei Mother Love Bone, un momento di rara grazia e ispirazione in cui uno dei più atroci dei lutti, la morte di un amico a soli 24 anni, ha dato origine a un capolavoro.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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