Interviste

Pogando con Moby sull’apocalisse

mobyNiente atmosfere rarefatte, né campionamenti arcani, questa volta. Moby ha inciso il nuovo album These Systems Are Failing pensando ai dischi post punk e new wave che ha amato in gioventù. Ne è uscito un lavoro decisamente rétro, ma traboccante d’energia, più di quanta ci si aspetti da un musicista di 51 anni che ha recentemente raccontato la sua vita nella splendida autobiografia Porcelain (Mondadori). L’album, che esce a nome Moby & The Void Pacific Choir, è accompagnato da una sorta di manifesto politico, una chiamata alle armi di fronte a un mondo in rapido disfacimento. I sistemi economici, politici e sociali stanno crollando, dice Moby in questa intervista, tocca a noi inventarne di nuovi. Partendo magari dalla musica.

Hai detto che hai messo assieme questo disco come un bimbo di 4 anni che prepara da sé la colazione, mettendoci dentro tutto quel che ti piace. E quindi, post punk e new wave, suoni elettronici e chitarroni. Perché adesso, nel 2016?

«Buona domanda. Sono un musicista di 51 anni che odia andare in tour e continua a fare dischi in un’epoca in cui la gente se ne frega, dei dischi. E perciò ha senso fare un album che piace anzitutto a me, fregandomene di ogni considerazione commerciale. Viviamo in un mondo fatto di compromessi. Musicisti, scrittori, attori, artisti, politici scendono continuamente a compromessi e a volte non ne sono nemmeno coscienti».

E insomma, questo disco è una celebrazione dell’idea di fare musica in un periodo in cui la gente non compra più musica. È stato liberatorio?

«Parecchio. Ci sono musicisti che pubblicano un disco e ancora sperano che la gente glielo compri, ma non succede a meno che tu non sia Taylor Swift o Adele. Altri musicisti pubblicano dischi per fare concerti, ma io odio andare in tour. E perciò non mi resta che fare dischi per la gioia di farli, e magari per attirare l’attenzione sui problemi che ritengo importanti».

Una cosa bella del disco è il suo stato d’euforia, anche quando parla di lotta. È un po’ come pogare sull’apocalisse…

«Questa sì che è una descrizione meravigliosa, grazie…».

Mi ha ricordato un passaggio di Porcelain in cui provi nostalgia per lo spirito dei vecchi rave, mentre attorno a te le persone sono talmente fatte che sembrano zombie.

«Sai, quand’ero ragazzo ero innamorato di Clash, Killing Joke, Sex Pistols, Joy Division. Il bello della loro musica è che pure nei momenti tristi straripava d’energia. Per quanto ami la musica nuova, la trovo spesso sedata e facile, mi mancano la passione e l’energia dei vecchi tempi. Mettiamola così: vivere in questi tempi molli e pieni di compromessi mi fa venire voglia di ribellarmi. Non so quanti anni tu abbia…».

Ne ho abbastanza per averti visto aprire per i Soundgarden nel 1996 in tour che hai odiato. Venivi da un album chiamato Animal Rights che in qualche modo rappresentava un altro ritorno alle origini hardcore e punk-rock, di quando suonavi con i Vatican Commandos o andavi ubriaco da Ian MacKaye dicendogli che eri straight edge. Vedi somiglianze fra il disco del ’96 e quello nuovo?

«Ne vedo una: sono entrambi tentativi di fare musica appassionata e onesta. I musicisti con cui sono cresciuto, diciamo Joe Strummer, Neil Young, John Lennon o Chuck D, amavano sperimentare, fare cose di volta in volta differenti, insomma spingersi oltre. Di questi tempi lo scopo dei musicisti invece è farsi una carriera. Non li voglio criticare, dico solo che la vita è breve e dobbiamo usare il tempo che abbiamo per creare musica onesta. Magari non ci fai carriera, ma puoi cercare di descrivere la tua esperienza di essere umano. Non sto dicendo che io ci riesco o che valgo quanto Joe Strummer, però per lo meno ci tento».

Ma non è che hai scelto il post punk e la new wave semplicemente perché sono le musiche della tua adolescenza?

«Ok, c’è anche questo aspetto. Se fossi cresciuto con l’hip-hop negli anni ’90, il punk-rock veloce non significherebbe un bel nulla per me. Tutti quanti, crescendo, teniamo in grande considerazione la musica e la cultura con le quali siamo cresciuti. Ma non smetto di apprezzare la musica recente se è onesta, piena d’entusiasmo, energetica. È nel mio dna».

Hai detto che ascoltare vecchi musicisti che pensano di essere ancora giovani e rilevanti ti fa attorcigliare le budella dalla tristezza. E tu, pensi di essere ancora rilevante?

«Ah, non ne ho idea e il bello è che non me ne frega nulla. Suonerà lievemente esoterico, ma in definitiva ogni essere umano deve capire come contribuire alla qualità della propria vita. C’è una trappola in cui cadono le figure pubbliche ed è pensare che la qualità della loro vita sia determinata dai dischi venduti o dai biglietti staccati. La qualità della mia vita è determinata dai libri che amo, dagli amici che ho, dai dischi che ascolto. Dal fatto di scrivere e incidere musica. E nessuna di queste cose implica l’opinione degli altri. Ho 51 anni: per alcuni sono un musicista rilevante, per altri sono un vecchio che ha avuto successo tanti anni fa. È liberatorio non doversi preoccupare di questi giudizi».

E però un disco come These Systems Are Failing non dovrebbe avere un impatto sulle persone? Non è quindi importante che la gente lo trovi rilevante?

