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L’immenso finale di Leonard Cohen

cohen-aperturaSe proprio si deve cantare «la grande, inevitabile sconfitta che ci aspetta», se si deve fare una cosa assurda come mettere la vecchiaia e la morte in una canzone pop, che lo si faccia almeno «entro i confini della dignità e della bellezza». Sta qui il senso del nuovo album di Leonard Cohen You Want It Darker, una meditazione su Dio, sul dolore, sul sesso, sull’amore e sulla morte che mette assieme l’intensità dell’opera prima e la gravità del canto del cigno. Quando s’è trattato di rifinire la canzone che dà il titolo al disco, Cohen ha scelto uno dei suoni più cari che conserva nella memoria: il coro della Shaar Hashomayim, la sinagoga di Montreal un tempo presieduta dal bisnonno e dal nonno paterno, colonne portanti della comunità ebraica locale. Cohen cita in modo pressoché letterale il Kaddish. Fa girare il brano attorno alla parola «hineni», eccomi, la riposta di Abramo al Dio che gli chiede di sacrificare il figlio Isacco. A 82 anni, racconta un mondo che Dio vuole sempre più buio, descrive la fine della compassione e del senso di giustizia, e intanto fa i conti con l’età e la mortalità. Lo ha scritto tre mesi fa alla musa morente Marianne Ihlen: «Presto ti raggiungerò. Sappi che sono dietro di te, ti sono così vicino che non dovrai far altro che allungare la mano e toccare la mia».

Abbiamo rischiato di non ascoltarla nemmeno, questa roba. Leonard Cohen aveva abbandonato le registrazioni del disco, vinto dal dolore provocato da fratture vertebrali multiple da compressione. È stato il figlio Adam, a sua volta cantautore, a convincerlo a tenere duro e fargli riprendere le session nella sua casa di Los Angeles, fra «esilaranti discussioni esoteriche alimentate dalla marijuana terapeutica» (Maclean’s). «Capì» scrive il cantautore del figlio col quale collabora per la prima volta «che la mia guarigione, se non la mia sopravvivenza, dipendeva dalla possibilità di tornare al lavoro». È stato Adam ad affiancare alle coriste che caratterizzano i dischi del padre il suono senza tempo di un ensemble maschile di quindici elementi che è stato ripreso due volte, per dare l’impressione di ascoltare un gruppo di trenta uomini. È stato lui a eliminare le programmazioni elettroniche degli album precedenti optando per un suono più “naturale”. Nessun lavoro di Cohen del nuovo millennio ha lo stesso equilibrio fra leggerezza e ponderosità, fra stile e intensità.

Pare quasi di vederlo, Cohen, seduto su una sedia medica mentre canta, o meglio recita queste canzoni. Lascia al produttore Patrick Leonard, al figlio e alla collaboratrice Sharon Robinson l’incombenza di scrivere le musiche di cinque dei nove brani dell’album. La voce sempre più bassa, arrochita ed espressiva è quella di un anziano che espone la sua età. L’aura d’autorevolezza e le sottigliezze della dizione sono pura aristocrazia pop. Cohen canta d’amore, compreso quello per una donna troppo giovane per lui, e poi nel trittico finale torna a riflettere sul tempo, la religione e la società, fra colori folk e di nuovo il coro della Shaar Hashomayim. Per essere un disco in cui si mette in dubbio l’esistenza di un disegno divino, in cui s’invita a farsi strada «fra le rovine dell’altare e il mall», You Want It Darker trasmette una strana sensazione di serenità. Se davvero fosse l’album conclusivo della storia di Leonard Cohen – non perché sia troppo malato per inciderne altri, ma perché come dice lui a una certa età ogni evento può scompaginare i piani – se davvero fosse l’ultimo, sarebbe un finale magnifico.

 

Pubblicato originariamente su IL

 

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