Interviste

Wilco, fuori dalla comfort zone: intervista a Nels Cline

nels-clinePassa per essere il disruptor dei Wilco. Lui rifiuta garbatamente il titolo. Si vede come un musicista più tradizionale, che agita le acque quand’è pungolato da Jeff Tweedy. Comunque sia, da quando è entrato nella band di Chicago una dozzina d’anni fa, il chitarrista Nels Cline si è conquistato un posto di rilievo. È uno che gioca su più tavoli: fa traballare le canzoni di Tweedy con rumorismi e idee armoniche inconsuete per il rock, suona jazz con un ensemble magnifico nell’album solista Lovers, passa dal country all’avant garde. Ecco che cosa ci ha raccontato alla vigilia del tour europeo che porterà il gruppo in Italia, per un concerto al Fabrique di Milano il 12 novembre, quattro mesi dopo la pubblicazione dell’album Schmilco.

Sul palco, con gli altri Wilco, dai l’impressione d’essere un musicista per il quale l’istinto conta molto. È così?

«Ho cominciato suonando rock’n’roll senza alcuna formazione chitarristica, quindi in modo parecchio istintivo. Erano i tardi anni ’60, un periodo eccitante per la musica. Poi, interessandomi di jazz e fusion mi sono immerso più profondamente nel mondo dell’armonia. Quando ho cominciato ad ascoltare Debussy, Ravel e Schoenberg mi sono appassionato alle idee armoniche ardite e inusuali. E così, ascoltando e studiando tutte queste musiche, il mio istinto per ciò che è affascinante o esaltante è migliorato, senza far venire meno il rispetto per le tradizioni. Voglio dire che quando mi metto su un pezzo country non suono come Thurston Moore [ride]».

Tempo fa hai detto che per il nuovo tour l’idea era avere meno pedali sul palco e fare un set maggiormente in linea con Schmilco. È così?

«In realtà è un po’ una via di mezzo. Alla fine mi porto in giro un sacco di pedali. Non mi porterò l’ampli gigantesco 4×12” che ho in America. Ha solo 45 watt, ma è incredibilmente rumoroso».

Quanto conta il pubblico nel determinare la resa di un vostro concerto?

«Ogni posto è diverso. A San Paolo in Brasile abbiamo fatto due concerti, uno in un festival all’aperto e uno al chiuso. Durante quest’ultimo il pubblico era attento e rispettoso. Poi Glenn s’è messo in piedi sulla batteria e la gente è corsa verso il palco, completamente impazzita. Quando accadono cose del genere, l’aria diventa elettrica».

E i fattori tecnici?

«A me pare di suonare ogni sera in modo diverso. A volte sono al top, a volte arranco. Conosco questi musicisti da un pezzo, suono alcune di queste canzoni da sempre, ma ogni volta che inizia un concerto non so come andrà. Posso riscaldarmi per due ore e poi suonare così così. Oppure salire direttamente sul palco e andare alla grande. Il motivo non l’ho ancora compreso. Fortunatamente la band è solida e non suona mai in modo orribile. I concerti peggiori sono quelli in cui il sound sul palco è pessimo. Succede nei locali che non sono stati pensati per la musica, tipo i palasport dove il suono è privo di definizione».

Come fate a mantenere l’esperienza del concerto viva, sera dopo sera?

«Beh, abbiamo un sacco di canzoni… C’è un nucleo di pezzi che suoniamo sempre, o quasi. E va bene così, il pubblico vuole sentire Jesus, Etc oppure Impossible Germany e noi lo accontentiamo. Però poi lo sfidiamo, e un po’ sfidiamo anche noi stessi, con il resto della scaletta. Sai, a volte anche solo suonare canzoni nuove rappresenta una sfida. Infine, inseriamo brani vecchi che possono spiazzare e sorprendere positivamente il pubblico. Qualcuno magari urla il titolo della sua canzone preferita, ma in molti casi non c’è modo d’accontentarlo: sai, abbiamo vent’anni di repertorio… Comunque, nel compilare la set list andiamo a tentoni, tiriamo a indovinare».

Beh, non sempre. Nella sezione tour del vostro sito accettate richieste, concerto per concerto. Quanti pezzi on demand fate a sera?

«Due o tre, direi. A volte una canzone oscura o che non suoniamo mai, tipo Deeper Down o Let’s Not Get Carried Away, riceve decine di richieste e ci rendiamo conto che è un singolo fan che cerca di fregare il sistema. Curioso che a volte canzoni che suoniamo regolarmente siano le più richieste».

In Italia ascolteremo molti estratti da Schmilco?

«Penso che ce ne saranno alcuni, così come ci sarà un blocco di canzoni da Star Wars, ma la set list la compila Jeff Tweedy e non so che intenzioni abbia. So che tende a rappresentare tutti i dischi con almeno una canzone».

Prima accennavi alla voglia di sfidare voi stessi, sul palco. È importante?

«Parecchio. Oltre a essere un autore eccellente, Jeff è anche un grande leader. Non ama ripetersi. Si sfida in continuazione. Cerca nuove idee e spinge la band fuori dalla sua comfort zone. Ma non scorda di avere un pubblico di fronte a sé ed è questa combinazione a rendere speciale il suo lavoro».

Tu passi per essere il disruptor del suono dei Wilco.

«Una fama immeritata. Il musicista che ci rende imprevedibili non sono io, è Jeff. Davvero. Passo per essere l’elemento avant garde della band, ma la verità è che Jeff deve provocarmi per spingermi a suonare in un certo modo. Sono un musicista molto più tradizionale di quel che si pensa».

Il lato tradizionale emerge nel tuo ultimo album Lovers

«La gente non si sarebbe sorpresa ascoltandolo se mi avesse sentito suonare negli anni ’80 a Los Angeles. Aspettavo il momento d’affrontare quel repertorio da trent’anni».

Grandi solisti, arrangiamenti di Michael Leonhart, vari orchestrali… immagino sia stato un progetto dannatamente costoso.

«Incredibilmente dispendioso, infatti sono riuscito a portarlo a termine grazie alle donazione di due organizzazioni filantropiche, Shifting Foundation e Angles City Arts. Grazie a questo finanziamento mi sono permesso alcuni fra i migliori musicisti d’America, se non del mondo. Non potrò mai più fare un progetto del genere. Magari ci andrò vicino e suonerò con un ensemble più piccolo, farò registrazioni più veloci e ci metterò meno canzoni, ma così mai più».

Sei entrato nei Wilco a quasi 50 anni d’età. Suonare con loro ti ha cambiato? E tu come hai cambiato la band?

«Suonare con loro mi ha fatto sentire a mio agio con le triadi maggiori [ride]. Mi ci sono voluti quarant’anni: dev’essere un segno di maturità o di felicità persino… In quanto al mio apporto, credo sia l’uso distorsioni e loop in mezzo a strutture armoniche più tradizionali. E poi un’altra cosa: quando io e Pat Sansone siamo arrivati fa l’energia live del gruppo stava un po’ scemando. Forse è questo il nostro merito, avere rinvigorito la band».

Qual è l’aspetto più gratificante dell’attività live oggi, che hai 60 anni?

«Se ci penso, probabilmente non somiglio ad altri sessantenni che sono ancora in giro. M’interessa l’atto di suonare di per sé. Tirare fuori suoni dalla chitarra e farlo sul palco con gente a posto. Tutto qui».

Sessant’anni è una bella età per un rocker: per quanto tempo andrai avanti a suonare col gruppo?

«Andremo avanti finché ameremo la musica e la suoneremo con questo livello di coinvolgimento. Non c’è data di scadenza».

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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