«Più che altro, vorrei che innescasse delle conversazioni. Amo la musica, ma l’attivismo socio-politico è più importante per me e quindi cerco di legare le due cose. I sistemi politici, sociali, economici derivano da un’anomalia nella condizione umana. Se sei un artista, il tuo scopo dovrebbe essere esprimere la condizione umana e comunicarlo agli altri e far loro riflettere. E così magari, e lo so che è molto ingenuo dirlo, nuovi sistemi nasceranno. Quando avremo una migliore comprensione di cos’è un essere umano, allora riusciremo a fare scelte migliori».

Però a livello politico…

«Ma io non riesco a separare il personale dal politico. Prendi Donald Trump: è un essere umano mal funzionante. Prendi i dittatori e i demagoghi, Trump o Berlusconi o persino Pol Pot, e riuscirai a trovare nella loro storia personale un momento di rottura emotiva. Nessuna persona assennata e sana direbbe le cose che dicono certi demagoghi».

L’album trasmette un senso d’urgenza, come nel pezzo in cui canti che «il tempo per cambiare sta scadendo».

«Gioco con l’idea di creare degli slogan. Purtroppo la sinistra ha lasciato alla destra il monopolio degli slogan. Perché dobbiamo lasciare loro il divertimento offerto dall’inventare formule semplici e potenti?».

Con Porcelain hai fatto un gran lavoro nel descrivere i modi in cui New York ti ha plasmato come artista. Da sei anni vivi a Los Angeles: ha avuto un’influenza su di te?

«Mi è difficile essere oggettivo, ma posso dirti che le cose che rendono Los Angeles strana e unica sono la sua grandezza e il fatto di essere immersa in un contesto naturale e geologico unico. Intendo dire che a New York non puoi che avere un’idea del mondo che gira attorno alle persone: sei in una grande città che è a sua volta circondata da altre città. Se invece esci da Los Angeles trovi un’enorme distesa desertica ostile alla vita umana, e dall’altra parte l’Oceano. È una cosa che mi affascina e mi fa sentire connesso alla storia antica del pianeta e non solo ai nostri ultimi pochi millenni di vita».

Il nome Void Pacific viene da una citazione di D.H. Lawrence, secondo il quale la California ha girato le spalle al mondo e guarda nel vuoto del Pacifico.

«Pensa agli ultimi 400 anni di filosofia: il motivo ricorrente è il vuoto. Gli esseri umani hanno cercato di dare un senso al vuoto o riempirlo con il nichilismo o la religione, con la politica o la cultura. Il vuoto è visto come terrificante. Io invece dico che il vuoto ha caratteristiche benigne e non dobbiamo averne paura. Ecco perché amo l’idea di un “void” che è “pacific”. So che questa roba suona strana, ma per me ha un senso».

Quel nome, Void Pacific Choir, viene da un altro tuo disco, vero?

«Sì, ho registrato parecchie voci per un album che non ho mai pubblicato, perché ho capito che non era granché».

E hai tenuto il nome, anche se qui non c’è alcun coro. Chi suona in These Systems Are Failing?

«Tutto io».

Certe tastiere, come quelle di Are You Lost in the World Like Me, fanno molto primi anni ’80. Usi strumenti vintage?

«Sono pieno di cose vintage, ma quando si tratta di produrre musica sono piuttosto pigro e perciò uso plug-in per computer, che sono decisamente più comodi. Le mie meravigliose tastiere vintage mi fissano e mi fanno sentire in colpa perché uso il computer al posto loro».

Alla BBC hai detto che hai già inciso il seguito di Systems.

«Sì, uscirà nel 2017. È un po’ come Systems, ma persino più veloce».

Ma a quanti dischi lavori contemporaneamente?

«Sono un uomo di mezza età sobrio senza moglie, né figli: ho un sacco di tempo per lavorare. Anzi, non lo vedo nemmeno come un lavoro: amo andare in studio, creare musica e lanciarla là fuori nel mondo».

Niente più tournée, però…

«Spero di non dovere più andare in tour. Odio il jet lag, gli hotel, gli aeroporti, i backstage. Amo suonare la mia musica, ma tutto ciò che c’è prima, dopo e attorno mi intristisce. Andare in tour dopo una certa età è deprimente. E poi la gente vuole ascolatre solo i successi di quindici o vent’anni fa, una cosa che comprendo, succede anche a me quando vado al concerto di qualcun altro. Perciò preferisco stare a casa, lavorare per le cause che mi stanno a cuore, fare passeggiate, fare musica, scrivere libri».

A proposito, stai lavorando al sequel di Porcelain?

«In realtà ho cominciato a scrivere due nuove memoir. Una racconta quel che è accaduto dopo Porcelain, dal 1999 al 2008, l’altro copre i miei primi diciannove anni di vita. E quest’ultimo mi sembra più interessante. La mia esistenza dal 1999 al 2008 è piena di alcol, droga, tour e insicurezza. È stata molto ripetitiva. Mentre la prima parte della mia vita è piena di aspetti strani, non ultima la povertà. Scrivere autobiografie è come andare dallo psicologo: mi andrebbe bene anche non finire e pubblicare questi due libri, il solo fatto di scriverli è una forma di terapia quotidiana».

Hai modelli di ruolo, artisti che pensi siano invecchiati con grazia?

«Oh, tanti. Marcel Duchamp, Henry Moore, lo scultore. E Aleksandr Solženicyn per la solida etica del lavoro e per l’impegno che ci metteva. Lavorava sei giorni la settimana: si alzava, lavorava, pranzava, lavorava, cenava, andava a dormire. Nella musica Leonard Cohen e Neil Young. Quando vedi Neil Young dal vivo capisci che adora fare quel che fa. Non ha bisogno di vestiti alla moda o belle luci. Gli basta stare sul palco, e suonare».

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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